Tragicomicità e altre vanità.

Passerò le prossime 24 ore a consumare i tasti “g”, “r”, “a”, “z”, “i” ed “e” – perché è il mio compleanno e Facebook esiste e voi non avete un cazzo da fare. (E non perché fate gli auguri a me, ma perché se la maggior parte di voi – con cui non scambio mezza parola da anni – mi scrive “Auguri”, allora significa che lo fa con tutti gli altri contatti – fatevi due conti.)
Oggi ha piovuto. A dirotto. Cielo oscurato e tenebra in camera.
Una pioggia purificante, che ha lasciato in dono un doppio arcobaleno immenso, così immenso che non sono riuscita a fotografarlo tutto.
Mi ha messo di buon umore.
Il ribaltarsi delle condizioni atmosferiche ne ha creata una onirica, dando un po’ di varietà ai cieli perennemente indecisi di queste parti.
(Mi mancano le nubi che si muovono velocemente in cielo, come scappando, mentre il vento ti sferza le guance appena arrostite dal sole.)


Due giorni fa mi sono arrivati tre libri di Claudia Salvatori:
Schiavo e padrona
Il sorriso di Anthony Perkins
La canzone di Iolanda

Il problema è che i primi due li ho già letti, e ho iniziato il terzo.
Il problema è che i romanzi scritti da Salvatori prima o poi finiranno – è un problema che conosco bene, in cui sono inciampata diverse volte. Querelle de Brest è l’unico libro di Genet che non abbia letto, e così sto procrastinando la sua lettura – avevo trovato un’ottimale soluzione: leggere Salvatori, che me lo richiama, per procrastinare meglio. Di conseguenza, vi rendete conto della ridicolaggine della situazione in cui mi trovo?
C’è qualcosa, in Salvatori, che c’era anche in Testori. Non è esattamente il narrare di vite di periferia, ma qualcosa d’implicito in ciò.
In ogni caso, vi consiglio Il sorriso di Anthony Perkins. A morte. Non fa qualcosa che gli altri libri di Salvatori finora letti non facciano, ma lo fa meglio, e ciò che fa è raro: con fredda ironia rivela gli assurdi paradossi di una società. Odio il termine “ipocrisia”, troppo abusato, e per questo ho amato questo libro: perché non lo usa ma la rivela.
C’è qualcos’altro, in Salvatori, che c’era anche in Testori: il ricorrere a stralci della vita quotidiana, quella più bieca e commercializzata, dai film ai fumetti a quegli insegnanti mediatici alternativi che formano l’infanzia – il prenderli, ripeterli, esautorarli, rivelare l’incolmabile abisso tra realtà rappresentata e ciò che della realtà non viene rappresentato.


C mi scrive:

Auguri per un altro anno oberato di cose da fare per contrastare il vuoto che ti ispira tanto timore.

Sarebbe eccessivo dire che C è una delle poche persone che mi conosce così bene – una delle poche-poche, non poche-decine – ma puntuale dire che C è l’unico a conoscere un certo lato di me (che non è esattamente quello che ama ricordarmi). Ha qualcosa a che fare con un che che abbiamo in comune, o il fatto che in comune abbiamo il non averlo, quell’essere perversi polimorfi che credo di non aver trovato in nessun altro – forse non ne ho avuto il tempo, di conoscere abbastanza altre persone da giungere a quello.
C è rilassante per mancanza di cazzate interiorizzate.
Di cazzate ne dice e pensa tante, ma lo fa con la leggerezza di chi non ci crede.
Probabilmente, un giorno io e C finiremo con il mangiarci a vicenda, lentamente, in silenzio. A quel punto lui si sarà arreso al credere in qualcosa e io avrò smesso di cercare di credere in qualcosa.


Io e N ci siamo date un appuntamento, infine, in concomitanza con l’Europride a Roma (il mio primo Qualcosapride).
Temo possa darmi buca (di nuovo), ma sono placida. Le ho scritto che è dai tempi che sono cotta di lei, ma ormai la conosco da troppo tempo e quindi “la tratto con paziente affetto, anche interiormente”. Le lancio frecciatine sul come è fatta, perché pare io conosca incredibilmente bene alcune parti di lei (ovvio, sono la donna della sua vita) e poi rimango a contemplarmi nell’assurda situazione che mi vuole giunta a quel punto in cui gioco la parte dell’innamorata paziente che conosce l’altro e quindi non se la prende per certe cose. Le darei pacchette sulla testa, a volte – e poi la stropiccerei come un peluche.
È assurda, tal situazione, perché io sono quella che gioca la parte della futura autrice di Diario della seduttrice pansessuale e lei è una creatura dall’autostima sociale di uno schiavo da piantagione – e io sono quella che viene com-mossa dal suo essere, struggendomi con moderazione.
Bella, la vita.
Divertente, perlomeno.

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