Esilii.

Ci sono frasi che ti rimangono in mente anche se non avrebbero voluto. La cosa peggiore è che hanno senso solo per te, ed è ogni volta così difficile riportare a galla quello che sono arrivate a significare.
La frase venne pronunciata da un amico, anni fa, in riferimento a un altro amico.
Disse:
La sua terra e il suo cielo sono troppo distanti.
La terra è il reale, il cielo l’ideale.

Notti e notti fa ho sognato di mangiare erba. Era l’erba di un disturbante verde del giardino che circondava il mio appartamento a Kiel. Mesi dopo, in Italia, avrei letto Lezioni di tedesco e scoperto in quale modo il verde possa richiamare follia. Lo fa, in un paesaggio dai toni che sfumano nel violaceo – lo fa, quel verde così acceso da risultare rumoroso.
Comunque, nel sogno mangiavo erba perché ero felice di essere lì. Così felice da rasentare la follia, evidentemente. Felice da piangere – sì, nel sogno piangevo. Meglio farlo nei sogni.
Poi, nel sogno, urlavo. Disperazione. Urlavo perché un contingente di italiani mi aveva seguito nel mio vecchio appartamento, e urlavano e mettevano in disordine, e inciampavano l’uno sull’altro e bicchieri cadevano e nessuno puliva – e io cercavo di farli svanire. Inutilmente. Credo anche di avere cercato di ammazzarli. Inutilmente.
Della mia crescente follia ho già discusso. Andiamo oltre. Arriviamo alla telefonata di ieri sera, con VB, al termine della quale – dopo aver esposto il sogno – ho pensato di essere debole. Debole come un animale che non sa adattarsi. Soffro dell’essere stata spostata da un acquario all’altro, tutto qui. Posso tirare in causa caverne platoniche e sgraditi ritorni a fissare ombre su muri, ma il tutto può essere riassunto in semplice debolezza.
Sto male.
Non sto male da urlare (quello lo faccio nei sogni), ma da vedere le mie capacità produttive ridursi in modo preoccupante.
Quest’anno ho sudato per studiare. Ho passato mesi con una costante: il dirmi “Impegnati di più!”, tentare di farlo e fallire.
Sto lavorando alla tesi con risultati vagamente migliori, ma con uno stress che mi abbatte in egual modo.
Ho messo in conto il dirmi, di due relatori su tre, che questa tesi è sprecata per una triennale – lo so, e non mi sbatto tanto per l’università ma per avere in mano un lavoro da mostrare potendo dire che è mio, ma non è quello che avrei voluto sentirmi dire. Avrei voluto essere incoraggiata nel mio sbattimento non richiesto, non demotivata sulla base della condivisa consapevolezza che la tesi è una presa per il culo, consapevolezza che si fa lesiva quando viene reiterata fatalisticamente. Ma è normale, qui è normale – è questa norma che mi ammazza, è proprio questo il punto, che sia normale ciò che non dovrebbe esserlo, si sa che non dovrebbe, ma alla fine lo si ingoia. Disprezzo chi lo ingoia. Chi lo ingoia probabilmente disprezza in me quello che definirebbe “idealismo” e io chiamo “in Germania era così, cazzo, quindi può esserlo anche qui, se smetteste di stare a 90°”. Disprezzo chi lo crede idealismo e per questo disprezzo mi trovo a vivere male – non si vive bene tra chi disprezzi.
Ho messo in conto il dirmi, di un relatore, ridendo soddisfatto, che la De Beers potrebbe denunciarmi. Ne dubito, ma può essere. Ma il punto non è questo. Il punto è che non avrei voluto vederlo ridere di una mia possibile disgrazia. In un altro Dove, quell’uomo sarebbe guardato con disprezzo dai colleghi e sarebbe a casa a criticarsi per come svolge il proprio ruolo. Quel Dove non è qui. Qui è normale – e quindi nessuna critica parte, perché tanto è inutile. Ho la soluzione personale (ho sempre soluzioni personali per problemi simili), che consiste nell’abbattere la sua boria con le sue stesse armi – ma è stressante, è semplicemente stressante. Si può fare, certo, tutto si può fare – ma si vive meglio non facendolo.
Ho messo in conto tutte le critiche ricevute e le frasi spronanti. La bilancia è crollata dalla parte del primo piatto.
Me ne frega?
Relativamente, non lavoro a questa tesi per levarmi dalle palle la laurea.
Ma scrivendola mi rendo conto di quanto stress mi causi l’idea che una parte possa essere buttata nel cesso per il fatto che è troppo lunga, un’altra perché ho abusato di subordinate, un’altra perché ho dimenticato di mettere l’agente dopo un passivo ritenendolo scontato. La relatrice vuole che i responsabili siano nominati.
Mi stressa sapere che la stessa relatrice è il genere di persona che ritiene necessario avvisare del fatto che la tesi non ha intenti antisemiti in quanto riporterà i cognomi dei membri del Consorzio, anello necessario al monopolio della De Beers in quanto canale unico da cui passava la produzione (un esperto di finanza si masturberebbe sulla struttura della De Beers), e questi cognomi sono riconoscibili come tedesco-ebraici (ma basta nominare i Rothschild per sollevare polveroni, dato che sono tra i più citati dai cospirazionisti – googlateli e provate; è stato un Rothschild a finanziare consistentemente la De Beers, ecco il problema della De Beers) per un occhio un minimo informato, ciò all’interno di una tesi che sottolineerà il come la De Beers abbia inventato i campi di lavoro. Sono cosciente del fatto che questo potrebbe portare i soliti cospirazionisti della domenica a dire che gli ebrei hanno compartecipato all’invenzione dei campi di lavoro. Ma non ho intenti antisemiti, e una coscienza pulita non avvisa di essere pulita. Oltretutto, è poco professionale. È una cazzo di tesi che riporta dati, non una pubblicità progresso.
Ho un relatore non ufficiale che attende di mordermi alla giugulare (lo so perché ha passato il tempo a farlo, quando abbiamo parlato), e neanche questo in astratto mi tange – ma il problema, infine, è che la somma di cose fa sì che mi trovi stressata e iper-attenta a cazzate mentre la scrivo – mi trovo, insomma, a lavorare sotto panico, che è l’esatto modo in cui devi lavorare per lavorare male.
E questa consapevolezza mi stressa ulteriormente.
Sono stanca.
Voglio il mio recinto attorno a una casa nel nulla, il mio fucile per ospiti indesiderati che non verranno e il mio cane per fare da guardia a una casa che non verrà invasa.
Ho cercato innumerevoli volte di sfogare qui il mio stress, ma non funziona. È da dieci mesi che sono tornata in Italia, e la situazione è come l’avevo predetta: mi sento nella caverna platonica. Parlo ai posteri. E cazzeggio con i coevi. Poi sogno di tentare di ammazzarli. Non è colpa vostra, come al solito, e questa è la cosa peggiore. Reagisco aggrappandomi con entusiasmo alle persone che sanno regalarmi bei momenti – sono tantissime, e quindi forse è ai momenti che mi aggrappo – sviluppando un gruppo ideale di conoscenti in cui poter dire di sentirmi bene. Il che è terribile.
Ma la cosa più terribile è che per andare all’estero mi serviranno energie. Mi viene ripetuto che dovrei rilassarmi – beh, qui non posso. O, meglio, non riesco. Sono debole. Smacco e impedimento, perché quelle energie mi servono, e adesso mi serve cinque volte il tempo che una volta mi sarebbe servito per portare avanti un progetto. Oh, spirale discendente. E anche questo stressa, ovviamente. Ci mancherebbe.

