La presenza dell’assenza & altre unheimliche sensazioni.

Il Filosofo è un uomo che, seppur poco presente fisicamente, è in qualche modo entrato nella vita della sottoscritta.
È stato lui a farmi conoscere F, sua figlia, presentendomi lei come avrebbe fatto Oscar Wilde – con la stessa formalità, lo stesso distacco, lo stesso dire – con compiacimento – che la figlia era incuriosita da me.
Il Filosofo, ai tempi, parlò anche di Oscar Wilde. Dovette farlo, credo, perché io lo potessi accostarlo a quel morto sporcaccione raffinato. Ma di Wilde aveva solo vagamente l’aspetto e l’esser fuori dalle righe.
Per il resto, il Filosofo è stato per me un filosofo, ossia un pensatore.
Ho certo temuto, per mesi e mesi, di trovarlo al di fuori del cancello del liceo ad aspettarmi, pronto a massacrarmi di botte per il fatto che me la facevo con la figlia. Non l’ha mai fatto. Non so neanche se fosse cosciente del rapporto esistente tra me e sua figlia. La figlia dice di no. Io dico che ci ha proprio presentato come si presenta un buon partito.
Ma comunque.
Il maggior ruolo del Filosofo è stato quello di fungere da memento mori. Un filosofo è un pensatore, e il Filosofo deve aver pensato troppo nella propria vita – il Filosofo ha rappresentato quel che potrei diventare: una mente che ragiona così tanto da finire in un mondo che smette di dialogare con quel mondo che tutti crediamo di condividere, e ci sforziamo di condividerlo per non sentirci soli.
Il Filosofo parlava con entusiasmo ammonticchiando frasi che non cercavano di spiegarsi. Aveva, in qualche modo, estromesso se stesso dal consorzio umano. Coscientemente o meno, non lo so. Temo la seconda, quella non nominata. Il Filosofo funge da memento mori perché so che potrei finire così, e non di mia (cosciente) volontà.
Il Filosofo è morto solo come un cane, come ci si poteva aspettare. Ha sparso il proprio sangue sul pavimento in una morte che nessuno conoscerà mai nel dettaglio – cos’ha pensato mentre inalava gli ultimi frammenti di ossigeno? Ne era cosciente…?
Ho frugato tra i suoi libri per fregarne quelli che potevano interessarmi.
Ho aiutato F a sistemare quella casa che è riflesso della vita del Filosofo – potrei descrivervi le pentole ammassate al cui interno galleggiavano ragni, placidi nelle proprie intoccate ragnatele. Del frigo, già svuotato, che comunque puzzava come qualcosa di organico che si è tramutato in chimico. Dello cencio abbandonato al di sotto delle tubature del lavandino e trasformatosi in materia organica disseccata e ospitante ragni e dio sa cosa. Dio sa cosa. Le farfalline uscite dalla dispensa provenivano dalla pasta lì abbandonata – il Filosofo deve aver smesso di cucinare anni prima, un giorno, improvvisamente, lasciando tutto all’abbandono come se fosse fuggito di casa – ma quelle che volteggiavano tra i libri non so da che cosa provenissero.
Dopo aver aiutato F in ciò, sono tornata alle librerie del Filosofo, questa volta per indagare. Volevo capire come il Filosofo fosse giunto all’essere il mio personale memento mori. Un uomo che improvvisa dipinti monocromatici sulle pareti, in blu, e riesce con poche pennellate a disegnare sulla finestra il proprio ghigno incattivito. “Incattivito” come un cattivo di Hugo, brutto fuori perché brutto dentro, brutto perché fattosi malvagio, malvagio perché sfortunato in un mondo fatale che non permette redenzione se non con la morte.
La finestra di ghigno munita dà su una delle viette nel centro di Lecco, da cui proveniva il vociare allegro di un sabato pomeriggio estivo. Il contrasto ha reso la polvere ammassata su tutto ancor più simile a quella di un sudario scrollato.
Angoscia, l’idea che si possa essere così estranei alla società mentre si vive nel suo fulcro caldo. Angoscia da morire, oh morto memento mori.

