Rush in Peace is back.

… E, dopo tre giorni, ho finito di sistemare Rush in Peace.
(Amen.)
Momento di silenzio e far partire Lost in Moments degli Ulver – o un qualsiasi altro pezzo tratto dall’album Perdition City, colonna sonora non ufficiale del romanzo.
Il romanzo, signori, ammonta a: 246 pagine già pubblicate in vari forum + 128 pagine scritte e inedite + altre 100-150 pagine da scrivere.
RiP, ho realizzato, è un mattone da una 450ina di pagine di – semplificando – sci-fi.
È passato troppo tempo (3 o 4 anni) dall’ultimo volta che ne ho parlato, quindi molti di voi non avranno la benché minima idea di cosa RiP sia. Vorrei spiegarvelo – anzi, vorrei avervelo già spiegato – ma accidiosamente attendo che la co-autrice scriva una presentazione al mio posto.
Sono depauperata.
Ho passato tre giorni di fila a rileggere, trasformare i vecchi HTML e BBCODE in formattazione ‘umana’, correggere sviste, uniformare. Sono così vuota che è rimasto spazio solo per RiP e per Me.
E la seconda, neanche troppo in fondo, è quello che andavo cercando.


Tutto inizia qualche settimana fa, con N ospite a casa mia a leggere con me il mio Onora il padre e la madre. Leggendo narrativa della sottoscritta il discorso si amplia, e cade inesorabile – perché lo fa molto spesso – su Noesis e sul periodo d’oro in cui io e lei cominciammo a scrivere RiP (cominciammo e quasi finimmo, a vedere l’ammontare di cartelle).
Vedete, Noes è una creatura speciale. È una Portatrice di Punto di Vista. Ne porta uno guizzante, ironico, comprensibile a qualsiasi orecchio ma non banale – ha la capacità dell’espressiva sintesi tanto bramata da Picasso e tanto elogiata in Hemingway (ma Hemingway, a me, poco ispira). Noes finisce nell’elenco dei miei scrittori preferiti ogni volta che mi viene chiesto di stilarne uno, a fianco di Genet e Palahniuk e dio sa chi altri.
Noes ha qualcosa da dire, come si suol dire. Attira elogi da disparati lettori – ma non sono semplicemente elogi, creature, sono i feedbacks a cui una personalità carismatica porta.
Noes, soprattutto, mi rende di parte.
E non mi riferisco alla cotta folgorante che ha travolto quell’instabile creatura qualche anno fa (la mia cotta), che altro non è stato che il normale procedere di una brama.
Amo e amerei Noes in ogni caso – e ormai è comprovato: l’ho amata anche mentre cercava di scacciarmi goffamente – per i motivi sopra esposti.
Perché è una Portatrice di Punto di Vista.
Uno che sa, poi, particolarmente bene rinfrescare la mia mente che tanto facilmente s’ingombra con speculazioni.

