Streben dirottati.

Mi mancano gli occhi intiepiditi dallo sguardo posato su di un’insignificanza mentre tende le orecchie a carpire quelle poche parole con cui riempio il silenzio.
Mi manca il silenzio. Quello con cui mi accoglie nel suo appartamento, nello studio, con cui apre la porta della propria camera offrendola al mio corpo stancato da ciò che lui mi offre, gli occhi arrossati dai troppi libri letti nella sua biblioteca.
Odio la nostalgia, che crea vuoti. Mi vorrebbero strappare urli che le pareti troppo sottili di casa mia non saprebbero attutire.
Amo il decoro superficiale, quello che ammanta gli arredi delle sue stanze. Ne amo la funzionalità sociale, il modo in cui lo indossa come un mantello – mi manca l’antro creato dalla stoffa in cui accoglie senza chiedere sangue con cui stipulare contratti.
Mefistofele tenta, lui offre.
Faust cade nelle grinfie della tentazione, io mi libero tra il fruscio di una pagina e le note della Lakmé che giungono lievi dal suo studio.
Margarete non rovinerà la vita di nessun eletto. Le offriremo gigli con cui ornarsi il ventre piatto e belladonna per inumidirsi gli occhi. La claviceps purpurea tramuterà l’Ade in Empireo, la salvia divinorum la renderà veggente, l’amanita muscaria cospargerà di miele le sue profezie.
Mi manca il giardino dai meli che offrono languidi i propri frutti, senza peccato a castigare, dolce il succo come un dono incorrotto.
Odio, del desiderio, l’astro che fugge al termine della notte, andando a irradiare cieli a me preclusi.


RM è viva e me lo dice la Rete.
È da tempo che non la ascolto, la Rete, e mi è capitato solo per sbaglio di interrogarla di nuovo.
Per sbaglio, oggi, sono inciampata in una recensione di una raccolta in cui presenzio, realizzando che è da qualche tempo (molto, invero) che non bado minimamente alle mie fortune e sfortune presso il poco vasto pubblico.
Oggi la fortuita scoperta è avvenuta mentre ero in compagnia di G, e quindi ho rimandato a stasera il processo di auto-googlaggio al fine di aggiornarmi su me stessa. Lo sapete, creature (lo sapete?), non ho la benché minima idea di come voi mi percepiate. G ha dato una spiegazione a riguardo, e sarebbe: non ne posso avere la benché minima idea in quanto sono sociopatica. Plausibile.
In ogni caso, dopo essere inciampata in soddisfacenti feedbacks delle mie poco epiche prodezze letterarie, ho continuato ad abusare di google aggiornandomi su quei nomi che sempre mi rimangono vicini – e l’ho trovata, mia RM, risorta in Rete nella sua distinguibilissima prosa poetico-mistica. Non si dovrebbe scindere la prosa dalla poesia, sapete? Né la mistica dalla ragione. Se il sottotitolo di questo blog è Genauigkeit und Seele è merito di RM, che anche questo mi scrisse un’e-mail – me lo accorporò così, tra altre citazioni e stralci, e tra altre frasi che affettuosamente cominciano in “me”. Essendo una citazione a Musil non potevo scamparne, e ora eccola lì, a mo’ di sottotitolo.
Ed ecco RM, risorta, una delle donne della mia vita – uno dei miei platonici struggenti amori – ormai così diversa da me – no, io diversa da lei. Mi ha introdotto a Hegel e Nietzsche allontanandosi senza giudizio da loro e probabilmente io oggi sarei più vicina a loro che a lei, ma lasciamo quell’essere al condizionale.
Volevo che riapparisse perché ha valore (perché porta Verbo) di per sé, indipendentemente dalla nostra vicinanza, e deve espandersi e riversarsi il più possibile.


