“I miei addominali mi parlano.”

Beh? Non avete ancora likeato la pagina Facebook di Rush in Peace?
Male, molto male. Quasi peggio della sottoscritta che si dice che dovrebbe bere meno caffè mentre si fa l’ennesima tazza di caffè. Tazza, non tazzina. Tazza. È pur sempre sporca miscela espresso, ma rimango affezionata alle dosi tedesche. Il problema è che l’espresso è liquirizia e pece mescolate assieme in un composto denso pronto a bucare lo stomaco – e così mi buco lo stomaco dicendomi che dovrei bere meno caffè.
Mater mi disse, un giorno, che i miei mal di testa dell’ultimo anno, e che i mal di stomaco che mi avevano colta a gennaio-febbraio, potevano essere causati da un abuso di caffè.
Cazzate, ovviamente.
In Germania ne bevevo molto di più.
I mal di testa – o malditesta, come direbbe Michel – sono stati causati da ben altro. Malessere esistenziale, a occhio e croce. Nausea. Cedimento della volontà e del senso.

Prima del gran ritorno di RiP – esattamente prima – ho passato qualche assurdo giorno proiettata nei problemi psicologici di persone altre oltre a me. È strano, creature, veramente strano, e infatti mi sono domandata dove fosse finito il Nietzsche in me.
Il fatto è che, creature, come sapete sono una potenziale psicolabile, e la potenziale psicolabile si è trovata davanti una creatura con problemi esistenziali molto molto simili a quelli che nella sua adolescenza aveva conosciuto. Depersonalizzazione, ossia: “Ma chi sono io?”
So che molti tra voi non vengono messi in crisi da questa domanda. Lo so perché sento troppo spesso gentaglia lamentarsi del fatto che c’è un indebolimento della cultura nazionale, o regionale, o locale, o linguistica – qualsiasi cultura, viva le etnie disparate, i diritti delle etnie, delle minoranze, quelle linguistiche soprattutto, etc…
Sono sommersa da discorsi simili, essendo iscritta a “Mediazione linguistica e culturale”. Sommersa, e li odio. Li odio perché insegnano al prossimo a colmare quello slot chiamato “mia identità” con identità collettive (maggioritarie o minoritarie che siano). Vengono travolta da buonisti e vittimistici resoconti di persone – solitamente migranti – che perdono la propria identità perché si trovano a dover parlare in una lingua che non conoscono dalla nascita. Oh, la lingua è importante, creature, ma non è tutto – ci sono molti altri linguaggi e discorsi. So che di questi tempi la lingua è tutto, oh creaturine razionalizzanti, altrimenti la filosofia contemporanea non verrebbe dalla linguistica. Ma non è tutto.
Ma divago.
So che ci sono molto tra voi che mai verranno messi in crisi dalla domanda “Ma chi sono io?” non perché abbiano fatto un costante e attento e profondo lavoro su se stessi, ma perché hanno riempito lo slot “mia identità” traendo spunti dalle categorie sovraccitate. Ma aggiungiamone altre, perché oltre all’identità nazionale, a quella cultural-locale, c’è quella sessuale, e poi c’è quella del gruppo d’appartenenza (siete amanti della fantascienza? O del giallo? Del noir? Di astruse letture da intellettuali? Ascoltate musica classica? O siete per il metal?).
Non mi escludo, creature. Anche mi dico dico di essere “me stessa” mentre mi ricordo che mi piacciono gli Ulver e non, chessò, i Cannibal Corpse. Non salvo nessuno.
Ciò nonostante, essendo sempre stata fondamentalmente una megalomane, non mi è mai bastato essere definita da categorie collettive. Per questo a tutt’oggi non mi basta dirvi che mi piacciono gli Ulver, ma dovrò rompervi le palle spiegandovi che mi piacciono gli Ulver in quanto io vi ritrovo sonorità rarefatte come un paesaggio nordico, ma vibranti come la Rete – e via discorrendo.
Quando – eoni fa, nella mia adolescenza – raggiunsi il picco di crisi esistenziale, e mi trovai moderatamente circondata da persone che volevano aiutarmi, compresi che semplicemente non potevano aiutarmi. Per aiutare qualcuno devi comprenderlo un minimo, e per aiutare me bisognava essere dei megalomani con manie di protagonismo. Dei veri megalomani, non la prima primadonna che potete trovare in un bar a catalizzare attenzione.
Per questo, credo, ho potuto passare giorni e giorni di fianco a una persona affetta da drammi esistenziali sulla propria mancante identità senza che Nietzsche uscisse allo scoperto per consegnarmi un’ascia con cui abbattere la suddetta persona. Ho voluto vedere in quella persona un bocciolo. Si schiuderà? Chi lo sa.
Comunque, mi piacciono gli Ulver e vi consiglio Vigil – esclusivamente perché io l’ho usata qualche ora fa per scrivere il primo pezzo scritto di RiP dopo quattro (o cinque?) anni, beninteso, e perché come ogni essere umano ho bisogno di condividere e, perciò, essere compreso.

