Barbie e altri giochi per adulti.

Mi sono spalmata addosso della crema linea Fiore dell’onda, un’essenza che dovrebbe ricreare l’effetto di una giornata al mare – un mare pulito e non inquinato da bolge di esseri umani cotti – e che lo fa così bene che mi chiedo come riesca a vendere. Sa di acqua salmastra, alghe e persino di cadaveri di pesce sepolti nella sabbia.
Molto barocco, invero, come una portata di manzo a forma di pesce.
Critici di ogni genere amano spiegare il Barocco – e i barocchismi in generale – come risposta a un periodo storico depresso e confuso. Sono depressa e confusa? Mi piace stordirmi con confusi accostamenti di colori.
Persisto, ossessivamente, nel creare pezzi di bigiotteria con poche pretese. Mi modero, insomma. Creo parure nelle tonalità del rosa e dell’azzurro confetto, con variazioni, pensando a voi, oh popolo, mentre sfogo il mio piacere estetico guardando i colori accostarsi. Accumulo pezzi su pezzi che non indosserei – o che indosserei ma tanto poi me ne dimentico, sintomo del fatto che il mio amore per il barocco si ferma alle mie mani e non coinvolge l’immagine che ho di me.
Ho creato con morboso gusto una collana degna di Barbie, o meglio ancora di una Little Miss America. RealTime e i suoi effetti. Non mi ricordo dove avessi trovato questo programma definito come soft pornography – cose come queste mi portano a chiedermi se il mio concetto di “pornografia” sia molto limitato a causa di una cultura italiana che mette donne seminude e nude in qualsiasi pubblicità, o se sia paranoico quello di chi considera una bambina truccata da bambola cresciuta un prodotto di pornografia soft. In ogni caso, c’è un gruppo su Facebook chiamato “No a little miss america”. Proteste e giudizi contro questo programma, ovviamente, fioccano ovunque. Siamo più moralisti dei produttori americani o abbiamo la coda di paglia circa la questione “donna-oggetto”? Se l’educazione consiste nell’insegnare ai bambini come dovranno comportarsi da adulto, allora Little Miss America sarebbe una delle forme d’educazione più utili a Milano, scavalcando l’inutile studio del latino e della storia dell’arte.
Comunque, mi sto femminilizzando.
Lo ripeto con entusiasmo infantile e non vengo creduta. E no, non ha a che fare con la bigiotteria (dato che non la indosso, e la creo con lo stesso sadico gusto con cui venderei diamanti a quelle stesse coppie di fidanzatini che disprezzo). Ovviamente, coevi e posteri, per “femminilizzarmi” intendo “rientrare maggiormente nei canoni che formano il costrutto ‘femminilità’ in questo spazio-tempo”. Ho sviluppato un frivolo modo di bearmi dei vestiti che compro e vorrei fare la mantenuta (ma questo da sempre – dov’è la milf che mi adotterà?). Rompo con gioia le palle a VB dicendole come vestirsi, comprandole vestiti, sistemandole la camicia. Ma preferisco farle il nodo alla cravatta: soddisfa di più l’estetismo che rende lei un maschietto. È uno stupendo maschietto, VB – ma le persone a cui lo dico, e a cui dico che so essere più svenevole della più stereotipata gattina da telefilm di quarta serie, non mi credono. Deve cozzare con il mio modo di fare solito, con le mie sostanziali critiche all’umiliazione sociale della donna e con tutto il resto. Insomma, probabilmente il mio femminilizzarmi non è altro che una paranoia positiva della mia mente alienata. Continuo imperterrita a virare verso il neutrale assoluto (che viene letto come maschile, perché il maschio è la categoria neutrale) nella vita quotidiana, prima che qualche cazzone pensi che il mio giocare con i foulard permetta al prossimo di trattarmi come si tratta una qualsiasi donna italiana.

