Arrivi e partenze.

Osservare come una persona faccia la valigia deve dire molto, su quella persona.
Io mi faccio per l’ennesima volta metodica e creativa al contempo.
Stendo un velo bianco e lindo sul letto, e comincio a riversarvi i vestiti nell’ordine in cui sono riposti nei cassetti – cassetto delle magliette e canottiere in bianco e nero, cassetto delle magliette e canottiere in tutte le terre assieme a quelle blu, viola e verdi, cassetto della maglie in bianco e nero, cassetto delle maglie in tutte le terre… – disponendo il tutto in scale di colori. Seleziono, sorrido soddisfatta, e poi impilo per colore, formando cumuli che vengono stretti da nastro celeste (non è un accorgimento estetico: è che il nastro è di quel colore).
Il mio armadio segue un comodo rigore da psicopatico: è catalogato in base al colore (tre grandi gruppi: il bianco&nero, le terre, tutto-il-resto) e alla tipologia (magliette&canottiere, maglie leggere, maglie pesanti, maglioni leggeri, maglioni pesanti, pantaloni e jeans piegati in due modi diversi). Faccio shopping sapendo quali slots vanno riempiti. So, ad esempio, che mi mancano dei pantaloni estivi grigi. E invernali beige. E via discorrendo.
N disse che la sua intima mascolinità poteva essere osservata nel suo modo di fare una valigia: pratico, essenziale, salva-spazio.
Per quanto riguarda me, la valigia assorbe tutta la mia femminilità residua. Credo infatti di aver messo in valigia una sostanziosa varietà di capi. Varietà, creature, e userò ogni singolo pezzo: vivo con il terrore di non poter scegliere (non solo nell’ambito “vestiario” – l’ambito “vestiario” riceve in riflesso tale mia fobia).
Poi c’è il sacchetto con vari foulard e cinture, quello con le mutande da casa, quello con i perizoma da fuori-casa, quello con reggiseni… (La biancheria intima fa eccezione: esiste solo in categoria “bianco&nero”.)
Dopo completerò con la parte più complessa della valigia, ossia: tutto-il-resto. I libri da portare a VB, quelli che voglio leggere io, (che schifo fanno le pseudo-micro-scolopendre quando le smolecolarizzi contro il muro), quelli che devo studiare; netbook e alimentazione, lettore MP3 e caricabatterie; nonché l’infinita varietà di varie&eventuali che uso e abuso nel farmi una doccia (sopravviverò senza tutte le mie creme profumate? Dai, Sna, sei sopravvissuta fino a un anno fa senza mezza crema, poi sei diventata una checca vanesia, ma puoi sopravvivere).
Domani (perché sono le 4 del mattino) parto per la terra di mezzo, ossia il Lazio. Sarò ospite di VB – cioè, una cosa a metà tra l’essere ospite sua e della sua Manman (è creolo), quella che mi adora, che mi vuole (ri)portare alle terme, al mare, che rompe il cazzo a VB dicendole di mettere a posto la camera perché non intenderà certo farmi trovare un simile casino, chiedendole se si è già preoccupata di cosa mangeremo, se mi porterà fuori e cosa Manman deve cucinarmi (Manman non è mai stata una grande cuoca per VB – ma io sono il figlioletto, o la figlioletta, e insomma non si capisce, virtuale che non ha mai avuto, a quanto pare).
Mi mancano i pini marittimi.
Mi manca quell’aria fresca, frizzante, che mai si posa. Il cielo azzurro (ricordatevi dove abito: qui si va da un grigio-cavo a un bianco-sperma, passando per un viola malato) con le nuvolette-ette-ette. Mi manca anche la gente vestita in modo kitsch (fatemi giocare la checchesca parte della milanese anche se non lo sono – uno nella vita dovrà pur distrarsi dalla vostra esistenza). Ma non è esattamente nostalgia, quanto più una sana voglia di. Ho voglia di vedere i panciuti autoctoni stravaccarsi alle terme, con quell’indolenza prepotente con cui ricordo tanto Civitavecchia quanto Roma. Non mi manca il caos d’esseri umani e macchine romano, quello no – persisto con cocciutaggine a vedere il romano come un scimmia a proprio agio, o mi vengono in mente metropoli sorte sulla cima di Terzi Mondi, in cui ti danno una pacca sul culo con il cofano per poi riservarti sorrisi che io non farei neanche alle persone a cui voglio più bene. Ma, anche se non mi manca, non mi spiacerà finirci in mezzo di nuovo, giusto per sentirmi un po’ più turista confusa – e guardare il mondo con gli occhi meravigliati della turista, essere scambiata per straniera e avere gente che mi sorride. Odierei il farsesco italiano che con il proprio caloroso fascino si fa largo nella tua visuale – ma basta immedesimarmi nella turista che ho in me e quei tizi abbronzati dai sorrisi ferini mi appariranno il romantico italiano tanto vagheggiato nel mio anno in Germania (è facile amare i cliché folkloristici: sono qualcosa di, per definizione, lontano da te, transitorio e lì apposta per divertirti). (Sto parlando come una spocchiosa creaturina che s’erge sulla cima di una civilizzazione che reclama tutta per sé, sì; ossia, come il solito colonialista vittoriano che tanto ripudio. È che, creature, è delizioso farlo.)
Ho anche voglia di rivedere J con sullo sfondo la parata militare del 2 giugno, se il 2 giugno sarà.
J ha riempito diverse serate, diverse chattate dall’argomento mutevole. Rush in Peace è il collante, ma poi si divaga – e sto familiarizzando con J come si familiarizza con quelle internettiane presenze che vuoi a riempirti le pause, solo che J l’altra sera ha accolto una Me ubriaca facendomi trovare nella casella e-mail un video-trailer per RiP. Roba da mettersi a piangere, saltellare sul posto, abbracciarlo, sollevarlo da terra e farlo girare (cosa che mi riuscirebbe alquanto male, essendo lui vagamente più alto e grosso di me – ma l’alcol fa miracoli, non si sa mai). Sapete cosa significa, un video-trailer? Significa che la personcina è entrata nel mondo di RiP abbastanza da cominciare a crearne parti. E ciò, ovviamente, mi commuove. Mi commuove anche la disponibilità di J ad aiutarmi con tecnicismi che per me sono arabo – una disponibilità che deve essere una commistione tra carattere, scimmia per i tecnicismi e apprezzamento di RiP, suppongo.
Con Noes possiamo ricominciare a scrivere da oggi, ossia da domani, e facciamo passare un paio di giorni perché sarò un po’ impegnata. Ha dato l’esame che le catalizzava ogni attenzione, e così possiamo metterci lentamente in marcia. Sprono a un lavorio senza fretta, con i tempi necessitati – tanto abbiamo 12 capitoli già scritti da dare in pasto.
Nel frattempo, ho usato le pause (e anche quelle che non sarebbe dovute essere pause) per scrivere quei pezzi che intervallano RiP – quelli che delineano e approfondiscono l’ambientazione, per intenderci. Ho avuto un’idea per il re-inserimento del nostro caro Krzysztof (che verrà chiamato “Christo” causa impronunciabilità del nome), che volevo più presente. Christo è stato costruito sulla stessa matrice che partorì Nikolaus – ve lo ricordate, il nostro tagliatore di diamanti ebreo con il vizietto delle ragazzine, che vive tra miserabili anche se è ricco (anzi, proprio perché è ricco)? Christo/Nikolaus è un augurio di buona vecchiaia su una qualche corrotta spiaggia assolata, una piña colada in mano mentre esseri umani giovani e servizievoli si divertono (o fingono di divertirsi – ma tanto tu sei al di sopra di tali bieche preoccupazioni e non ti formalizzi) corteggiandoti i sensi. Il genere di persona che ti causa una subitanea simpatia, che è più una forma bonaria e ottimista di invidia.