Per questa umana esigenza oggi sono felice – un po’ più di ieri, in cui lo ero un po’ più del giorno prima.
RiP sta piacendo, e ciò mi rende felice. Sta piacendo non alla Vecchia Guardia (di cui parlerò a breve), ma a quelle persone che ho conosciuto in questi quattro (o cinque) anni. Ciò mi mostra come RiP sia “aperto”, rileggibile dopo anni, non legato né a una particolare cerchia né a un particolare tempo. (So che la velocità e le dimensioni non sono tutto, ma, cazzo, se una persona legge quelle che sarebbero, in formato libro, 255 pagine in pochi giorni vuol dire che perlomeno il prodotto piace.)
Intanto, mentre introduco RiP al vasto popolo, mi sento in uno di quei film (a random) in cui il protagonista chiama a rapporto i membri di una cerchia che fu per catapultarli nel presente di una missione.
Non ci sono missioni, solo RiP, e il ricontattare la Vecchia Guardia.

In questo LJ, tra le varie tags, troverete “surround”. Non mi ha mai convinto la scelta del termine, ma, a parte ciò, quella tag è nata per il mio amore per la circolazione delle cose. Lo sapete, creature, sono un’amante della fluidità e della temuta miscegenation.
RiP è nato nel formato “opera da forum”, ottimo modo per mantenere uno strettissimo contatto con i lettori. Amo quel contatto, perché mi permette – inconsciamente – di scrivere soddisfacendoli. A quanto pare la mia creatività non tollera lo scrivere secondo l’aspettativa di un pubblico immaginato (forse perché ho un’immaginazione pessimista), e da brava scimmia cerco un feedback più tangibile.
Per questo sto facendo girare fin d’ora RiP. Per questo mi sento già immensamente grata (amo essere grata). Perché mi servite.

Sono felice e grata anche perché il mondo, checché se ne dica, nel momento del bisogno sa essere meraviglioso.
J si sta beccando molteplici lappate virtuali da una sottoscritta tramutatasi in cane riconoscente per il biscottino, perché J mi ha scritto tre (tre) pagine di spiegazioni circa il “come/dove/quando” (e un po’ anche “perché”) di una nave spaziale. Ma le tre pagine sono mero fatto. La gratitudine viene dinnanzi alla sua disponibilità.
J sta entrando in quella cerchia mentale ove raduno persone che etichetto per comodità come “piacevoli e interessanti”, e che a quel livello deposito arbitrariamente, perché i sensi mi dicono che in potenziale potrebbero essere molto più coinvolgenti e ispiranti (sapete che la quantità di input lanciatami da una persona è uno dei maggiori criteri con cui suddivido il genere umano) di quanto i primi approcci suggeriscono.
Altra lappata virtuale a J, then.
A, invece, si è messo a mia disposizione in due minuti netti, pronto a darmi delucidazioni e proposte così, gratuitamente, senza domande né commenti.

