Di missionari, assedi e corti letterarie.

Chi non muore si rivede, eh?
Sono morta innumerevoli volte, nella prima metà di giugno, dispersa tra bassi colli laziali, oziosi e schiacciati dal sole. Ma in una casa protetta da mura secentesche, a giugno, il tepore è sempre tenuto a bada da un’atmosfera cristallizzata nel torpore che compone il passato.
Sono morta per la gioia delle orecchie dei vicini, prendendoci gusto. Le mura assorbono ogni gemito, ma una finestra aperta spezza il limbo.
Tra una doccia e una cena, ho riscoperto l’assoluta semplicità delle cose.
Scopo lesbicamente a missionario e a smorzacandela (non sapevo si dicesse così fino a un minuto fa – che nome teneramente ridicolo), ossia nei modi più beceramente banali ever. Ora, non è che io voglia descrivervi in che posizioni sessuali scopo (anche se lo sto facendo), volevo solo condividere l’assurda banalità di ciò che per definizione non dovrebbe esserlo. L’unica chicca per gli appassionati di fisica consiste nel fatto che scopo a missionario e a smorzacandela senza l’ausilio né di dita né di strap-on e godendo come riccio (è bello essere bisessuali: non si può essere tacciati di non aver provato l’altra alternativa, e quindi di non sapere cosa ci si perde). Mi sono sentita così spesso chiedere “Ma come scopano due donne tra di loro?” che adesso che ho una risposta così semplice non posso che goderne interiormente. So che tal risposta non risponderà a un beneamato cazzo, per usare un francesismo, perché se lo facesse io non avrei motivo di spiegarvi quanto banale so essere a letto.
Volevo solo, ecco, per l’ennesima volta, farvi riflettere su quanto poco del sesso lesbico (reale, non quello ri-settato per essere venduto a un pubblico maschile) si sappia – così poco che molti di voi si staranno ancora chiedendo come faccio a godere come un riccio in quelle posizioni.
(Ma poi… Perché si gode come un riccio?)

Tra una morte e l’altra ho fatto diverse cose, docce a parte.
Ho fatto la turista dal primo all’ultimo giorno, beandomi in questa mia condizione. Ho visitato una portaerei infilandomi dove non avrei dovuto, ho mangiato carne e funghi fino a scoppiare, ho messo in soggezione commesse con il mio troppo formale approccio di cliente, ho rincorso gatti che non volevano farsi accarezzare, ho avuto un calo di pressione alle terme, ho trovato il colore che stavo cercando per il gonnabe studio, ho commentato vecchiette basculanti con N e ripescato ciambelle al plasma con J, ho fatto da attendente a VB (nel senso che mi lasciava a casa a farmi servire Manman, per cui ho pulito tappeti e trascinato sacchi della spazzatura piombati sotto al sole cocente), mi sono fatta dare dell’ubriacona in modo poco sottile, ho battuto a tappeto profumerie alla ricerca di profumazioni al gelsomino e al tiglio, ho chiesto a un polacco di croci di ferro e tante altre cose.
Per cinque minuti ho anche contemplato me stessa fare la stupida in treno con VB che, in modo non meno beota, giocava con l’ipotesi di toccarmi le tette. Ora, che io e VB si sappia essere stupide in modo encomiabile è risaputo (avete presente I soliti idioti? Ecco, esattamente così), ma mi mancava il realizzare quanto sappiamo essere stupide come una coppietta appena sbocciata che passa il tempo con dispetti vezzeggiatori e corteggiamenti divertiti (non prendete quest’ultima mia frase per pensare che siamo una coppia, maliziose creaturine). Gliel’ho anche detto: per diventare uno stupido cliché di ragazzina flirtante non è che mi servisse molto, a quanto pare, mi bastava un essere di sesso femminile e dal gender incerto con cui farlo. Insomma, io e VB persistiamo con il rapportarci l’una con l’altra come se fosse il primo giorno (e di mezzo c’è una convivenza di mesi con spazio vitale risicato). Ironico, isn’t it?
Va accostato al mio ruttarle in faccia mentre mi aiuta a indossare una collana. Lei ride e partoriamo questa creatura mitologica che dovete immaginare come un tenerissimo batuffolo di pelo con due enormi occhioni che scioglierebbero anche un reduce del Vietnam, una di quelle creature che causano in reazione degli “Aw!” commossi, e che si esprime ruttando. Gliene ho disegnato uno, rutto incluso, e l’ho fissato con del nastro adesivo sulla porta come Welcome! per quando fosse tornata dal lavoro.
