Del libero pensiero.

C’è ancora un tassello che – come Me mi ripete – mi manca per tornare a una soddisfacente percezione della totalità della sottoscritta (ossia quella che prevede un buon accordo tra me e Me), ed è la mia prosa.
Come Me mi fa notare, la suddetta si è peggio che impoverita: deteriorata.
È colpa di tante cose, alcune semplici da rintracciare, altre più nascoste. È colpa soprattutto della mia attuale forma mentis, che cerca di raggiungere orgasmi per accumulo d’analisi. Foucault, pare, voleva fare lo scrittore di fiction – e ne noterei la frustrazione leggendo le peculiari forme con cui arricchisce le sue analisi. È un buon esempio di come l’arte – in questo caso intesa come “accorgimenti estetici” – possa in taluni casi essere più che congeniale, direi necessaria allo svolgersi di un ragionamento.
Ma lasciamo stare Foucault.
Il punto è che inciampo – quando tento di scrivere in italiano – negli stessi dubbi e nelle stesse esitazioni in cui inciampo quando scrivo in inglese. Di meno, ovviamente, e in campi semantici differenti – ma il percepire la non saldezza della mia padronanza della lingua italiana equivale al non avere presa su me stessa.
Tornando a Foucault e a come l’arte possa essere un estetismo necessario allo sviluppo di un sostanzioso ragionamento, le debolezze delle mia prosa mi fanno pensare che ci sia una certa debolezza nel mio pensiero. Ma “debolezza” non è il termine giusto. L’accumulo di tecnicismi al fine di saper comporre analisi dettagliate esclude debolezze di struttura; si tratta invece di una mancante fluidità. Fluency. “Fluidità” mi suona parola straniera, ecco un buon esempio.
Mi manca il percepire la morbidezza delle parole, il facile modo in cui mutano a seconda di come le si accosta. Mi manca il saper trovare in velocità un sinonimo. M’incastro in macchinose riformulazioni di frasi che somigliano più a una definizione da dizionario, o alla spiegazione di un esperimento.
Mi manco, insomma.

Così, stanotte ho scritto un racconto brevissimo per darmi un contentino. È per un concorso da poche pretese, ma ciò che conta è mantenersi nel circuito. Con la mente, non con le pubblicazioni.
Due sere fa avevo ripreso in mano un certo progetto, che come tutti i progetti nasce come un indefinito racconto breve, che so diverrà lungo (conosco i tempi dei miei intrecci), e probabilmente ancor più lungo, fino a sfiorare il romanzo, ma stabilizzandosi in un’incertezza.
Ho bisogno di libertà. Ho bisogno di vivere nuovamente le parole come forma di scoperta, e non di descrizione. Un paio di settimane fa abbiamo fatto una simulazione dell’esame in classe – la scrittura di un essay – e circa la struttura (la struttura per paragraphs, la strutturazione dei singoli paragraphs con la logica richiesta dei suddetti) sono andata egregiamente. L’odiato reiterarsi di Introduzione-Svolgimento-Conclusione è ormai parte vivente di me – e vorrei bruciarla, urlando a chi la insegna quanto influenzi il pensiero stesso. Arriverò al giorno in cui non inizierò pensiero se non essendo certa del fatto che vi sia una conclusione a cui giungere? No, Dio, ti prego, no.
Sfogo le mie cosiddette “velleità artistiche” intrecciando pezzi di bigiotteria, e persino lì inorridisco al vedere come in così breve tempo l’estro sia stato incanalato in strutture predefinite. Non ho il cuore di una dadaista, ma poco tollero l’osservare l’artigianato colonizzare ciò che vorrei essere campo dello sfogo creativo. Per trovarvi comunque un senso e non annoiarmi mi sono quindi messa a calcolare come aumenti il mio costo-opportunità.
Così, due sere fa ho ripreso in mano moleskine e penna e mi sono imposta di procedere. Pur in maniera un po’ meccanica. Devo oliarmi, lo so, e l’unico modo di farlo – mentre lotto concettualmente con le strutturazioni impostemi dal mondo che mi sono scelta – è rincorrere la prosa perduta. Non so se il “Vero Artista” sia mai esistito, o se sia un’invenzione atta a romanticizzare i coevi di Ariosto, che tutto tranne che impulsivi erano, ma conosco la mia versione di “Vero Artista”, quella meno legata a vincoli interiorizzate e aspettative al varco, ed è quella che rimpiango. Non amando rimpiangere, cerco di ipnotizzarmi per farla pop-uppare di nuovo, afferrarla al volo e costringerla a sfogarsi per me, a me, con me.