Scrivo messaggi su Facebook a una persona conosciuta anni fa al liceo, che mi annovera i ricordi che ha di me – e che io ho rimosso.
Mi domando, a volte, come sarei nel presente se avessi una memoria più salda. Se ricordassi, ad esempio, di aver mostrato a costui delle mie riproduzioni di tarocchi, del nomignolo che davo a un bar.
La retorica a tutela delle micro-culture, e anche di quelle non micro-, sottolinea in continuazione l’importanza della memoria. Sono una germanista, e quindi sono inciampata nella parola “memoria” infinite volte a causa della questione ebraica. Non mi ha mai convinto. Non mi ha mai convinto la suprema importanza della memoria nella costituzione dell’identità del singolo, perché se così fosse non avrei identità.
Viviamo in una cultura che si è basata (o si basa?) per secoli sul ricordo di un tizio morto. Ricordo Hölderlin e il suo riflettere sul fatto che la cultura a lui coeva era intrisa di una religiosità vertente sulla presenza dell’assenza di Gesù Cristo. Oh, presenza dell’assenza. È dalla presenza dell’assenza malettiana che sono partita per giungere a quei nomi ritrovati nella casa del Filosofo – Derrida, Adorno, Horkheimer – domandandomi se comuni autori letti significhino un comune destino, o perlomeno simili strade intraprese, e quanti bivi ci siano nel corso di una vita. Se ci siano strade che non ne hanno.

Mi ha fatto piacere rivedere F.
L’ho trovata come la ricordavo ma più espansa – come se avesse semplicemente sviluppato ulteriormente alcune parti di sé, che prima erano solo in potenziale.
L’ho trovata ferita – oh, F ha avuto una vita tutt’altro che facile, e dovreste stimarla per come ne è sopravvissuta – ma non imbruttita. Era quello che temevo – quello che ho temuto più volte, ogni volta che l’ho vista rincorrere i rottami di un sogno incarnatosi in un aitante ragazzo poco predisposto a renderla felice.
Davanti a un’ottima birra, mi ha parlato dell’attuale aitante ragazzo col tono arreso di chi ha imparato a scendere a compromessi e non se ne lamenta. Me ne sono spiaciuta e, ancora una volta, ho avuto voglia di fare qualcosa concernente lo scuotere con poca grazia il ragazzo in questione. Anche se è insensato. Anche se alla fine è F a decidere cosa vuole e come averlo e rispettandola non intralcerei mai la sua vita. Ma non è la prima volta che mi affibbio questo ruolo alla The Punisher – ricordo, anni fa, il dirmi che se avessi incontrato X, suo ex, lo avrei assalito. Fisicamente. X aveva fatto del male fisico a F, e F è… Beh, F è F. È un calderone d’amore. O di esigenza dello stesso.
Mentre mi diceva che, fondamentalmente, il gran pregio del suo ragazzo è di essere bello, ho pensato che F sembra il cliché della Ragazza Che Ama Troppo ma di fatto è quasi l’inverso: assomiglia più a uno di quei personaggi cari a Lehane – e cari a una grossa fetta di fiction – che dal fondo del proprio malessere esistenziale (perché sono scampati al Vietnam, o a una vita di provincia cane-mangia-cane, o a un’ingrata carriera nella polizia) si struggono per la Bionda. Beninteso, la Bionda può essere anche mora: ciò che conta è che sia un cliché. Da cliché è di bell’aspetto, rincuorante, accogliente ed essenzialmente non particolarmente intelligente – non perché sia stupida, ma perché non è importante capire se sia intelligente o meno, e quindi non è stato mai indagato.
In un altro universo, insomma, F si potrebbe trovare a bere Jack al tavolo di un bar mentre qualcuno le dice:
“Eh, lo sai, le donne sono tutte troie, non vale la pena di starci male…”
… Ma comunque.
Con l’ottima birra in corpo e il mio culo poggiato sul divano polveroso del Filosofo, ho avuto voglia di baciare F. Così. Forse in un lehaniano impeto di nostalgia. Mi è tornato alla mente un pomeriggio di anni prima, un pomeriggio dall’umore uggioso, nello studio della casa in cui viveva, vuota. Ci sarebbe molto da dire su quello studio, trofeo di cultura nel senso più romanticizzato e all’antica: librerie d’epoca contenenti libri d’epoca e un triclinio – F sdraiata su esso, e il mio assecondare la mia voglia di averla lì, così, svestendola sola in parte, portandomi Jack alla gola per caricare di decadenza il momento e affondare ebbra nelle sue forme morbide e perfette. Mie. Mie per quel momento, come un sogno in cui vuoi affondare perché quel momento è tuo e nulla si frapporrà tra il tuo desiderio e l’oggetto desiderato, che devi cogliere prima che svanisca.
F è F, ossia la prima ragazza che ha avuto un consistente ruolo nella mia vita. Quel lontano pomeriggio mi sono lanciata a mo’ di battello ebbro su di lei con la fame di chi attende dall’infanzia di poter vivere un simile momento. La mia vita è stranger than fiction, e quindi dal giorno delle presentazioni fatte dal Filosofo a oggi sono accadute molte drammatiche cose, così da dramma che farci un dramma porterebbe alla realizzazione di un prodotto banale e di basso gusto.
C’è stato un duello con un suo ex, che al momento non era ancora “ex”, davanti a lei, e se non avessi vinto sarei ancora qui a sbattere la testa contro al muro. Ci sono state nottate alienate, isolate da fiumi di pioggia che hanno allagato la città lasciandoci al tepore di un letto illuminato dalle braci di una sigaretta. C’è stato un mio dramma interiore, nel bel mezzo del nostro rapporto, e il mio comportarmi da gatto ferito (o da personaggio di Lehane, che tanto ci sta caro) e allontanarmi in silenzio per non farmi vedere debole. C’è stato lo scoprire la debolezza di sua madre, complottante con gli amici di lei per estromettermi dalla vita della figlia. Oh, anche la Madre è stata a lungo un importante simbolo per la sottoscritta. Questa donna-mentore che ospitava old-fashion in casa propria fanciulli-allievi, il tutto con un sapore di grecità idealizzata. Per questo il trovarmela davanti in lacrime, dopo il mio aver scoperto le sue trame, e implorante perché non frequentassi la figlia, ha rotto qualcosa in me. Ha rotto, credo, l’idea che nel mondo ci siano adulti e non-adulti. Se avessi dovuto indicare un esempio di “adulto”, prima di quel giorno, avrei probabilmente indicato la Madre. Quando l’ho sentita, distrutta, aggrapparsi a me, il mondo è tornato a essere un caos indeciso e tentennante.
Sono una creatura fortunata, perché F è ancora nella mia vita. Mi sono trovata a riflettere con lei circa altre due persone che, invece, dalla propria vita mi hanno estromesso – repentinamente, istericamente, e io non saprò mai cosa girasse per la loro testa esattamente.
Il mondo è strano, creature.
Costruisco rapporti sulla base della sincerità e trasparenza pensando che un continuo monitorarsi a vicenda eviti improvvise sorprese – e invece è tutta vanitas. È vanitas anche la polvere accumulata in casa del Filosofo, lo so, e il tanfo di decomposizione che si sollevava persino spostando libri.
Sono una creatura fortunata perché dopo tanti anni mi sono trovata a sfogliare con F vecchie foto tenute dal Filosofo, e a ridere di alcune con lei. A pensare che il tempo non passa quando conosci una persona, e puoi fare battute dopo eoni che non la vedi e la stai vedendo in occasione di uno sgombero post-funerale-del-padre.
Il suo ragazzo è arrivato mentre stavamo ancora ridendo di qualcosa, e mi ha stretto la mano con forza prolungatamente. Succede di rado, dato che di solito sono io a usare la stretta di mano per soppesare il prossimo, e mi sono chiesta cosa F abbia detto di me. Già in passato ha esagerato con gli elogi, facendo sì che i suoi ex si approcciassero a me come ci si approccia a una papabile minaccia.
È molto carino, ed è bello di una bellezza particolare che o piace o risulta deperita. Una volta l’avrei trovato bellissimo, anche nei modi di fare oziosamente scontrosi. Li ho approcciati con la gentilezza silenziosa dell’amica della ragazza che si ritrova un ragazzo con cui ci vuole pazienza.
Dieci minuti dopo, mi sono trovata pressata contro un muro, al di fuori di un bar, con le narrazioni entusiaste e richiedenti compartecipazione di entrambi, incombenti su di me. Lui ha accarezzato la guancia di lei, lei ha accarezzato la mia, ci siamo salutati. E ho sorriso.