Ho anche scoperto di condividere con VB il gusto infantile per la lotta fine a se stessa. Ci siamo rotolate sul letto dandocele fino a impregnare di sudore le lenzuola, per poi litigare per il suo infelice dirmi – a posteriori – che a un certo punto avrebbe potuto mettermi sotto ma non l’ha fatto, e ho dovuto spiegarle che non ce l’avrebbe fatta neanche se avesse tentato, e lei ha controbattuto che ero senza fiato e quindi ce l’avrebbe fatta, ma le ho sottoposto il fatto che non ero così tanto senza fiato e via discorrendo fino all’ennesima cena al girarrosto a cinquecento metri da casa, quello che sta per adottarci, quello che ci offre home-made biscottini e che alla quarta volta ha chiesto: “Vi porto direttamente il mezzo litro di vino?”
Sono stata bene, e i giorni sono volati. Sono volati anche se qui avevo lasciato incontri e progetti in sospeso, e che ho messo in stand-by a malincuore.
Il fatto è che sto bene con VB, cazzo.
La vedo per tre o quattro secondi, alcune mattine, la sagoma in giacca e camicia bianca pronta ad andare al lavoro, foulard attorno al collo. Sono troppo assonnata per definire i contorni, quindi c’è solo quest’idea di lei – evanescente apparire che mi sussurra un “buongiorno” posando la tazza di caffè bollente, con un sorriso soddisfatto-compiaciuto mentre mi guarda, e la guardo mugugnando sonno e soddisfazione-compiacimento. Reclamo un saluto meno incorporeo e la sagoma si avvicina, mi deposita un bacio da qualche parte con tracce del suo odore, poi svanisce e io ripiombo nel sonno.
Vorrei, come spesso mi capita, condividere quel che il mondo mi dona. Vorrei, con le parole, ricrearlo per farvi com-prendere. Ma la lingua mi tradisce. I cliché non accorrono in mio aiuto. Dovrei chiamare in causa troppe cose discordanti, e sarebbe non dall’unione, né dalla fusione, ma dalla negazione di una da parte dell’altra che nascerebbe quel che vedo in quelle mattinate insonnolite.
Dovrei battere due dita sulle spalle di un galeotto di Genet e chieder lui di voltarsi per un secondo – quei secondi che Genet dilata all’infinito – quello in cui puoi inquadrare un sorriso che va formandosi, un sorriso rubato a un qualche interstizio. Al di sotto, sotto la maglia lacera di un marinaio che si apre in bottoncini sul petto, dovreste sentire il lieve gonfiarsi dei pettorali – non è la loro durezza, ma la loro massa su cui poso la fronte – poi dovreste chiudere gli occhi e riaprirli nelle vesti di un qualcuno che ha bisogno di una pausa di conforto e la trova in un seno morbido e totalizzante, in cui soffocarsi e con cui giocare come bambini, eppure senza tirare in causa triti e ritrici freudiani cliché materni. Il suo polso, invece, è saldo e fragile al contempo: si piega con la solida grazia di una statua greca, un dio della determinazione colto nella propria adolescenza. Così è anche il collo – i tendini che vibrano al massimo della tensione, la testa buttata indietro – la testa buttata indietro di un eroe che cerca di sollevare un titanio e quella indietro reclinata di un’evanescenza klimtiana che nel proprio apparente abbandono serba saggezze che pesano come macigni.
Avrei bisogno di un’altra lingua, nata in un altro dovequando, in cui certi opposti non sono tali e in cui “accogliente” e “conquistatore” sono sinonimi.
E dovrei anche aver smesso di darmi a certe beate contemplazioni da passione appena sbocciata – ma, per fortuna, posso ancora ridicolizzarmi.

La Manman di VB mi adora. Non chiedetemi come ciò si coniughi a farmi portare sacchi della spazzatura e altri pesi: ho eseguito il tutto come se fosse una prova da superare, e chissà se lo era.
Comunque, la Manman di VB mi adora e VB stupisce, perché di solito quella creatura dall’ironia non trasparente preferisce farsi i fatti propri. Per lei ho intrecciato fili di ferro mentre lei per me confezionava una borsa (di cui presto andrò fiera).
Sono riuscita anche a conquistare la gatta, di VB, ammasso di ossa e peli aggrovigliati che non voleva ammettere di morire dalla voglia di essere coccolata da me. Povera illusa gatta.

Ho letto.
Ho letto James (La coda del diavolo), che mi ha tenuto compagnia in un lungo viaggio in treno e per una lunga notte solitaria, sorridendo a battute che potevo immaginare dette dalle sue labbra nel tono che ora so riconoscere come suo.
