Di Streben, Sehnsucht e altre parole-slot.

Dovrei ingrassare di qualche chilo per poi tagliarmi una fetta di coscia e darla in ringraziamento a J per… esserci, tendenzialmente. Il fatto che mi aiuti de facto montando video è solo la punta di un iceberg che vorrei tanto mostrarvi, ma dovrei scrivere a mano “grazie” per una decina di fogli protocollo, e comunque non sarebbe abbastanza.
Mi sento quasi in colpa, a volte, perché J ha tanti lettori capaci di godere nel dettaglio delle competenze personali che lui travasa nei libri che scrive. Io no. Io sono l’ignorante che gli chiede di dare un occhio alla scena appena scritta di Rush in Peace, quella in cui ci sono due cyborg che in teoria dovrebbero agire ottimizzando i tempi e prendendo le migliori scelte in una situazione di tensione – quei due sono cyborg, con addestramento militare, io sono una civile senza esperienza e quindi chiedo a James di usare le sue (da altri profondamente comprese e) adorate competenze per dirmi se ho scritto cazzate ingenue. Perle ai porci? No, confido a fondo in Rush in Peace, ma ciò nonostante a volte un po’ in colpa mi sento. Per vanità, forse.
Chi mi conosce da abbastanza tempo mi avrà visto, di tanto in tanto, sciogliermi in uno dei miei delirii di gratitudine. Ho una gratitudine strana, totalizzante, una gratitudine che mi rende felice. Sono felice di poter essere grata, mi fa sentire fortunata. E lo sono. Non semplicemente perché ho un esperto di settori che mi serve utilizzare in Rush in Peace come advisor, ma perché questo esperto è anche una persona con cui amo spendere le pause cazzeggiando mezzo commenti nelle pause libere.
Ci sono persone, creature, che ti fanno amare il mondo in potenziale. Quelle persone sono potenzialità – sono nuclei saldi in sé e ben distinti da te, ma che per come si sono realizzate ti fanno pensare che ne vale la pena. Vale la pena di lavorare su se stessi e di guardarsi attorno, a occhi spalancati, per cogliere simili perle. Per questo la mia gratitudine sfiora il misticismo.
Conosco diverse persone così. Le conoscete anche voi, perché le ho sovente nominate. I miei delirii sui fortunati momenti spesi con e grazie a VB ne sono un esempio. Scrivo Rush in Peace con una di queste persone – e stasera, mentre scrivevamo, avrei voluto esprimere mezzo Facebook come mi sentivo, ma non trovavo le parole – o, meglio, le parole le stavo scrivendo in quel momento con Noes, e le leggerete seguendo Rush in Peace.
C’è un motivo per cui considero Rush in Peace un miracolo.
No, ce ne sono diversi.
Qualsiasi cosa scritta da Noes per me è geniale – e gongolo nel sentire lo stesso feedback uscire dalle bocche di persone che l’hanno letta. Noes è fresca. Ho sentito innumerevoli volte blaterare di prose fresche, capendo una volta su cento a che si stessero riferendo, e il paradigma di tale freschezza rimane Noes. Noes che sa scrivere con una prosa semplice concetti non scontati. Il suo non è un genio letterario, è piuttosto uno Genie goethiano che le galleggia sopra la testa, le sta sotto la retina, permettendole di vedere il mondo in modo particolarmente… tridimensionale. E a ciò si aggiunge il fatto che Noes è magicamente refrattaria alla retorica – non dice stronzate inutili, insomma.
Rush in Peace è un miracolo perché dopo anni, in cui io mi sono, pare, impegnata per ammuffire assieme alla mia sempre più involuta prosa, una prosa che ha tentato di suicidarsi usando se stessa come cappio, e Noes ha a malapena scritto, ci siamo ritrovate subito in sintonia. Ci siamo interfacciate senza scarto alcuno. Come spiegarvi quel che intendo?
Devo spiegarvi come io e Noes scriviamo.
Dirvi che c’è un canovaccio, di base, ossia il decidere più o meno la trama – e questa è stata decisa anni fa – e quindi decidere più o meno come si aprirà e chiuderà una scena.