Krzysztof, il cliente, un cyborg che oscilla sfacciatamente tra organico e inorganico, tra élite e feccia, accarezza il vetro con una certa tenerezza. Stona. Krzysztof ha quarantasei anni cyborg, l’aspetto di un umano di ventidue, ed è un mediatore. L’anello mancante tra due razze che da decenni a forza collaborano e che si sono sempre odiate troppo per cercare compromessi.
[…]
“Parlo di una svolta, Peacemaker. La casta cyborg è cresciuta abbastanza, ora si può permettere rivoluzioni interne. Parlo di un gruppo di giovani cyborg, discendenti di Mittal, Depoortere, e anche il tuo Goryeo, che ha trovato un antico libro in cui veniva descritta la società ideale. Una cosa chiamata ‘Legge Pubblica’, in cui i figli sono di tutti. Nessun padre, nessuna madre. I cyborg non digeriscono più di dover partorire un essere di carne e doverlo allattare per anni in attesa delle sostituzioni chirurgiche. Gli fa schifo. Ah, non guardarmi come se la cosa non ti riguardasse… Né io né te siamo più capaci di certe cose. Inseminazione, okay. Ma un bambino… No, un bambino no. È il titanio. I bambini cyborg vengono allattati da badanti umane, ci sarà un motivo, no?”

