Didi, Rimbaud e la pioggia dorata.

Didi è stato chiamato in causa per colpa di Rush in Peace.
“Didi” è il pessimo modo in cui Adriaan Everten viene chiamato dalla cugina. Ne ho già parlato, in questo blog. Basta che googliate “adriaan everten” e troverete il mio blog e una traduzione in inglese del mio blog, penso automatica. La Rete mi traduce. Mi merda, però mi traduce. Grazie, Rete.
… Comunque.
Didi vorrebbe vivere in un mondo serio, ma giacché vive in un mondo assurdo, per non sentirsi ridicolo, evita di farsi serio.
Didi è un personaggio picaresco – e io adoro i personaggi picareschi.
Didi vorrebbe fare il poeta – di professione, intendo, pagato e riverito per scrivere mielose rime in un francese perfetto. Didi ha dalla sua il genio del linguaggio – solo che non ha nulla di particolarmente innovativo di cui parlare. Un po’ come Shakespeare, insomma.
Didi non può fare il poeta perché è nato in una famiglia di corrotti mercanti-corsari, pronti a lasciarlo in mutande se non porta avanti gli affari dell’azienda-famiglia. Non lo ammazzerebbero, ma Didi si troverebbe senza finanze, e Didi ama troppo i piaceri della vita per rinunciarvi. Ama le belle donne e i bei vestiti, il buon cibo e la buona poesia – possibilmente tutto assieme. È un uomo dai gusti semplici e che sa esattamente quello che vuole. Questo non gli semplifica la vita, ma lo rende raro.
… Comunque.
Didi è stato chiamato in causa perché io sto, mio malgrado, tendendo le orecchie per capire che destino dare a Rush in Peace.
Lo realizzo qualche ora fa, chattando con Noes, dopo aver concluso un capitolo a quattro mani. La aggiorno sulle mie scoperte, dato che a romanzo finito dovremo capire che farcene, e per capire cosa si voglia fare bisogna prima sapere cosa si possa fare.
Dovete sapere, creature, che quella gran cazzata di The Secret, di cui ho avuto il piacere di vedere il DVD, in fondo ha ragione. E neanche troppo in fondo. Però è una cazzata 4dummies comunque, come il vostro adorato Zeitgeist, che vi fa riscoprire Neo-Illuministi dalle ampie vedute nel giro di due ore. The Secret, in breve, dice quello che diceva Agrippa 500 anni fa: che, per il principio per cui i simili si attraggono, se tu “chiami” una cosa con il tuo pensiero quella cosa arriverà.
Giacché anche nella più becera opera di successo c’è un fondo di verità, in questi giorni io sono stata sommersa da aggiornamenti sulle possibilità dell’editoria. Sono inciampata in articoli, amici mi hanno mandato links, leggo libri di autori che si danno all’e-book – e io aggiorno Noes, dandole in pasto con affetto quel che so, mentre Rimbaud mi tiene compagnia in camera sussurrandomi, osso del mio cane in bocca:
Devo pisciare.
Didi sospira lamentando il fatto che non in questa casa non sia ancora stata fatta della sangria. Rimbaud annuisce, e mugola lamentando la vescica gonfia. Almeno sulla sangria sono d’accordo. E anche sul pisciare.
Rimbaud depreca Didi. Rimbaud depreca la retorica e il masturbarsi con una bella prosa.
Didi stimerebbe Rimbaud – se lo capisse. Ma proprio non lo capisce. Sa che Rimbaud potrebbe scrivere – in francese, tra l’altro – poesia molto migliore della sua, ma non lo fa. Anzi, lo evita di proposito. La gente è proprio strana.
Devo pisciare.
Rimbaud diventa insopportabile, a volte. Quando va in loop, ad esempio. Che non osi lamentarmi, mi dice a volte, sono io ad averlo assunto a coscienza letteraria. Potevo farmi più furba, dice – lui non l’avrebbe fatto, non è così stupido.
Devo pisciare.
Intendiamoci: non sono una di quelle persone che potrebbero farvi una panoramica azzeccata dell’opera di Rimbaud. Mi limito a tenere le sue opere a portata di mano esclusivamente per due o tre passaggi a cui amo tornare, e per quei nove o dieci che ogni volta riscopro – ma variano, quei nove o dieci.
Non capisco la poesia – Didi non capisce come io possa non capirla.
Non capisco la poesia tranne Rimbaud.
E per “capire” intendo: è come se leggessi olandese. Grazie al tedesco posso capire qualche riga d’olandese, non è un muro di grafemi, ma gli occhi scorrono veloci perché la mente capisce troppe poche parole per comporre un significato interessante. Gli occhi hanno, insomma, fretta di levarsi dal cazzo e optare per qualcosa di più interessante.
Rimbaud è caso a parte, e questo mi ha fatto spesso domandare a me stessa se Rimbaud sia un’eccezione per me o se lo sia per la poesia.
La buona poesia, dice Didi, è quella cosa che leggi con piacere ad alta voce. Devi darle vita e ingoiarla al contempo per gustarla appieno.
Ho letto Rimbaud ad alta voce, tra me e me, a volte. L’ho letto a voce alta come a voce alta, tra me e me e con altri, ho letto passaggi della Bibbia e di Q.