Ciò fatto, apriamo un documento condiviso su Gmail e scriviamo alternandoci. La guardo comporre le frasi lettera per lettera, in una mancanza di incertezze e pudore che bacio con gratitudine. Le scrivo, prima di una scena d’azione che m’impegnerà le sinapsi al 100%, che sto soffrendo di ansia da prestazione, e poi le scrivo sotto agli occhi i miei tentativi.
Per questo, creature, blatero con tanta arroganza che bisognerebbe parlare come si scrive e viceversa. L’unica cosa che rende Rush in Peace uno “scritto” è il fatto che è scritto.
Sto studiando per un dannato esame le caratteristiche di scritto e parlato. La naturalezza del primo sul secondo – la naturalezza che c’è in Rush in Peace, a malapena pensato prima che le dita compongano parole sullo schermo. Il controllo dello scritto sul parlato – e RiP, per essere scritto, necessita di mancanza di controllo, unico modo di cestinare ogni retorica.
Odio la retorica, creature. Odio la retorica e odio i generi ed è la stessa cosa. Odio la retorica e odio i pregiudizi ed è la stessa cosa. Scivolo nelle zone in cui scrittura e filosofia e mistica si sovrappongono, e lì rifletto.
C, la sua presenza, mi ha spronato a farlo, perché con C posso farlo senza sentirmi vittima di un debilitato delirio solipsista. Voglio dire, mal che vada siamo perlomeno in due. (Più un sacco di gente morta.)
Non vedo l’ora di incontrare C – altra persona che mi permette di viziarmi con la mia gratitudine – ma non ho molto da aggiungere al riguardo. Potrei uploadare un video della sottoscritta in uno dei momenti di beatitudine causati da un pensiero legato a C, e questo sarebbe tutto. La felicità sa essere incredibilmente noiosa, a volte. L’entusiasmo rende ridicoli. Godo dell’esere ridicola perché mi ricorda la mia fortuna.
Mi trovo talvolta, in questo periodo, nell’ebbra condizione del bambino che si sente superiore a tutti voi perché ha appena ricevuto in regalo esattamente il giocattolo che voleva. Non gliene può fottere di meno del fatto che quel giocattolo sia fatto in serie o meno, se sia un esemplare unico o l’ennesimo clone: quel che conta è l’emozione del marmocchio, non ciò che la causa.
Se ciò che conta fosse la causa, allora mi basterebbe mettervi tra le mani le parole scambiate con J, con Noes, con C, con VB, con altri – e voi com-prendereste. Ma non è così. Guardare è interpretare – sono inciampata in ciò navigando le righe di un saggio epistemologico sullo status della scienza – l’ennesimo saggio che mi fa pensare, quando mi trovo davanti a un passante idolatrante La Scienza, che “Non ho voglia di mettermi a spiegare. Leggiti quel libro.” (sapendo che non verrà letto – non lo farei neanche io, probabilmente – ognuno ha le proprie priorità, e cerca quel che vuole trovare).
Ungaretti, se non erro, scrisse che il poeta è colui che avvicina concetti lontani.
È quello che dovrei fare, agglomerare stati di entusiasmo e ilarità di solito sconnessi, per rendervi il mio umore.
Ma sono pigra.
Ho deciso, pare, che per questo periodo mi accontenterò di pensare che siamo tutti uguali, ma alcuni sono più uguali di altri – il che, tradotto, significa che non sto tendendo al più lontano degli esseri umani, accontentandomi di quelli che mi sono al momento vicini. Mi do all’elitarismo, insomma, senza aver deciso – né volendolo fare – quali siano le caratteristiche che dovrebbe contraddistinguere quest’elite di cui amo circondarmi. I sensi me li fanno accomunare, e loro stessi mi mostrano lati che mi aiutano nel vederli simili, e io nulla faccio per smontare quello che l’impressione mi costruisce alle spalle.
Non potrò farlo per sempre.
Sono troppo megalomane per accontentarmi di un’elite.
Come spiegarvi il perché?
Vorrei che cercaste una di quelle canzoni che vi fanno vibrare dentro qualcosa, ogni volta, anche e non sapete perché, soprattutto perché non sapete perché.
Vorrei che la faceste partire, e intanto richiamaste alla memoria il ricordo di attimi che, quando li avete vissuti, vi hanno fatto pensare che erano oltre al tempo. Oltre all’attimo in cui vi hanno travolto e sconvolto. Più eterni di una vita – l’unica forma di eternità che vi è possibile concepire, ma basta e avanza.