Ho letto The Cellist of Sarajevo senza capire cosa pensassi di quella prosa, ripiombando in un tema studiato qualche anno fa (oh miei amati assedi).

Ho scritto.
Ho scritto Rush in Peace, ovviamente, e vi basta andare sulla pagina su Facebook per avere un assaggio delle ultime parole partorite.
Abbiamo 39 utenti, al momento – e godo per ognuno. Cerco di mantenere la pubblicità a un livello non invasivo – odio spammare gli altrui walls, le altrui caselle di posta, diffondere PMs non richiesti – e questo rende quei 39 utenti corposi. A una lista di contatti di 22 persone su gmail vengono spediti gli aggiornamenti – siamo al 19° capitolo, dal 20° in poi dovrò aggiungere i vecchi lettori (che fino al 19° avevano già letto). Non sto facendo leva su niente che non sia RiP stesso – né su me stessa come già pubblicante scrittrice, né su simpatie personali o favori dovuti. Voglio che RiP nasca da sé, tutto al presente – voglio che rimanga quel che è stato finora: un prodotto che non deve appoggiarsi ad altro.
È la libertà che si ottiene dopo essersi tolti lo sfizio di pubblicare. Lo consiglio a tutti gli aspiranti scrittori: fatevi pubblicare dietro retribuzione, così smetterete di rincorrere quest’idea. Non che io abbia deciso che non pubblicherò mai più, ma devo trovare un compromesso e posso concedermi il lusso di darmi tempo per farlo: non ho né le pressioni che ha chi deve pubblicare per sopravvivere, né quelle di chi vuole pubblicare per dimostrarsi di poter pubblicare.
È che – aspiranti scrittori, scrittori fatti e finiti e passanti – quando ancora scrivevo con l’ottica di pubblicare quasi mi sentivo in colpa nello scrivere una cosa come Gioco della rosa. Questo maledetto fuori-genere, che non commette nessun peccato se non quello di non commettere peccati prestabiliti. Fa riflettere. Mi fa riflettere la società delle etichette, in cui si investe sul prodotto dal target certo.
Ho discusso – e ne discuterò ancora a lungo – sul come alcuni libri vengano pubblicati per il semplice fatto che hanno le giuste carte per compiacere un certo pubblico. Per questo la scrittura di genere è così limitante: sono quegli stessi limiti a renderla un prodotto vendibile con maggior certezza. Sai già a chi indirizzarli – il pubblico è già pronto, non devi crearlo.
Osservo dal mio silenzio i dibattiti interni al mondo dello scrivere di genere – interni a ogni singolo genere, che lamenta il proprio essere un genere e quindi essere ghettizzato. Non è implicito? Non viviamo nella magnifica società delle pluralità coesistenti? Ma mi ricorda il pluralismo alla britannica, in cui hai diritti bonus solo se appartieni a una minoranza – quella musulmana, quella omosessuale, quella handicappata – quella action, quella horror, quella sci-fi.
Osservo dal mio beato silenzio le lotte intestine, le voci che rispondono prima di aver ascoltato, e ciò rimbalza tra le mie sinapsi assieme al mio osservare – discutendo con alcune persone nelle ultime settimane – l’italiano parlarsi addosso, urlarsi senza ascoltare l’altro. So che le due cose hanno ben poco in comune, che sono guidate da due dinamiche diverse, ma ne osservo il concomitante entrare nelle mie riflessioni.
Ho seguito brevemente un dibattito (l’ennesimo) sull’opzione e-book, e-book VS libro cartaceo, rendendomi sempre più conto di quanto sia minuscola l’Italia e di quanto sia al contempo immensa. Facebook aiuta nel visualizzare ciò che intendo. Immaginate una moltitudine di microscopici puntini che si agglomerano attorno a 8-9 punti di dimensioni maggiori: è il quadro che sto avendo del mondo della letteratura di genere (vari, che s’intersecano, dall’action al giallo alla sci-fi all’horror) in Italia. Gli 8-9 punti di dimensioni maggiori sono gli autori affermati e conosciuti, i microscopici puntini sono i lettori. In mezzo ci sono gli scrittori che si considerano della domenica e gli aspiranti scrittori, quelli che hanno cosparso riviste online di racconti e quelli che sono sbocciati da nulla, quelli dal lungo e difficile percorso, quelli che si pubblicano fai-da-te e quelli che tacciono attendendo la Grande Occasione. In questo confusionario quadro, dura a morire, rifulge la Torre D’Avorio gramsciana: appena un puntino riesce a ingrandirsi e ad attirarne altri si fa élite, poeta-vate – e abbiamo i dibattiti su e-book VS libro cartaceo portati avanti come se i puntini ingrossati fossero già una casta, dibattiti portati avanti come se fosse quel dibattito a decidere delle sorti del libro cartaceo.