Ho ripreso in mano Horton, anche se solo collateralmente – ma era per l’appunto tutto il resto che mi mancava.
Il file contenente il gonnabe romanzo non è stato toccato, ma nella stessa cartella ho creato un file denominato “appunti”.
La colpa è di James C. Copertino e del suo Angeli neri, ambientato nel LAPD e – come da norma di James – molto preciso nei dettagli.
Horton appartiene al NYPD da sempre, ma per qualche curioso motivo non ho mai cercato mezza info sul NYPD. Sarà perché siamo così subissati da fiction sul NYPD che davo per scontato di saperne abbastanza. Ciò nonostante, mi sono chiesta, se sono in grado di leggere tomi su tomi per scrivere la mia tesi, mi costerà tanto leggere un libro sul NYPD?
Al posto del libro c’è stata wikipedia con cui iniziare, e il sito del NYPD e tanti altri siti. Sono riuscita a collocare, più o meno, Horton. So che dovrebbe essere un misero detective-investigator dell’Organized Crime Control Bureau. Della narcotici? Sarebbe il pieno del cliché, ma Horton è un cliché rivelato.
Non riesco, invece, a trovargli un distretto.
Il 33° sarebbe perfetto in quanto ad architettura e livello di crimine, ma ci sono troppi pochi bianchi per le trame in cui Horton è coinvolto. Il 1°, il 14° e il 18° li ho esclusi per motivi differenti che neanche ricordo. Dopo Manhattan, oggi tocca al Bronx essere dissezionato.

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