Peace, invece, mi tiene placida compagnia.
Peace è uno tra quegli ideali compagni con cui passerei una mistica nottata in silenzio a osservare fuoco divorare legno. Lo uso – ma di questo posso rendermi conto solo adesso, non ne ero cosciente quando cominciammo a scrivere RiP – per sfogare il fastidio (dovuto a un non-comprendere) che mi causano una gestualità inutile e rumorosa, il lamentarsi costante che forma il brusio di una serata al bar, e tutte quelle cose a cui a malincuore ho dovuto ri-abituarmi quando sono tornata in Italia (intendiamoci: anche i crucchi si lamentano, e con una pedanteria massacrante – ma non capirli mi riesce meglio).
A parte questo uso, ho poco a che spartire con un Peace. Ha un che di Tanz – il nome che ho dato alla mia coscienza più irreprensibile e nietzschiana – ma questo “che” si ferma al must “Cammina sul dolore, cammina sulla fatica, cammina su te stessa” – cosa che devo farmi ripetere da una coscienza costruita a tavolino perché infine non ci credo troppo.
Peace che è più un’ideale di amico che di personalità.
Peace che ho potuto permettermi di creare così immoto e silenzioso solo perché a fare da contraltare c’è Noes – i suoi rumorosi Byron e Michel che riempiono quello che altrimenti sarebbe un noiosissimo silenzio.
(È il motivo per cui non riesco a scrivere di Cody “Banshee” Horton: quell’uomo è troppo silenzioso, anche interiormente.)

Sto leggendo La canzone di Jolanda di Claudia Salvatori. Dirvi “ve lo consiglio” è scontato e ridondante: vi consiglio Salvatori in toto, indifferentemente dal modo in cui si è declinata.
Ve la consiglio essendo di parte, e intendo: consigliarvela è come consigliarvi me stessa, solo che Salvatori esprime meglio cose che io vorrei esprimere ma non riesco. E lo fa con più semplicità, senza perdersi in morbose elucubrazioni.
Posso leggerla senza dover frenare sorrisi di compatimento (sono sempre una creatura modesta) dinnanzi a narratori dalle visioni limitate, senza dover sbuffare dinnanzi a una retorica che non viene criticata per essere retorica solo perché è usata da così tanti che viene preso per buono sia valida. Salvatori dice qualcosa di rivelante tra una parola e l’altra, non in ciò che le parole compongono. È il come e non il cosa a far sì che io mi stia riempiendo la libreria di suoi lavori. Salvatori è la dimostrazione che è il linguaggio il primo veicolo di significato, e quindi di visioni del mondo. Dio la volle crescere negli ambienti della narrativa popolare, così che Salvatori ha imparato a fare quello che io mi ostino a non voler fare: essere leggibile e d’intrattenimento.
Per questo dovete leggerla: perché è un ponte tra me e voi.

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