Ho dovuto riflettere a lungo sul fatto che, quando ero in Germania, vedevo donne farsi sognanti dinnanzi a rappresentazioni di principesse iper-femminilizzate. Insomma, la mia cara Kiel vedeva una popolazione i cui vestiti non variavano eccessivamente a seconda del sesso (a volte, infatti, era difficile capire il sesso di un passante), di una minor discriminazione sessuale, di un amore per il politicamente corretto in ambito sessuale che qui posso sognarmi finché non morirà di vecchiaia.
Di conseguenza, gli occhi commossi che alcune donne di Kiel avevano dinnanzi a immagini di principesse da fiaba mi creavano una certa confusione in testa. Non erano emancipate? Perché allora amavano ancora giocare con quel ruolo?
Poi ho capito.
L’ho capito una sera vestendo VB da bravo ragazzo, mentre io lanciavo sul letto i miei vestiti per cercare la mise più femminile che il mio guardaroba potesse offrire.
Ho capito che avrei anche potuto vestirmi e comportarmi come una gattina svenevole nata in una cultura maschilista perché, andando in giro con una donna come partner su cui strusciarmi, e quindi diventando una lesbica, l’apparire come una gattina svenevole pre-femminismo non mi avrebbe fatta associare al contenuto della donna-gattina. Insomma, il mio apparente lesbismo mi avrebbe estromesso dalla categoria “donna normale”, e quindi dai giudizi che su questa “donna normale” ricadono qualora sia vanesia.
Se vi vestite da Robin Hood a una festa non dovrete temere che vi diano del ladro. Non dovete temerlo perché è escluso a priori che voi possiate essere Robin Hood, e quella è palesemente una maschera, un gioco.
Se vi vestite da creature iper-femminilizzata in una società in cui alla donna non sono associati in automatico alcuni valori negativi, allora diventa palesemente un gioco. Un gioco dai connotati nostalgici – nostalgici come la nostalgia nelle parole di alcune tedesche quando parlano della cavalleria dell’uomo italiano.