-Signori, signore, amici tutti, por favor-. Nudo, braccia larghe, in ginocchio sul letto. -Alcune istruzioni prima, o richieste se vi pare: tu, amico Berndt, hai forse intenzione di uccidermi per arsura, porco bottegaio taccagno, è forse così?-

Didi fa una smorfia.
Che vi devo dire? A ognuno il suo.
Didi preferisce parlare, così – la poesia è un’altra cosa, dice.
Devo pisciare.
Didi tiene così tanto alla poesia che, dice VB, quando è in me io parlo un italiano da dizione. Potere della fede. (Mia, o sua?) Chissà cosa ne direbbe The Secret. Ho passato un’ora, in un treno, a leggere a voce alta passaggi di un libro insulso per provare la mia dizione. Non è semplice vanità, posteri: è anche un esame di “Linguistica italiana” da dare. Devo sapere, in teoria, quale sia la pronuncia standard dell’italiano – ma non è vanità, creature, spiegare quale sarebbe in teoria la pronuncia standard con la tua pronuncia scorretta?
Ogni popolo è risibile.
I britannici che hanno una pronuncia per ceto sociale, e i cui politici acquisiscono il King’s English di pari passo con la carriera. Prenderei le teste degli amici britannici che dissero che l’americano è kein Englisch e la sbatterei con violenza sulle assi della Mayflower. Poi passerei agli italiani che ignorano con noncuranza l’ortoepia per buttarsi famelici su di un congiuntivo sbagliato in un racconto. Didi ha trovato la sua via di mezzo, con un francese parigino e un inglese ancora venato di una vaga pronuncia, solo lontanamente riconoscibile come olandese, eppure c’è. Ignora con leggerezza la poesia imprecisa in francese, dall’alto della sua salda competenza. Non gli interessano gli esperimenti di Rimbaud. Una bella poesia, per Didi, è come una bella donna o un buon bicchiere di vino: un piacere intenso ed effimero al tempo stesso, che non va smontato. Non comprende tutto questo rimbaudiano latrare contro la retorica, né vuole capirlo.
Devo pisciare.
Rimbaud, invece, ha rinunciato a una vanità: quella di aver ragione. Non necessita più di aver ragione per poter dire qualcosa. Devi avere ragione per pisciare? No, devi avere ragione di pisciare, e le due cose si sovrappongono annullando ogni domanda.
Devo pisciare.
Didi gli indica tutti coloro che scrivono poesia senza saper neanche parlare. La poesia è una sublimazione, dice, della vita. La vita è poesia, volendo. La sua vita deve diventarlo – per questo Didi ama i bei vestiti e si arriccia i capelli alla moda, e ama corteggiare. Ama scopare, anche, certo, ma sono due cose diverse. Chiunque può scopare, pochi sanno corteggiare. Per corteggiare devi sapere che parole usare, devi essere maestro di retorica – Didi non sopporta chi va a puttane atteggiandosi a gran corteggiatore. Non sopporta i mariti e le loro scopate della domenica che, in taverna, vengono narrate come se fossero state meraviglie di virtuosismo. Non sopporta chi, non capendo la poesia, crede che la poesia sia tale in quanto insensata, e scrive dunque insensatezze dicendole poesia. Non sopporta chi, non capendo la poesia, la crede di gusto antiquato e quindi compone versi chiamando in causa “inani beltà” e “carezzevoli spirti” per il sapore intoccato che il passato ha – il passato, quel luogo in cui tutto era più romantico, nel senso storpiato di Romanticismo che abbiamo, in cui anche la più bieca e becera pulsione può essere nobilitata con un aggettivo morto, perché l’ignorante pavido rispetta e ammira ciò che non conosce. Didi non sopporta chi rende ogni bellezza “mozzafiato”, ogni scoop “sensazionale”, ogni capezzolo “turgido”, ogni luogo “comune” – non perché sia contro la retorica, ma perché la ama, questa retorica, come si ama una donna: per farla vibrare bisogna conoscerla in ogni anfratto, non basta copia/incollare le direttive dispensate da un generico manuale del perfetto scopatore.
Rimbaud, invece, è contro la retorica e basta. Rimbaud non corteggia, scopa – e quindi non vede perché dovrebbe dire di corteggiare. È la retorica che trasforma ogni scopata nella conclusione di un corteggiamento, dice. La retorica mente, dice.