Leggo The Structure of Scientific Revolutions annuendo annoiata. È quel genere di libro che, dato il mio background, non dice niente di preciso di nuovo, ma dà al sapere già accumulato una maggiore definizione. In tre capitoli di fila ho scritto qua e là “self-fulfilling prophecy“, al punto di chiedermi se magari non stessi leggendo da fanatica che trova solo quel che cerca (self-fulfilling prophecy, per l’appunto), e concludendo che – semplicemente – Kuhn mi stava dando la versione scientifica di altre simili meccaniche da me già analizzate – o di cui ho letto, ho sentito, e congetturato, e ormai è difficile ricordare cosa venga da letture, cosa dal tempo libero, cosa dall’università, cosa dalla mia testa.
Kuhn, in generale, mi dà l’idea di una mente cresciuta enjoyando appieno i preconcetti solidi e ramificati di un certo campo di sapere che a un certo punto si ribella e si dà alla filosofia e al post-strutturalismo. È come uno yuppie travestito da hippie. È come Mike Bongiorno travestito da Platinette. Insomma, no. Intendiamoci, non ho letto altro di Kuhn, e la mia è una mera impressione – la stessa avuta leggendo ne Il codice Da Vinci che il 666 era il numero della bestia. Mi riferisco a quella marca di ingenuità che consiste nel sottolineare entusiasticamente come incredibile rivelazione una cosa che, per un esperto del settore, non è che un becero fondamento, presupposto, prerequisito.
Ho riflettuto parecchio anche sulla virtuale comunità in cui mi riconosco da anni e anni e anni (da che ricordo, insomma), virtuale sia spazialmente che temporalmente. Ho bisogno, insomma, di gente morta: ho bisogno di Agrippa, di Bruno, di Hobbes, di Hugo, di Goethe, di Schiller, di… di… Di gente morta che mi ha lasciato frammenti di pensiero con cui ricostruire questo cimitero vivente di pensieri, scalini su cui il pensiero attuale si è costruito, o che il pensiero attuale ha cercato di rinnegare, tracce di storia che si presentano come idee – e le idee escono un po’ dalla cosiddetta “storia”, perché l’idea, ogni volta che viene espressa, parte un po’ dal presupposto d’essere assoluta, incurante dei cambiamenti avvenuti e che verranno.
Non ho bisogno, intendiamoci, propriamente di Agrippa e Bruno e Hobbes e via discorrendo. Nessuno di loro è ciò che cerco. Nessuno di loro può essere eletto come fratello spirituale dell’anno, perché ognuno di loro – nella propria totalità – ha parti che preferisco non riconoscermi affini. Ma è il presupposto con cui hanno espresso il loro pensiero che è condiviso e condivisibile: questa convinzione, forse solo occidentale, che ci sia una comunità di lettori futuri – i miei “posteri”, oh coevi – non meno importante di quella presente.
Anche perché, oh coevi, vorrei farvi riflettere su un consistente scarto che viene poco valutato. E mi riferisco alla fallace convinzione che i coevi di un romantico quale Schiller era fossero in qualche modo dei romantici (in senso storico), essendo quella l’epoca del Romanticismo. Ma la maggior parte della popolazione, vuoi per mere questioni di poca diffusione della cultura, era probabilmente rimasta alla Controriforma, o forse percepiva l’Illuminismo come ultima avanguardia.
Se googlate liberamente seguendo le tracce degli sviluppi filosofici vi imbatterete nei miei adorati post-strutturalisti, che sono – comunque – già datati. Ciò, se lo scarto di cui sopra non esistesse, significherebbe che io potrei parlarvi, oh coevi, partendo dal presupposto che – essendo in era post-post-strutturalista – voi abbiate perfetta padronanza di una certa logica di pensiero. Ma sono cazzate, lo scarto esiste e quindi io scrivo ai posteri. D’altro canto, se quello scarto non esistesse, io non mi sentirei in imbarazzo ogni volta che inciampo in un Derrida o in un Barthes riconoscendone i nomi ma senza sapere di fatto che abbiano detto.
Mi manca, nel senso di “vorrei”, una salda base scientifica generica. Me ne rendo conto grazie a VB e alle sue irrisolte tendenze per l’ambito scientifico. VB che mi manda lettere d’amore scritte da un uomo con l’animo degli homines novi rinascimentali, quel genere di scienziato che non può più esistere perché ormai certune scienze sono la prassi e non la scoperta, e perciò non richiedono alla mente operante di avere geniali illuminazioni o visioni del mondo. Ma lo porrei un po’ più oltre, agli inizi del 1600, e probabilmente per il mero fatto che conosco meglio quell’epoca, in cui compito primo di ogni pensatore era d’essere un indagatore, e quindi d’ogni indagatore di trovare una duplice risposta: una che rispondesse sia spiritualmente che agli strumenti d’analisi. Odio chi liquida Galileo rappresentandoselo come un ateo che dovette fingere d’essere credente per sopravvivere. Preferisco figurarmelo come solo esteriormente diviso tra due campi, religioso e scientifico, mentre in sé aveva intuito come tali campi non fossero che due linguaggi per esprimere le stesse cose.
Ma ovviamente chi Galileo fosse nel suo intimo è e sarà dato ignoto. Io preferisco elogiarlo figurandomelo come prossimo, interiormente, all’essere umano per me ideale. I tanti che oggi ne negano la religiosità compiono il mio stesso atto – ma non fatevi dire da nessuno, nessuno, neanche da un biografo di Galileo, chi Galileo fosse interiormente. La nostra libertà di pensiero sta anche nell’impossibilità del presente contingente di modificare il passato perché risulti più coerente con le premesse che vengono propagandate al popolo. Pensare che intimamente Galileo sognasse di farsi fare servizi orali da Dio in persona mentre questi gli riconfermava le sue teorie scientifiche non è semplice frutto di desideri trasgressivi irrisolti: è anche un violento ribadire l’irreducibilità del libero pensiero.

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