Ho bisogno di cambiare pelle – e carne, a strati. Ho bisogno di interrogare la mia prosa, i miei desideri, la mia volontà, i miei occhi.
Mi piaceva poter, inciampando nella mia immagine in uno specchio, sprofondare in quegli occhi azzurri non macchiati da una coscienza avvilita. Ho lasciato che i miei capelli si arricciassero, come per natura tendono a fare, sulla scia del sorriso di un putto – uno qualsiasi, che abbia un sorriso al di là di bene e male, un ideale tagliente a cui tendere – e intanto la parte più importante – la limpidezza dello sguardo – mi ha dato le spalle.
Tolgo gli occhiali parlando di Ruspoli e G dice che gli assomiglia (a Ruspoli, non a G). Saranno le occhiaie, dico, ma probabilmente quel che G vede è l’espressione, caricata dal discorso appena fatto.
Saranno le occhiaie.
E il volto che s’incava, tendendo sempre più a un qualcosa che ho rincorso quanto il sorriso di un putto, pur essendone l’opposto.
Mi sono sempre proiettata nel volto a cui sto giungendo. La fronte alta, le occhiaie, le guance incavate. Mal si accosterebbe al sorriso sornione di un panciuto putto – ma l’estetica interiore non segue le regole di quella trasmessa da uno specchio, si sa. In un qualche invisibile punto le due cose si complementano perfettamente – ma devo ritrovare la limpidezza dello sguardo, necessariamente, perché ambo i qualcosa – il putto e il viso scavato – hanno occhi limpidi, intoccati, scevri da…
Da?
Scevri.


Sto snobbando molti di voi. G saprà che è una delle pochissime persone che ho visto su appuntamento negli ultimi mesi? Posso contarle sulle dita di una mano, comunque.
Oh, sì, lo so, vi sto proprio snobbando.
Ed è assolutamente vero che non ho tempo – il tempo mi rincorre e mi stressa e non mi dà tregua, e mi ritorna alla mente una frase che un amico usò tempo fa, un enunciato atemporale, un “Corri più veloce della morte”. Non è la morte a spaventare, creature, ma l’essere braccati. E non è paura, non ha bisogno di diventarlo: basta l’adrenalina che qualsiasi caccia all’uomo risveglia, anche la più stupida, anche il giocare sapendo di giocare facendosi inseguire da una mosca.
Non ho tempo perché quando ne avrei sto comunque correndo via. Non ho, non mi do, tempo di fermarmi. Le mie pause – il mio intrecciare fili di rame con dubbi pezzi di vetro e resina – vedono le mie dita muoversi freneticamente, rimandando di secondo in secondo altre secondarie cose – il bere se ho sete, mangiare se ho fame, respirare se sto trattenendo il fiato.
Vi sto snobbando e non è colpa vostra ed è colpa vostra. Non è colpa di nessuno di voi in particolare (niente di personale, insomma), e anzi, vi vorrei incontrare. Musil scrisse che Dio quando creò il mondo ricorse al congiuntivo, e così io vi vorrei incontrare se questo fosse un altro spazio-tempo, un altro momento, un’altra percezione del mondo.
Ma pare questo sia il tempo di giocare il ruolo della misantropa, e per inerzia. Nessuno sforzo, nessuna forzatura – non devo reprimere neanche mezzo impaziente moto che mi porterebbe verso il mondo esterno, perché quello interno l’ha già – per questo periodo, beninteso – giudicato e inquadrato, e ha smesso di de-siderare.
In qualche modo, forse in accordo con l’amore per i paesaggi nordici, quello Streben che una volta, a regolare e rada intermittenza, mi faceva struggere all’idea di trovarmi in una folla di semi-conoscenti, adesso mi fa sognare lande dai venti irruenti e ripide in cui non si affoga e altri fantastici mondi e stati che purtroppo ora so esistere.


Il pezzo iniziale non è ispirato da né dedicato a RM, per la cronaca. È capitato lì, di fianco a lei, perché è stata una nottata struggente, perché lo era prima che ritrovassi lei, e lei l’ha fatta concludere in modo dolce-amaro (ma luminoso).

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