In mezzo ci sono i Recensori, categoria da me scoperta da poco. I Recensori sono una razza di persone il cui hobby è, per l’appunto, recensire – sono le loro recensioni (nel piccolo come nel grande, no?) ad aiutare i puntini a ingrossarsi. Ho scoperto i Recensori perché nel mio beato limbo RiPpiano un paio si sono avvicinati a me. Ora, io sono grata a chiunque faccia commenti e critiche a ciò che scrivo, felice di rispondere a domande (sono un’opinionista speculativa del cazzo, non poco egocentrica), ma non riesco a capire la gioia di recensire (sono pessima a farlo). Mi sono anche chiesta – più come rigurgito di memento mori suggeriti dalla fiction – quale sia il potere di un Recensore. Il domandarmi quale sia il motivo e quale il potere di un Recensore, e quale sia la relazione tra le due cose, mi ha inquietato un po’. Mi ha inquietato il vedere gente recensirsi a vicenda, a mo’ di scambio di favori. Recensirsi con sbandierata spietatezza a vicenda, criticando chi non critica spietatamente (criticando alcune cose e non altre: c’è chi si ostina sulla prosa pura ignorando la coerenza della trama e chi critica il ritmo ignorando la prosa). Ho intravisto orde di riviste online, mescolate a blog, o riviste con blog annesso, il cui scopo è recensire e/o pubblicare, entrambe assieme, e che offrono gratuiti servizi di editing che promettono un lavoro professionale, puntuale e preciso (il lavoro professionale di migliaia di siti di sconosciuti – sono felice di essere stata una correttrice di bozze, perché almeno da quel punto di vista non ho bisogno di aiuto), spietato della spietatezza di cui sopra. Uso il termine “spietatezza”, ma è scorretto: è la “spietatezza” del chirurgo professionista, o che tale vorrebbe essere. Quello che rende perplessi, l’illogicità che fa concludere a un bambino che Babbo Natale non può esistere perché prova tu a consegnare doni a tutti i bambini del mondo in una notte sola, è il fatto che ogni blog/sito/rivista accettante scritti da revisionare s’erge a Vera Professionalità dettando le proprie regole contro quelle altrui, e se ognuno di loro porta la Vera Professionalità, allora quante vere professionalità ci sono?
Fa girare la testa.
Amo il mio limbo che s’ostina a non prendere parte.
Detto tra noi (cioè detto a chiunque – dovrei smettere di ricorrere alla retorica, del tutto), se ho pubblicato è stato per sbaglio. Non stavo rincorrendo scrittori. Mi ero limitata a simpatizzare con lettori di un romanzo. I lettori in questione mi sono stati simpatici e successivamente ho scoperto che erano anche scrittori, e quindi li ho letti – come si legge il libro di un amico mentre lui legge il tuo. Continuo, colpevole, a fare così – “colpevole” ogni volta che un Nome Autorevole, un Editore caposaldo, un recensore d’annata (sempre nella Torre D’Avorio microcosmica della scrittura di genere, che a volte sconfina altrove) mi ha addato su Facebook e io non avevo la più pallida idea di chi fosse (grazie, Google, per esistere). Sono di un’ignoranza vergognosa, in effetti. Tale ignoranza mi salva: non posso ricorrere all’adulare il libro di un Nome Autorevole per farmi amico l’autore. (D’altro canto corteggio scrittori che adoro e che sarei io a voler aiutare a scrivere ciò che vogliono, potessi farlo.)
Inciampando in lettori che ho poi scoperto essere scrittori ho visto l'”effetto Corte”. Lo conoscete. Chiamatelo come volete: è quella strana dinamica che fa sì che i minuscoli puntini si agglomerino attorno a un punto più grosso. È fatta di reverenze, soggezione e adulazione. È l’arbitrario trattare con i guanti un qualcuno perché è un Qualcuno di professione. È il mantenersi a rispettosa distanza nell’attesa di poter essere al suo livello e averci a che fare da pari. È moderatamente aberrante, come molte dinamiche sociali. Per legge di Murphy è controproduttivo, tra l’altro, nel senso che per esperienza è chi se ne sbatte delle gerarchie a star simpatico a chi sta in alto. A chi starebbe simpatico un cane dalla fedeltà aprioristica? (Intendo, a parte che per comporsi una Corte?)