Rush in Peace mi allieta le giornate, ma non solo: riempie buchi. E questa seconda parte non va bene. Ok, è un progetto in cui credo e che sta funzionando, ma sta sopperendo a un po’ troppe cose.
Non è l’unica cosa che ho ripreso in mano, come scritto in precedenza.
Infine, Maletta aveva parzialmente ragione: scrivere è la reazione a una presenza dell’assenza.
Ma anche la mia visione aveva parzialmente ragione: scrivere è criticare.
E, infatti, in Germania non riuscivo a scrivere.
In Germania avevo quello a cui prima anelavo, e da molteplici punti di vista. Per questo guardo con affetto B su Facebook: B è stata una delle manifestazioni di un qualcosa che cercavo. È stato un momento, un attimo, vissuto con il placido entusiasmo di chi sa che non sta vivendo un’occasione unica. Non è B in sé, ma B come possibilità – che in Italia stento a trovare, inciampando in troppi ostacoli. In Germania non aveva senso scrivere anelanti descrizioni di simili momenti: li avevo. Non aveva neanche senso soffermare lo sguardo sulla semplice piacevolezza di una serata tra amici bevendo birra: bastava uscire da camera mia e andare in cucina per trovare quella situazione – praticamente ogni sera. Sarebbe stato stupido starmene chiusa in camera anziché spostare il culo fino alla cucina – stupido o no, non mi veniva. Mi potreste chiedere, come io faccio con me stessa, perché non posso avere una serata tra amici con birra annessa anche qui, perché fisicamente posso. Non ho una risposta soddisfacente, so solo che ci sono troppi ostacoli: mi piazzo tra amici a bere una birra e tante piccole cose rovinano il momento. Sono dettagli, veramente. Sono come zanzare immortali che ti ronzano attorno. È il dettaglio di dover stare attenta nei cessi sporchi, quello della battuta retrograda, quello dello sguardo preoccupato di X, la poca professionalità della cameriera e il fatto che la birra costa il doppio, probabilmente.
In Germania non avevo granché critiche sociali da sfogare su carta. Quelle su cui mi ero formata lì non c’erano – quelle presenti lì non mi avevano afflitto sin dalla mia prima infanzia. Avrei dovuto mettermi nei panni di un tedesco che soffre il proprio essere troppo controllato, ma non erano ancora panni miei. Mi sono resa conto di quanto del mio scrivere desse per scontati piccoli disagi quotidiani, a Kiel non presenti.
A tal proposito, c’è l’elemento finale, quello che mi fa tuttora riflettere: il convivere con piccoli degradi quotidiani me li ha fatti, negli anni, significare. Quando ero in Germania guardavo a miei scritti romanticizzanti il bordo sporco del finestrino di un treno, e mi dicevo che non ero più in grado di fare una cosa del genere. I treni tedeschi che ho preso non avevano finestrini dai bordi sporchi – non avevo quindi bisogno di dare un significato a quell’imperfezione inesistente. Scriverne mi avrebbe dato l’impressione di scrivere un fantasy. Davvero. O di essere la classica scrittrice annoiata nella propria bambagia che fantastica degradi che non deve affrontare.
Tutto Rush in Peace si adagia su un’ambientazione fatta di degrado, mancanti riparazioni, soluzioni d’emergenza, piccoli squallori quotidiani. Amo ciò, di RiP. Lo amo veramente – ed è questo il paradosso. Amo scriverne e posso farlo solo vivendo in un ambiente che abbia questi elementi, ma al contempo odio vivere in tale ambiente.
Insomma, in Germania non sapevo di che scrivere. Mi è venuta, a un certo punto, voglia di scrivere di una romanticizzata Venezia – di scrivere, ossia, di quello che in Italia c’è e in Germania no (o, perlomeno, molto meno e in maniera diversa): città intrise di storia, tinte da una decadenza graziosa, perfetti scenari per trame machiavelliche come il lusso di un’aristocrazia antiquata. Mi è venuta, insomma, voglia di scrivere ciò che di norma aborro.
Ironico, no?


