De-lirare.

È sempre strano ritrovare dopo tempo una persona che hai salutato lungo il percorso.
Strano, e inciampo non di rado in ciò, così che quasi potrei dirmi che scompaio dalla vita delle persone e lascio che le persone scompaiano dalla mia per poi ritrovarle. Uno strano gioco erotico tra me e il Creato – scomposto negli esseri umani che la compongono, diventano parti di un corpo da coprire e scoprire.
Ritrovo questa persona in Spagna a scrivere di climi e atmosfere che mi ricordano il realismo magico di cui proprio lei mi aveva parlato.
Aveva in sé qualcosa di caldo, questa persona – il modo in cui si abbracciava da sola, coccolava, ma anche il modo in cui la sua massa occupava lo spazio, una presenza che andava così tanto in contrasto con l’esilità cui auspicava quando l’ho conosciuta. Tale contrasto la impregnava di una goffaggine ingombrante, ricordo.
Ricordo il suo corpo bollente, in notti di sesso da prime armi – mi sono fatta una carriera, su quel corpo per lei immenso, che andava trattato con un’accortezza che non ho mai più dovuto usare – immaginate quindi che idea io mi sia fatta del corpo femminile altro rispetto al mio, questa delicatezza che una virgola sbagliata poteva rendere fragile come un imene.
Fondamentalmente, pensandoci a posteriori, non aveva senso che andassimo a letto assieme.
(Ma, suppongo, quando hai voglia di una cosa e poco parco umano non ti chiedi se la persona davanti a te sia ottimale per il tuo essere e viceversa.)
Aveva più senso il suo cervello. La creatura aveva un intelletto fine, come l’ironia, il genere di persona da portarti agli aperitivi perché assieme tessete dialoghi da film, non un accento fuori posto.
Ho già parlato di lei, in queste pagine.
Ho parlato della folgorante gelosia che le è uscita da chissà dove quando si è trovata un ragazzo – non gelosa nei miei confronti, ma in quelli del ragazzo. La mia imparzialità poliamorosa l’ha ferita nell’orgoglio: pensava che l’amicizia sarebbe prevalsa sui principii, mentre io già, evidentemente, non concepivo amicizia senza principii.
Ho temuto, quando ho visto il loro rapporto nascere, che la sua immaturità (immaturità emotiva, mancanza d’esperienza) prevalesse sul suo carattere. Temi l’uomo che dopo anni di bramosia ha finalmente tra le mani ciò che avrebbe voluto avere pensando di non poterlo avere.
Comunque, la creatura si è rinchiusa nel primo rapporto a cui si è aperta (o il secondo? Mai capito), e così la ritrovo, ma con il tono maturo di una persona che ha trovato il proprio baricentro. Frase fatta, sì. Non ero ironica, no. Forse. Quando una persona parla di investire le proprie energie nel proprio monogamo rapporto e concepire l’idea di concepire figli si dice la persona sia giunta alla maturità di cui sopra. Vi è giunta? Sono di parte, creature. E amareggiata, perché vedo una persona dall’occhio critico e dalla lingua pungentemente ironica decidere deliberatamente di subordinare tutto il resto al proprio rapporto d’amore.
Non è lei, il problema, e intendo: non è semplicemente lei. Lei è l’ennesima.
Facebook ha un bruttissimo lato negativo: ti mostra come i tuoi coetanei, nel frattempo, siano diventati l’esatto colletto bianco (o commessa o spiantato) che tanto temevate quando eravate ancora minorenni. Hanno in bocca le parole trasmesse dalla televisione, diffondono le zuccherose o ciniche o sagge pillole riflesse dalle pubblicità progresso, cercano di apportarsi migliorie suggerite da Facebook.
So che suono esattamente come la tipica mosca bianca che deve rompere il cazzo scagliandosi contro il conformismo, quasi fosse l’ultima superstite di una razza di eletti. Nah. Sono una personcina fortunata e conosco frotte di persone interessanti di ogni età. Il fatto è che vedere i propri coetanei dopo anni permette un terribile confronto e un terribile calcolo statistico. Terribile, creature, perché conduce a fatalisti discorsi esistenzialisti. Non è un problema contingente, perché scegliamo da chi farci contornare, ma una riflessione sull’umanità in quanto tale.
La Creatura del Passato scrive che, dopo aver sperimentato il cosiddetto “amore libero”, si è “resa conto che non esiste” – e in me risorge l’aggressivo stato di felicità di questi giorni, quello della persona che ha dei rapporti intensi e coinvolgenti e che non hanno riserve, e cosiddetti “liberi”.
Lo so, creature, che vi ho rotto i coglioni con lo sfoggiare il mio poliamorismo (che schifo di parola) pansessuale. Prendetelo a mo’ d’esempio. In questi giorni m’interessa più che altro parlare di libertà, davvero. È che mi riesce difficile parlarvi di quella, astratta, di cui scopro l’esistenza solo quando inciampo nei limiti altrui.