Ma comunque.
L’Italia, si sa, ha un suo cattolico mafioso fatalismo, e ciò fa sì che io ne abbia sentite di ogni sul mondo letterario, di genere e non. Ho dovuto pure studiare l’editoria in Italia per un esame, sciorinando al docente informazione studiate su libri su una collana in cui ho pubblicato.(“Buongiorno, Prof. Secondo ciò che dice il suo esimio collega, considerando dove ho pubblicato, io scrivo paraletteratura; ma se riporto quello che asserisce l’altro suo esimio collega, da un punto di vista stilistico, sono autoriale-postavanguardista. Sono uno di quei rari casi citati a pagina 263 del manuale: a quanto il manuale dice, se mi va bene, creerò un nuovo genere, che le successive generazioni ripudieranno come io oggi ripudio i generi già esistenti. Se mi va male… Il manuale non dice nulla a riguardo. Ha qualche suggerimento?”) Ho studiato saggi scritti da Professoroni che non dialogavano con gli scrittori di cui parlavano, e parlato con scrittori che lavorano nel campo senza analizzarlo, questo campo, dall’alto. Ho il doppio handicap di studiare troppa teoria per enjoyare l’ottica dei generi, e di aver visto l’ottica dei generi troppo dall’interno per blaterare teoria dall’alto di una posizione intonsa. I Professoroni mi parlano dei perché del successo di certi Super-Uomini che riappaiono da due secoli nella nostra letteratura popolare, con uno sguardo forse fin troppo ampio, mentre lo scrittore-blogger lamenta la poca caratterizzazione dei nemici zombi nelle opere degli ultimi due anni, con uno sguardo vagamente troppo focalizzato. I Professoroni lamentano la dozzinalità delle opere da edicola senza leggerle, scoprendo magari che tra tanta prosa 4 dummies ci sono perle ingabbiate che mostrano un contorsionismo geniale, mentre gli scrittori che si sono conquistati una fetta piccola ma salda aggrediscono i Grandi Teorici lamentando la loro polverosità senza rendersi conto del fatto che è lo scrittore autoriale quello che rinnova la lingua, mentre le opere di genere tendono a essere conservative (conservative nella loro fu innovativa nicchia, ma pur sempre conservative).
E io galleggio beata nel mio limbo.
Galleggio beata scoprendo che J, in un’intervista, pone tra i suoi scrittori preferiti C (che mi perdonerà, se la strattono di nuovo qui in attesa di sapere se tale trascinarla nel gorgo delle mie riflessioni urta – è per una buona causa, o almeno spero di aver azzeccato nello scegliermela) – lo scopro tra un’e-mail mandata a J e una mandata a C, scoprendo che di entrambi apprezzo la capacità di non dividere il mondo in compartimenti stagni. J e C non hanno una beneamata sega in comune, a parte questo. Scrivono cose diverse con stili diversi con pubblici diversi di generi e non-generi diversi e con punti di forza opposti. Paradossalmente è quel loro non ragionare per generi a farmeli accomunare. Li prenderei entrambi, piazzerei dinnanzi a un camino a sorseggiare bevande calde a scelta, rimirandomeli per qualche minuto, cercando nei loro sguardi quel qualcosa che li lega l’uno all’altro come esseri umani ai miei occhi.
Il punto, come al solito, è sempre questo: l’essere umano. Quella cosa che sta a metà tra gli ideali intoccabili dei teorici e la bidimensionalità funzionale del genere. Quell’utopia che è tale perché non è un’utopia arresa a se stessa né l’iper-dettaglizzazione di un lato del Creato a discapito degli altri.
È qualcosa di fottutamente difficile da trovare, perché non ho etichette con cui cercarlo in libreria. Mi tocca sfogliare libri su libri alla ricerca di una prosa che mi dia quello. Non è riconoscibile dal riassunto della trama né dalle arzigogolature della sintassi. Mi tocca prendere tra le mani l’individualità di ogni singola opera a prescindere dal suo contenuto puro e dalla sua pura forma.
È un compito ingrato, quasi quanto il cercare l’Essere Umano indipendentemente dal suo sesso, dalla sua nazionalità, religione e partito politico.
(Vedete che tanto alla fine parlo sempre delle solite cose? D’oh. Sesso e speculazioni sui massimi sistemi – fra 20 anni mi troverete alcolizzata all’angolo di una strada a blaterare profezie irrisolte mentre cerco di toccare il culo di un passante, rovinando ridicolmente a terra. Amen.)

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