A proposito delle personcine a cui penso con piacere, apposta, per rallegrarmi la giornata, fra qualche settimana avrò qui come ospite un gruppo di tali creature – ma ve l’ho già detto. Nel frattempo il gruppo si è ampliato, e io potrò assistere a una delle cose che più socialmente adoro: far conoscere tra loro persone che mi piacciono. Sarà la mia piacevole serata con amici bevendo birra prolungata per qualche giorno.

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4 comments

  1. – Ma scrivendola mi rendo conto di quanto stress mi causi l’idea che una parte possa essere buttata nel cesso per il fatto che è troppo lunga, un’altra perché ho abusato di subordinate, un’altra perché ho dimenticato di mettere l’agente dopo un passivo ritenendolo scontato.-

    Poco importa se la tua relatrice critica una parte del tuo lavoro perché troppo lungo, troppo corto, con o senza subordinate. Troverai la linea che lei vuole o alla fine accetterà la tua. Scriverai quello che devi. Ho fiducia. Sei rimasta in piedi in mezzo al gelo e vige la regola del più forte. Tu lo sei più della tua relatrice perché hai una tesi da scrivere su un argomento di cui lei non sa niente. Tu puoi mettere l’agente dopo il passivo ma lei non può fermarti.

    VB&Co

    1. Un po’ di retorica al fruttosio, eh. Con qualche imprecisione:
      [Tu lo sei più della tua relatrice perché hai una tesi da scrivere su un argomento di cui lei non sa niente.]
      Apprezzo il tentativo.

        1. Lo sai.
          Mi chiederesti cosa c’è e ti direi di starmi lontana perché non voglio essere aggressiva.
          Lo sai.
          Quindi non dire cazzate.

          Anche questo tentativo apprezzato, comunque.

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