Per questa fissazione con la trita e ritrita parola “libertà” qualche ora fa ho tirato in causa C, che è così libero, ma così tanto libero, che a tratti non esiste. E intendo: è così poco agganciato a terra da limiti e definizioni che potrebbe volare via, in una di quelle crisi d’identità che colgono molti. (Ma non volerà via: C è così da che lo conosco. Al massimo truciderà una felice famigliola.)
Per questa fissazione vi dico di leggere Salvatori.
Spezzetto il Creato in persone da perdere di vista e ritrovare e me lo godo suggendo da voi il meglio che avete, senza sottrarvi nulla né sottrarlo a me. So godermi molto bene la più minima cazzata che Messer Mondo mi mette sotto al naso, quando si tratta di esseri umani – ciò nonostante, da bravo essere umano quale sono, cerco miei simili. C’è chi sente una certa amarezza montargli dentro quando, dopo una nottata di sesso, il partner non si ricorda il suo nome. Io sento quell’amarezza quando VB mi fa un discorso che presuppone l’esistenza di una realtà unica e assoluta – mi sento, allora, come lo scopatore occasionale che all’occasione cerca anche un po’ di contatto umano, sola. Non più sola del solito – siamo tutti soli, siamo nati soli e soli moriremo e via discorrendo con pubblicità regresso varie – ma della solitudine che emerge quando sei in mezzo alla folla – quella folla che amo, sempre la stessa.
Mi viene allora voglia di silenzio.
(Kiel me l’ha dato, quel silenzio. L’ha calato dall’alto, e mi sono fatta inondare.)
Voglia di sedere in una stanza avendo attorno a me persone che non hanno niente da dirmi e a cui non ho niente da dire perché siamo troppo simili. Sono momenti rari, perché tali persone nella mia quotidianità sarebbero di una noia mortale: non avrebbero niente da sventolarmi davanti agli occhi, nessun ventaglio dipinto per riempire horror vacui né coriandoli stupendi perché effimeri.
Amo l’operato del Diavolo-Demiurgo (altrimenti questo non sarebbe il blog di DiosBIOS) – quello che chiamerete il velo di Maya, l’Illusione, il Manifesto, il Creato, quello che ai Catari stava tanto sul cazzo, l’Immanenza – come si ama un sublime spettacolo teatrale, in cui la bellezza si misura sulla base della ricchezza e profondità degli artifici. Ma amo demiurghi che siano trickster, spietatamente palesati come tali. Vi siete persi? Troppe parole astruse e apparentemente dalla mera funzione decorativa? Sì, ho una formazione confusa e atipica, che mescola tutto con tutto, indistintamente. Chissà se è questo assorbire da fonti a random ad avermi catapultata al di fuori di troppi schemi. Quando un bambino ha troppi mentori, si dice, cresce confuso. Non capisce più a che società deve appartenere, a quale mondo riferirsi, le direttive di chi seguire. Un bambino dai troppi mentori rischia di divenire un asociale con un vivo senso della parola “relativismo”.
Per questo – questo “relativismo” imposto dalla mia caotica auto-formazione – mi riesce così difficile esemplificarvi cosa intendo per “libertà”. È qualcosa di molto simile a un “Basta cazzate, dai”. Si tramuterebbe in una supplica simile a un “Su, dai, smettetela, per favore. Smettetela di fingere. Smettetela di fingere di prendere sul serio tutte quelle cazzate.” – una cosa così.
Non sto facendo l’invasata che si proclama illuminata in quanto non ha limiti, nay. Chi non ne ha? È che è sempre questione di relazioni, e mettere in relazione te con il prossimo.
Vorrei sapervi, soli e nudi nella vostra camera, con ore di solitudine dietro e davanti.
Nudi nella vostra stanza dovete immaginarvi il cadavere di Rimbaud danzare ilare attorno a Hitler, disteso nudo a rivelare la propria santa impotenza.
Ci siete?
Bene.
Ora dovete riuscire a non trovarlo assurdo.
Dovete com-muovervi.

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2 comments

  1. Mi stupisce il tuo stupore. Ha sempre voluto più di ogni altra cosa qualcuno da idolatrare (e maledire di conseguenza). Se ha trovato qualcuno disposto a restare imprigionato su un piedistallo per tutta la vita, buon per lei. Spiace per un eventuale pargolo che si troverà nella parte dell’offerta sull’altare.

    V.

    1. L’abbiamo conosciuta in maniera diversa. Non so se lei abbia idolatrato te e non me, o se abbia idolatrato te più di me – non so insomma quanto sia una questione quantitativa e quanto qualitativa. Intendo dire: forse la nostra differenza di visione sta nella diversa esperienza e quindi nei diversi ricordi.
      La parte migliore del rapporto avuto con lei (dal mio punto di vista) era fatta più di un cameratismo lieve che altro (ma questo è avvenuto nel tempo, lentamente, e alla fine il suo carattere era diverso da come lo era quando l’ho conosciuta – più in pace con se stessa). Non nego quel che tu dici: ho visto anche quello (l’ho visto in varie salse e forme), ma ho visto anche altro, e mi spiaccio perché reputo che in tutti gli esseri umani sia una questione di scelta tra parti di noi, e io preferivo l’altro anziché il quello.

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