Per questo lui deve pisciare così spesso: finché i suoi reni funzioneranno bene, e finché dovranno ingollare litri di pessime bevande zuccherate, lui dovrà correre al bagno ogni cinque minuti.
Ma si è fatto presentare un certo Diogene, e si sono trovati simpatici abbaiandosi in faccia. Diogene gli ha suggerito di farsi cane con tutto l’animo, e di pisciare in pubblico.
Devo pisciare.
Se l’arte diventa un modo di abbellire una brutta scopata, lamenta Rimbaud, allora bisogna darle in pasto il più schifoso pezzo di sterco che esista sulla terra. Bisogna metterla alla prova, quest’arte, e vedere se riuscirà ad abbellire anche il piscio di un poeta morto. Se dobbiamo venderci sterco dipinto d’oro – mugola – allora facciamolo fino in fondo, fino a che tutto – tutto – non venga ammantato in egual modo e così abbellito si possa unire agli Dei. Ci metteremo le scopate della domenica degli amici di Adriaan, e i suoi boccoli ben rifiniti, la Madonna dalla pelle luminescente che ti si è incastrata tra le sinapsi in una visione infantile, le schiere angeliche asessuate e quelle che hai intravisto ai lati di un incubo, nude e depravate, con enormi falli piscianti su di noi. Troppo facile darle in pasto rimpianti ammessi per metà, sogni frammisti a compromessi, vergogne nobilitate e assurte al ruolo di lezioni sulla modestia.
L’arte non è vita, dice Rimbaud, è la vita che dovrebbe essere arte.
Altrimenti all’arte toccherà l’ingrato compito di abbellire tutto ciò che nella vita non si è compiuto. Le toccherà servire la causa di tutti coloro che avrebbero voluto fare l’amore e invece hanno solo scopato, di chi non riesce a far benedire la propria bruttezza dagli Dei e quindi chiede all’arte di tacerla, di chi – incapace, come il nostro amico Adriaan, di portarsi a letto qualcuno grazie alla propria favella – cerca di conquistarsi i posteri con una strofa che dopo mille rifiniture emula freschezza; di chi, infelice, cerca il conforto di un’utopia e di chi, felice per ozio, insegue dolori dolci e pungenti come il peccato.
Devo pisciare.
Devo chiamare “modestia” quella che mi chiede d’aver ragione prima di pisciare addosso a qualcuno per poter partecipare al consorzio umano. Rimbaud non l’ha avuta, e un saggio reso tale dall’essere sopravvissuto alle proprie delusioni direbbe che è stato arrogante – ha sputato addosso all’umanità mentre ancora voleva entrarvi, per poi scoprirsi un cane lagnante dinnanzi alla propria gamba decomposta. Chiamatela “arroganza”, o “coraggio” – il modo in cui la chiamerete vi dirà chi siete, se scegliete la seconda. Scegliendo la prima rimarrete ciechi alla seconda. Non so quale sia la scelta giusta.
Rimbaud mi dà della pavida, perché abuso di lui. Potrei usare anche Picasso. In comune hanno l’aver vissuto un’infanzia da bambini-prodigio – consapevoli o meno di ciò – per poi, appena scoperta l’indipendenza del proprio talento, imbrattare tele e fogli con ciò che gli incompetenti disprezzano. Erano, nell’infanzia, ciò che la maggior parte degli aspiranti artisti rincorrono per l’intera vita. E vi hanno pisciato sopra. E vi è pure piaciuto, anche quando non l’avete capito – per questo oggi un sacco di gente piscia credendo che il bello del piscio stia nel fatto che è rivoltante.
La gente piscia luoghi comuni su inani beltà.
E Didi va a vomitare.

Non fraintendetemi: non ho scritto contro gli artisti o aspiranti tali. Non volevo pisciare sugli incompetenti né sui virtuosi.
Era una pioggia dorata generica, perché la vita è arte – o l’arte è vita, come preferite – e quindi siamo tutti artisti e quindi nessuno lo è.
Era una pioggia dorata generica, a benedire chiunque usi una parola, o un segno, o un sorriso o un silenzio per chiamare la vita “arte” solo quando la seconda gli/le serve per abbellire la prima.
Avete presente quella vostra amica che non è “grassa”, ma solo “in carne”? Ecco.
(Didi direbbe che è “ben tornita”, se volesse scoparsela – e se lo direbbe tra sé e sé e quindi a lei – se invece non gli piacesse sarebbe una “botte”. Didi vuole fare il poeta, non il filosofo alla ricerca de La Verità.)

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