Sempre giocando con i termini ‘maschio’ e ‘femmina’, credo di essere giunta dove volevo giungere, scoprendo che somiglia terribilmente a un vicolo cieco.
Ho rincorso la neutralità per anni, una neutralità che fosse in sostanza mancato riconoscimento di differenze e che nella quotidianità fosse la più totale, assoluta, massima libertà di essere ciò che mi ispirava al momento in accordo con me stessa. Il realizzare che sono giunta alla meta è accaduto, ovviamente, a letto, tra un piacere dato e il rendermi conto che il paradigma che dominava la mia vita sessuale è mutato.
Prima potevo lamentarmi, tra una birra e l’altra, del fatto che quando vai a letto con donne etero (o che credi tali; o che di fatto lo sono state fino a che non sono finite a letto con te) ti tocca fare la parte dell’uomo – perché sono abituate così dalla cultura, abituate a essere donne.
Questo è un punto che mi riesce sempre difficile da spiegare, creature, perché mi riesce difficile spiegare a parole come si muova un maschio a letto rispetto a una femmina. Dovrei fare dei disegnini di quelle posture e posizioni determinate non da fini pratici (hai un pezzo di carne davanti o un buco tra le gambe), ma da qualcos’altro. Non so bene da cosa sia composto questo qualcos’altro, ma viene ben rappresentato dai film porno. La sua tangibilità si rende manifesta solo attuando sostituzioni: sostituite, ad esempio, alla donna nella fotografia un uomo, e chiedetevi come vi risulterebbe (gay, probabilmente). Parlerei di configurazioni.
Parlerei del fatto che molte donne sanno, quasi fosse innato (ma ovviamente non lo è – a che servirebbe Foucault, altrimenti?), come muoversi a letto anche se sono vergini. Il che crea ovviamente problemi quando vanno a letto con una donna, perché la configurazione femminile e maschile sono fatte per interfacciarsi l’una con l’altra, non con se stesse.
Per qualche oscuro motivo ho passato anni sentendomi dire da uomini che a letto ero un uomo – e non perché, creaturine, andavo in giro con un uccello finto montato tra le gambe, giuro. Non chiedevo neanche loro di chiamarmi “bel maschione” o di sussurrarmi “sono tua”.
Ho anche passato anni – e continuo a farlo – a cercare di spiegare al mondo che due donne che scopano tra di loro non risultano tenere e sensuali e armoniche come Penthouse vorrebbe, e per una semplice ragione funzionale: le altamente estetiche posizioni lesbiche che dominano su Penthouse non darebbero, a livello pratico, granché piacere.
Ho poi cominciato a lamentarmi – e credo lo farò sempre più – del fatto che ci sono poche rappresentazioni del sesso lesbico. C’è poca educazione a riguardo, e intendo: la società non offre immagini che mostrino come due donne possano scopare tra di loro, eccettuando il controproduttivo Penthouse. È un dramma, creature, se assommato al fatto che le donne sono educate dalle immagini a mettersi in pose utili per una scopata eterosessuale. Poi a te, pansessuale seriale, tocca smontare la configurazione precedente e riconfigurarne una nuova con la tua partner. Voglio dire… Avete idea di quante posizioni siano possibili tra donne? Di quanti modi ci siano per raggiungere picchi di piacere? No, non lo avete, ed è per questo che spesso le persone mi chiedono come facciano fisicamente due donne a scopare.
Una ormai lunga relazione con VB mi ha permesso di sperimentare e ampliare considerevolmente il mio curriculum. Dopo un po’ che conosci una persona quella persona smette di avere un sesso ai tuoi occhi (se mai l’ha avuto), è semplicemente quella persona – e tu sei semplicemente una persona per lei. Così, mese dopo mese, il mio anomalo gender a letto ha semplicemente smesso di esistere, il che tradotto significa ciò che ho detto all’inizio: sono giunta a una neutralità che nella quotidianità (sessuale) è la più totale, assoluta, massima libertà di essere ciò che mi ispira al momento in accordo con me stessa (e con l’anatomia umana).
Ho smesso di essere limitata a una cosciente configurazione maschile a letto con donne. Ho smesso di avere configurazioni e basta. Sono cosciente del fatto che i modi in cui mi muovo possono tuttora essere catalogati in una o nell’altra categoria, più femminile o più maschile, anche se ciò non avverrebbe nella mia mente. Ma lo faccio avvenire e mi analizzo come un personal trainer analizzerebbe la corretta postura della schiena mentre si fanno addominali, e realizzo che se potessi sdoppiarmi potrei fare un film porno eterosessuale da sola, seguendo tutti gli stereotipi imperanti (li ho studiati, questo ‘maschio’ e questa ‘femmina’, non avendo interiorizzato la seconda da piccola – devo averli studiati come un attore studia un ruolo: osservando come le persone reali lo mettano in atto).
Capite perché è un vicolo cieco? Non ho più niente da dimostrarmi, e il fatto che io me lo sia dimostrata non significa che d’ora in poi le donne e gli uomini che incontrerò sapranno prescindere dalle configurazioni – il che rende la mia condizione ancor più frustrante.
Vorrei riuscire a comunicarvi il motivo per cui nell’80% delle one-shots mi trovo a guardare il partner con un sorriso sardonico. Non è il partner che sto deridendo interiormente, ma i suoi tentativi di aderire alla configurazione corrispondente al suo sesso (o a quello a cui vorrebbe appartenere). Vorrei riuscire a comunicarvelo perché se ci riuscissi ne ridereste anche voi e smettereste di arcuare sinuosamente schiene su comando, di stringere fianchi altrui come veri alpha-men quando avete meno bicipiti di me, di sospirare svenevoli per colmare silenzi. Vedrei finalmente splendidi culi maschili sollevarsi in reazione a un flusso di piacere, e braccia femminili sollevarmi di peso per farmi la cosa migliore che sanno fare. Sentirei voci calde e profonde e roche uscire da gole femminili e gemiti sinuosi scivolare su labbra maschili. Non dovrei più rassicurare insicurezze e imbarazzi.
Mi rendo conto del fatto che per sostenere una tale generalizzazione dovrei poter attingere a un più ampio bagaglio di esperienze, ampio almeno quanto quello di Evan Stone. Non sono Evan Stone e il mio bagaglio è pessimo: le eccezioni alle tendenze da me criticate le posso contare sulle dita di una mano, e la ragazza che mi ha fatto realizzare quante cose si possono fare a letto con una donna è russa – insomma, lo stereotipo per cui le russe scopano meglio delle italiane è già abbastanza diffuso, così è troppo semplice.