Parlo di Streben, per chi può intendermi, e di Sehnsucht al contempo. Quel desiderare ardentemente un qualcosa che è davanti a voi nel tempo ma di cui avete nostalgia al contempo. “Nostalgia” perché sentite che vi è dovuto.
(Non capirò mai quanto questo dispotico pensare “Mi è dovuto.” sia diffuso. In me è così forte da farmi pensare, a volte, stuprando Nietzsche, che chi non lo pensa sia un inetto da schiacciare con disprezzo. Perché, intendiamoci, il fatto che mi dia dovuto non implica che io abbia il diritto di lamentarmi se non l’ho – ho il diritto di farlo, certo, ma a che pro? – implica solo il dovermi sbattere per (ri)conquistarmelo, finalmente.)
Parlo del desiderare qualcosa con un’intensità tale da non poterne vedere i limiti. Di un vostro desiderio che sia più grande di voi.
Può essersi manifestato in mille modi diversi. Nell’inquadratura di un film. Nella foto di un volto, di una mano. Nei tratti di un eroe artificiale. Nel ritmo di una poesia. Nell’odore di un(‘)amante. Nella velocità di un proiettile. Non importa.
Quel che conta è che sia più grande di voi, e di tutto ciò che potete concepire – ed è per questo che vi travolge, sballottandovi tra una muta contemplazione passiva e che subisce grata e la voglia, da far prudere le mani, di muovervi con e in quella cosa.
Per questo non posso farmi bastare a lungo un’elite.
Perché voglio sempre qualcosa che sia più grande di me, e quindi necessariamente non concepibile al momento, neanche dalla parte più elitaria della mia gemente testolina.
Ho passato, credo – anche se non voglio ricordarli e quindi li dimentico con indicibile precisione – anni in balia di tale Streben. Si nascondeva dietro a ogni cosa – a un toast cotto a puntino, a uno bruciato, a un volto sorridente, a un corpo dilaniato. Non ho messo per anni piede su un palco perché quello a disposizione non era mai abbastanza grande, e quindi mi buttavo su palchi anonimi a occhi chiusi, a memoria spenta, per poter mettere tutto di me in gioco tranne la cecità dell’entusiasmo.
Non parlo di pubblico, oh pubblico. Era il palco interiore che andavo cercando.
Da qualche parte lessi – ricordassi dove – che i Gemini sono quella sorta di persone sdoppiate: una metà recita sul palco, mentre l’altra osserva dalla platea.
Avevo bisogno, credo, di raffinare l’udito dello spettatore e la voce dell’attore.
Questo fa sì che, oggi, io sia giunta ad avere una di quelle soddisfazioni che ci si aspetta che alla mia età una persona abbia racimolato. Una certa pienezza di sé – non nel senso di arroganza, ma di sostanza. Essere in sé.
Un Qualcosa che mi permette di essere in balia dello Streben anche mentre contemplo me stessa, e non solo in passiva contemplazione dell’Oltre. Immagino si debba passare dal non temere altra cosa più di se stessi. Immagino che ciò accada nel momento in cui ci si è divaricati abbastanza interiormente ma non si è ancora sviluppato un bastevole controllo della propria immaginazione, e per “immaginazione” intendo “concepire”, e il concepire mi riporta alle potenzialità delle persone e alla gratitudine.
Ho imparato, nel frattempo, a far coesistere il lato critico-dissezionatore e quello titanico alla Goethe. Ho imparato, intendo, a sapermi dire che tutto questo delirare è Nietzsche della domenica senza farmi abbattere dal mio dissezionare.
C’è qualcosa, nel profondo, che mi disturba. Mi domando cosa possa disturbarmi, mentre mi beo nella contemplazione del potenziale, dei potenziali. La megalomania si accompagna bene alla cecità, perché lo sguardo a 360° mi manca, e non vedo cosa non vedo.
Ho il paranoico timore di avere un tallone d’achille invisibile. Di scoprire troppo tardi che tanti obiettivi raggiunti siano azzerabili da un’infima, secondaria, becera cazzata che ho smesso di considerare.
Mi sento vecchia perché temo senza passione.


Mantrapokalypse, o: un pezzo composto anni fa da Peppe “War” Frana per Rush in Peace:

Amo avere certe menti dalla mia parte – altro senso della mia gratitudine.

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