Parlando con N, la solita botta di nostalgia è tornata a galla.
Stavolta, però, è rimasta in superficie, portandomi – qualche giorno dopo – a tentare Noes su Facebook, persuadendola in cinque minuti secchi a riprendere in mano RiP.
Ma non è merito mio, creature, se non in quanto co-autrice di RiP – è bastato riportargliene un pezzo per vederla cadere ai miei piedi (con una certa soddisfazione, dato che giusto ai piedi di Me-Scrittrice le bestiaccia cade).
È che, creature, avevo dalla mia un’immane convinzione a portarmi a rimettermi in gioco senza seghe mentali, e sta nella parola sintonia e fusione. Io e Noes ci fondiamo troppo bene per sorvolare sul fatto. La bestiaccia può negarsi alla mia interezza a morte (almeno finché non l’ho a portata di mano), ma non può negare a se stessa l’ovvio manifesto – soprattutto considerando, ri-considerando, che l’ovvio manifesto si è protratto per 374 pagine.
Sorvolando invece sulle mie manie di grandezza e sui miei contorti modi di essere romantica, passiamo al secondo evento che mi ha portato, ieri sera, ad avere allucinazioni da sonno per la seconda volta nella mia vita causa rilettura di RiP.
Risollevando RiP si è risollevato un polverone di ricordi tangibili. I ricordi sono una cosa stramba, che possono diventare tutto o nulla, poiché risiedono nelle nostre solipsistiche menti. Ma ho avuto di più: ho avuto il palpare attorno a me i ricordi altrui su RiP, il vedere l’effetto che ha scatenato in altri, e quindi il chiedermi quale buon motivo fosse dunque rimasto per non concluderlo.
Dal 2007 a oggi sono successe molte cose. Ho pubblicato, rimanendo in tema. Immagino sia una di quelle soddisfazioni che proprio bisogna togliersi, come nulla oltre all’esperienza potrà spiegare a un essere umano i pro e i contro di una sbronza.
Pubblicare – o, meglio, l’ottica del pubblicare – mi ha cambiato il cervello per un annetto buono. La mia prosa si è – e ne ho sovente parlato – prosciugata, ingabbiata da non-così-utili-regole. Il mio lettore immaginato – tanto deprecato – era diventato un mostro, il genere di average man da ucronia, quello che non vuoi diventare. Mi sono inaridita di riflesso.
E RiP mi ha riportato in Me.
Per questo, credo, non ho potuto abbandonarne la lettura finché non l’ho finito. Per questo sono arrivata – ieri sera (no, era l’altro ieri sera) – dopo 15 ore di lettura e correzione – a vedere meduse ai limiti del mio campo visivo, e ombre ondeggiare e danzare con luci riflesse, e i colori virare verso rossi sanguigni e verdi malati. Ma non potevo fare altro.
Per spiegare tale situazione avrei detto che la mia realtà in quel momento era RiP, e quindi per stare in pace dovevo alienarmi in Rip. Ma il discorso è in qualche modo opposto: ero alienata prima, e RiP mi ha riportato in me.
Ho poi voluto, a lettura terminata, sbrigare subito una serie di faccende (correzione di errori sistematici, ordine nell’incasinata cartella, ripasso trama) per liberarmi d’ogni incombenza e farmi trovare pronta in ogni momento allo scrivere – e potendo così riprendere lo studio per gli esami.
Mi sento meglio.
Mi mancava Peacemaker, il mio personaggio con il più alto numero di nomi e soprannomi (Peace, Peacemaker, NoceDiCocco, Ragazzone, scimmione, Scimmio, Negro, negro di merda, Cyborg, Super-Cyborg…). Beh, piace a tutti condurre un alphaman di titanio, checcazzo. In un periodo di checcaggine acuta controbilancia, e io ricomincio a osservarmi gli addominali cinque volte al giorno allo specchio (stanno bene, benissimo, nel senso che i tre giorni di alienazione hanno incluso un’alimentazione base e rada, portandomi al prosciugamento).
Dopo smetterò di accarezzarmi l’addome infilando le dita tra le costole per farmi una doccia, perché devo puzzare di morte. I tre giorni di RiP hanno veramente escluso ogni altra priorità – mangiare, bere, (beh, fumare no), dormire, pulirmi, andare al cesso, fare pausa… Sono pronta per una purificazione, insomma. Catartica doccia a far scivolare via la fatica, assieme a tutte quelle cose di cui spero di essermi liberata.
Ho scoperto con la rilettura di RiP quanto la mia prosa si sia asservita alla grammatica. RiP è pieno di congiuntivi falliti a favore dell’essere diretti (e non si sentono, perché sono la scelta ottimale), di verbi intransitivi transitivizzati, di preposizioni che caricano i sostantivi di significato (insomma, ho fatto con RiP molte delle cose che – ho studiato qualche giorno fa – fecero i Futuristi – o erano gli Scapigliati – d’oh, devo studiare). RiP, insomma, è scevro di cazzate quali timori ed esitazioni.
Ma è Noes è il genio.
Dovete immaginarmi scrivere con Noes come voi scrivereste con il vostro scrittore preferito – con la possibilità di farsi maliziosi, ma questa sono io, non voi.
Andrò quindi a donarmi alla doccia, lasciandovi un pezzo di RiP.


… tre anni dopo, Michel ha ancora l’uniforme scarna e monocromatica della Ragnarok.

(Che poi non è un uniforme, ma lo scarto di uno stock di uniformi non vendute.)

 

E sta pulendo un’arma.

Con dovizia, con calma, quasi con un sorriso tra le labbra. Appena alzato, nella propria armeria, si accinge a dare il buongiorno al cosmo. Perché per il momento attuale, percepibile è un buongiorno.

Non c’è nulla di meglio che assicurarsi, componente per componente, che un fucile a ripetizione sia lindo come il culo di un bambino, lucente come una stella appena nata.

È questa la massima poesia di Michel: ode alla precisione millimetrica di un armamento.

Amen.