Se in questo periodo vi snobbo (ossia scrivo poco), oh posteri e coevi, è perché ho usato il poco tempo dedito alla scrittura per leggere e scrivere le e-mails scambiate con CS. CS è una scrittrice che ricorda vagamente Yourcenar e che è da poco finita negli scaffali all’entrata delle librerie perché ha scritto due romanzi storici parte di una saga su Roma (antica). Adoro CS, e dovrò sempre ringraziare S per avermela non solo consigliata, ma direttamente messa in mano in formato libro. Grazie, S.
… Comunque, CS è il mio attuale amore intellettuale attivo. Di amori intellettuali ne ho diversi, ma purtroppo molti tra gli oggetti del mio platonico sentimento sono morti, mentre quelli vivi in questo periodo li sento di rado. Amo i miei amori platonici, anche se non si dovrebbe amare l’amore, ma amo l’essere in grado di sviluppare tale sentimento di comunanza. Ho bisogno di riferimenti, creature. Sì, persino io. Ho bisogno di persone che, esistendo, dimostrino che è possibile essere come loro. Sentendole a me affini, mi dimostrano che il modo in cui mi vivo e vivo il mondo non è semplice frutto di una mente alienata e, se lo è, è una sindrome che colpisce più di una persona (io). Un Leitmotiv di CS consiste nel riferirsi a un futuro poco prossimo (che chiamerei “futuro remoto”, perché nasce nel passato) più simile rispetto al presente a un mondo in cui vivere. I miei posteri, insomma. Il fatto che io scriva ai posteri è sintomo di una certa necessità di comprensione, sintomo del fatto che evidentemente mi sento poco affine ai coevi. Eh, oh coevi, ho motivi di odiarvi come massa. È per colpa (anche) vostra se CS adotta una prosa semplificata anziché lasciarsi andare in tutta la sua complessità. Certo, CS potrebbe lavorare come netturbina e scrivere nel tempo libero dormendo quattro ore a notte, libera dalle esigenze della committenza, ne sono cosciente – ma lasciatemi romanticizzare la sua vicenda in tono lamentoso.
In ogni caso, scrivendo lei come scrive, mi beo della possibilità di avere altre sue parole via e-mail. Per una serie di inspiegabili e misteriosi fattori (tra cui: la mia sempre misera disponibilità di tempo e la mia accidia) non l’ho mai incontrata di persona. Spero di averne prima o poi occasione, soprattutto perché mi è stata descritta come una personalità dai modi di fare funebri e caustici – voglio vedere come la percepirò io.

Ho bisogno di una stanza confusa da tutte le tonalità di verde e viola possibili – in trasparenza, opacità, chiari e scuri, caldi e freddi, mescolati e sovrapposti tra riflessi e ombre. Non ho l’animo abbastanza sgombro per rilassarmi in una stanza vuota, ho bisogno di farmi distrarre da combinazioni infinite.

Vorrei anche rivedere N e K, che mi sento tanto affini in questo periodo. Mera questioni di studi comuni, ma sapete quanto gli studi determinino la percezione che ho di me. Nel tentativo di individuare le ragioni per cui sento tali persone tanto affini a me ho deciso di barare, andando sul blog di K, e trovandomi citata come “la fonte principale dei pensieri più rivoluzionari che [K] produrr[à] mai”. Il fatto che la percezione sia corrisposta vale come spiegazione? No, ovviamente, ma lasciatemi barare.
Il fatto è che qualche secolo fa (meno di due, comunque) qualcuno si è inventato questo concetto per cui si poteva essere parte di un’élite anche se non si era parte dell’élite. E, dato che ogni élite è una condizione di superiorità per definizione, oggigiorno chiunque può sentirsi superiore. I paradossi della contemporaneità – quella democratizzata, post-RivoluzioneFrancese, ma non ancora post-Romanticismo. Io sono ancora un po’ all’antica, e infatti voglio trovarmi una milf facente parte dell’élite (non per forza parte dell’élite tale da generazioni – mi basta una volgare alto-borghese arricchita) che mi adotti. Nel frattempo, e in questo periodo particolarmente, cerco democraticamente piccole élite a cui associarmi arbitrariamente.
Per colpa di P ho voglia anche di vedere P. È colpa di P perché è stato lui a contattarmi dicendomi, con quello stile tutto suo, che voleva vedermi. L’ultima (ed era anche la prima) volta in cui l’ho incontrato su appuntamento risale a qualche eone fa – e così la richiesta mi ha intenerito e invogliato, e ho indecentemente proposto di averlo come ospite a casa mia. Era da un po’ di tempo, a intermittenza, a causa di K, che pensavo a lui. P è una di quelle persone che, riassumendo, puoi agevolmente definire “uniche”. Ha creato se stesso senza rifarsi a prototipi abusati – o forse si è rifatto a tanti prototipi abusati, mescolandoli, imbastardendoli, e le commistioni ci piacciono.

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