Perché il problema di base, creature, è sempre lo stesso: sono una megalomane.
C’è un’unica materia in cui, nella mia vita, mi sono beccata un’insufficienza, ed era fisica. Date queste basi dovrei a priori evitare di scrivere sci-fi, ma non solo lo faccio, mi ostino e cerco anche di andare nel dettaglio in faccende che coinvolgono aeronautica spaziale e astrofisica.
Non vorremo annoiarci, no?
E così dovete immaginarmi al PC a leggere con un sopracciglio sollevato informazioni per cui non avrei le basi, con rotelle che penosamente cercano di scorrere nel mio cervello.
Sempre perché non vogliamo annoiarci, scelsi – per l’esame di “Lingua inglese III” – dalla lista di libri da cui attingere quello che – scoprii dopo rileggendo gli appunti – essere il più difficile di tutti. The Structure of Scientific Revolutions, che spende pagine e pagine parlandomi di Newton e Einstein e altra gentaglia il cui operato non è dalla mie mente digeribile.
Ci ho provato, giuro, ma con l’approccio sbagliato.
Il punto è che la fisica stessa ha l’approccio sbagliato, secondo la mia poco flessibile testolina.
Ho chiesto a VB di soccorrermi, ossia di spiegarmi – finalmente – la teoria della relatività. Anche io ho complessi d’inferiorità, creature, e mi sento manchevole nel non sapere in cosa consista questa teoria della relatività, davvero.
VB, con benintenzione e amore, ha cercato di spiegarmela con un’e-mail. Ora, c’è da dire che il modo di spiegare di VB non è esattamente il più adatto a me (adottiamo logiche diverse – cioè, io le dico che io adotto logica e lei no, ma sicuramente non è semplicemente così), ma in questo caso il problema non è VB, ma la logica stessa della fisica. Me lo dimostra l’aver cercato le spiegazione più 4-dummies ever in Rete ed essere inciampata negli stessi, identici, problemi. Sono gli stessi problemi in cui sono inciampata quando, tra i banchi di scuola, mi è stato detto di studiare come si calcolasse la velocità senza darmi altro che una stringata definizione della stessa. La mia mente speculativa abbisogna di un’approfondita comprensione del dato X prima di poterlo combinare ad altri dati. Come posso usare il tempo in una formula matematica se la mia mente sta ancora processando il tempo in sé, da anni, come dato relativo e fondamentale?
Insomma, chi riuscirà a farmi capire la teoria della relatività si guadagnerà un massaggio gratuito da parte delle adunche dita della sottoscritta – che è brava a fare massaggi. (La prostituzione è lecita se si considera il costo-opportunità.) Vi avviso: i miei principali problemi nella vita derivano dal fatto che la mia mente comincia a ringhiare non appena le si dice di “prendere per buono che” o di “prendere come dato di fatto, anche senza spiegazione, che”.


La sottoscritta tornerà in terre laziali a inizio giugno (non so ancora quando esattamente), quelle terre in cui i poliziotti ti salutano con la manina presumibilmente scambiandoti per turista (cosa che sei – intendevo “turista straniera” – o forse sono semplicemente più espansivi di una fredda lombarda) e in cui alle terme trovi giovani adoni prontamente rubati dalle tue grinfie dai loro amanti pederasti gelosi (no, questa non la digerirò mai – perlomeno finché non ne troverò un altro, di giovane adone, da portarmi a casa).
Ci passerò qualche giorno. Mentre VB lavorerà come uno scaricatore di porto al porto e io sarò invece “libera” (cosa che già di per sé mi piace – mi culla nell’illusione di essere già una mantenuta), passerò il tempo studiando, facendomi portare al mare dalla madre di VB (che odia tutti, a quanto pare, ma adora me), incontrando Noes e seducendola definitivamente nel giro di due ore (con, magari, come aiutino, mezza bottiglia di Jack), dormendo. Quando invece VB non starà lavorando, mi farò scortare fino alla Casa dei Lupi, nel nulla laziale, godendomi la sensazione di essere in villeggiatura, e facendomi portare a mangiare fuori. C’è una cena a base di carne arrostita a due metri da te che mi attende da dicembre, e ne ho fame da allora. Voglio un bis alle terme, adone o meno. Voglio la stanchezza indotta da ore passate a mollo nell’acqua bollente e il crollare sul letto della Casa dei Lupi.
Voglio relax in cui impegnarmi, insomma.
Prima che RiP tornasse alla grande, prima della persona con problemi di personalità, un cambiamento era già giunto, ossia: avevo per magia ritrovato facoltà di studiare seriamente. Mi mancava, creature, davvero. Non sapete quanto mi rincuori averla riottenuta – mi sento un po’ più me stessa.
Ho, in generale, ritrovato senso. E quindi voglia, e quindi volontà. Ho passato tre giorni su RiP nutrendomi di veloci micro-sandwich al formaggio franscese, uno a pasto, riducendomi all’attuale secchezza.
La magrezza è relativa, creature, ma i miei addominali no. I miei addominali mi parlano (delirii di una narcisista). Mutano in accordo a me. Sono stati scolpiti e rigidi quando ero controllata e incazzata, sono diventati l’addome di un camionista nel mio soggiorno tedesco, quelli di un boxeur settantenne a Cuba nei periodi di scazzo, e ora riflettono la tensione a cui sottopongo i miei processi mentali. (Ringraziamo sempre quel secondino benintenzionato che amava ricordarci che con dei chiodi a terra puntati verso di noi avremmo fatto ben più delle 10 misere flessioni che ci chiedeva.)
Smetterò di consumare lo specchio guardandomi da diverse angolazioni, ma per il momento va bene, benissimo, così. Voglio dire, non è un’occupazione più disdicevole di passare il tempo intrecciando fantasiosa bigiotteria. A proposito, mi sono mossa per capitalizzare anche quella, sempre secondo i principii della collaborazione e del costo-opportunità. (Grazie, G, per essere quello che sei.)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...