Poi la porta – perché è una porta e come tutte le porte ha una funzione e quella adempie – si apre.

Sibilando e scorrendo, e mostra il giulivo (concessione alla poesia) volto di Peacemaker.

Michel fa un’impercettibile smorfia. Piccolissima, che certo non può sfuggire ai cyber-occhi del Cyborg.

Frega un cazzo. Michel appoggia l’arma sulla coscia, la carezza come un’amante appagata. E lo fissa.

“Il capitano desidera?”

Peacemaker, anche detto qualche-volta-potrebbe-gentilmente-cessare-di-esistere, guarda la canna lucidata, il tamburo, il grilletto oleato di fresco, inespressivo.

E, inespressivo, comincia la giornata con simpatia:

“Non c’è tempo per coccolare i tuoi cuccioli. Le casse di spinotti vanno spostate all’entrata.”

“Quali casse? Quali cazzo di spinotti?”

“Quelli che abbiamo ritirato a Piros-8, in memoria? Sono sotto altre casse, non possiamo perdere tre ore al porto.”

“Ma non dovevamo portarle in quel cazzo di buco? Dista almeno tre anni luce da qui. Dovremmo arrivarci domattina, non stamattina.”

Michel lo fissa perplesso, posando sul tavolo da lavoro, con millimetrico amore e precisione l’arma.

“Le scarichiamo ad Asterpe-01. Fra cinque ore. Ho cambiato idea.”

Ipse dixit. Il signore ha proclamato. Il Verbo comanda.

‘Fanculo.

Michel sbuffa. Ringhia. Lo guarda male. Un fottuto mastino sarebbe più gradevole.

Incrocia le braccia mediamente nerborute al petto. Grugnisce. Ancora.

“Che cosa?”

“Quale parte non ti è chiara?”

E Peacemaker pensa una parola, una sola, distintamente.

‘Umani…

È dalla sera prima che lo pensa.

E continuare a ripeterselo non gli sta togliendo il dolore alle palle.

“Non mi è chiara la parte dove tu cambi idea, come un moccioso isterico, e mi ORDINI di eseguire le tue deliranti direttive. Quella cassa deve essere recapitata a CHI deve essere recapitata. Non empiricamente, non a caso, al primo che passa, oppure regalata a pochi crediti in qualche schifido mercato sub-coloniale.”

“Michel, fammi memoria… Tu cosa sei?”

“Un armiere. l’unico, fottuto armiere che abbia mai avuto il coraggio di calcare il suolo merdoso di questo cargo.” aggiunge con una smorfia, accendendosi una sigaretta, proprio in faccia al Cyborg.

I filtri potranno anche filtrare gas nocivi.

Ma la puzza del primo tiro di una sigaretta tagliata male gli arriverà dritto alle narici.

“Perfetto. E io? Sempre dal merdoso punto di vista formale, intendo.”

“Il fottuto negro che conduce questo cargo di merda.” replica con un tono prossimo allo zero assoluto; ha capito dove vuole andare a parare, lo stronzo.

E capisce di aver già perso, in partenza.

Il capitano, inespressivo come padre titanio comanda, lancia un’ultima occhiata al fucile. Con sufficienza.

“Posso aiutarti in altre cose che non capisci?”

“Va’ a farti fottere, Peace. Sei un dannato figlio di puttana.” mormora secco, con un ringhio storto, Michel. Poi si volta, guardando le sue bambine, le sue armi, le sue uniche amiche. Stringe i denti.

Vorrebbe svuotargli un caricatore addosso. Ma non può. È contro la deontologia professionale.

Mai odiato tanto qualcuno in vita sua quanto odia Peace. Forse uno.

Ma quell’uno non se la meritava.

Michel morde di nuovo il filtro della sigaretta, fino a spezzarlo. La cenere gli cade sulla maglietta, e manda una bestemmia.

Peacemaker continua a guardarlo come se fosse il fratello ritardato della banda.

‘Fanculo.

“Cinque ore, Michel. Non voglio fare le cose all’ultimo, okay?”

“Sissignore, Capitano Signore.” mormora, sputando ai suoi piedi. “Come il signore comanda. Va a tenere il culetto al caldo, intanto, mon Capitaine… lo schiavo, lavorerà per lei.”

‘Umani…

Lo pensa Peace uscendo dall’armeria.

Umani inclini alla lamentela e poco portati alla risoluzione. Ci sarà un motivo per cui l’umanità esiste da migliaia di anni e da migliaia di anni si lamenta delle stesse cose.

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