Di educazione e altre civili vanità.

Ho comprato L’educazione vi prego sull’amore di Roberto Ruspoli a causa di un miscuglio tra curiosità sull’autore, voglia di sentirmi dare ragione e accettata consapevolezza del fatto che la mia mente in questo periodo tende verso le procedure più basilari.
Dire che l’ho comprato è scorretto: l’ho fatto comprare a mia madre dopo avergliene parlato, per poi, la sera stessa, usarlo per far passare il tempo.
Mi aveva colpito la presentazione:

Le persone si dividono in tre categorie:
quelle che hanno stile,
quelle che non ce l’hanno,
quelle che ce l’hanno solo per sedurre,
ma non quando finisce l’amore.

Di manuali per il ben vivere in campo sentimentale ce ne sono a orde, ma questo sottolineava un lato poco indagato: l’opportunismo della buona educazione. E intendo: quella tendenza, ormai accettata, a ricoprire di gentilezze la persona amata, per poi trattarla alla stregua di un subumano non appena l’elitario rapporto finisce.
Ne scrissi, collateralmente, quando parlai di come mi infastidisse la compresenza di due lati nell’italiano che mi aspettava al mio ritorno in queste lande: da una parte un italiano apprezzato per la montagna di gentilezze, quasi servilismi, che riserva alle sue conoscenze, dall’altro lo stesso italiano che non si fa remore a sopravvivere sulla pelle altrui, quando altrui è uno sconosciuto (l’esempio che preferisco è sempre quello dei cessi pubblici, che amareggiati cartelli cercano di mantenere puliti dicendovi di comportarvi come se foste a casa vostra). Al Nord, pare, siamo più freddini, e così mi capita – in treno – di sentire un lombardo d.o.c. descrivere l’ospitalità di un meridionale (non so di quale esatta regione; il dialogo parlava di un “meridionale”) con l’uso piacevolmente stupito del termine “servile”. Non mi riferisco a chissà quali pratiche indigene, ma al normale osservare, quando si è ospiti a cena a casa di qualcuno, l’essere serviti come se si fosse a un ristorante, con il rischio di offendere l’ospite se osi alzarti per dare una mano.
Ma comunque.
Ruspoli parla di quest’opportunismo delle buone e compiacenti maniere, a tratti, nell’ambito dei rapporti interpersonali, e di altre cose. Non ho finito il libro, probabilmente non lo finirò, tanto mi ha già dato ragione – dell’opportunismo nel leggere libri – col definirmi l’essere umano del futuro:

La coppia aperta potrebbe allora aprire la dimensione di un uomo nuovo, senza possesso, senza rinuncia, ma implicherebbe il sentimento alto e puro delle stelle, e comunque tale coppia non si sognerebbe mai di definirsi tale, perché, indisposta alle classificazioni e a ciò che è definitivo, disprezzerebbe anche quell’appellativo.

Grazie, Ruspoli, per la sviolinata.
Ci stavo pensando nel corso della stessa mattina in cui si sarebbe poi acquistato quel libro, mentre – al tavolino di un bar – si discutevano le vicissitudini sentimentali di una tizia. Sempre le solite vecchie storie: lui mente, non mente, perché mente, fino a che grado può mentirmi, io che per assicurarmi lui vengo meno al rispetto e decido per lui, ma lui non ha rispettato me e allora io non rispetto lui, e allora… e allora…
Mi sono sentita baciata dal cielo e inutile, dalla mia posizione di persona che ha rapporti del tutto particolari.
Ho detto a VB che, stanca di essere inquadrata con lei sotto classificazioni quali “coppia aperta”, “coppia alternativa”, “coppia sì ma un po’ strana”, e via discorrendo, comincerò a dire in giro che io e lei formiamo una coppia chiusa ma che la tradisco dalla mattina alla sera – così, perlomeno, metterei alla prova la coscienza delle persone, che dovrebbero decidere se farle sapere delle abnormi corna che le faccio.
I feedbacks che il mondo mi dà, quando non gioco la parte della donna da cliché che svenevole e puntigliosa si struscia sul suo uomo (ruolo che adoro mettere in scena, ho scoperto, con donne – amore per la performance sociale chiassosa? Mah), ci riconoscono come sorelle.
Non è la prima volta che il mondo inquadra uno dei miei rapporti indefinibili in questo modo, e deve essere una sensazione molto forte, perché mi sono trovata a divenire la sorella di un tizio che mi assomigliava quanto Evan Stone può somigliare a un lord inglese. Conseguenze di un amore per il cameratismo? O di rapporti la cui intesa non viene offuscata da giochi di ruolo sociali? O di un poco segreto amore per l’incesto quando si è figli unici?
Nel mentre, i miei sogni vengono cosparsi da abusi della sottoscritta ad opera di conoscenti.
Due notti fa ho sognato che C mi trastullava in pubblico mettendomi una mano nelle mutande – ok, era un abuso quanto può esserlo l’essere violentati da Jesse Jane.
Stanotte ho sognato che S mi ipnotizzava per poi approfittare di me toccandomi e baciandomi il collo – anche questo era un abuso poco convincente.
Ormoni frustrati?
Ma mi sorprende che il mio inconscio mi dia il ruolo di colei che subisce, per quanto gioiosamente. Forse ho esagerato con l’assunzione di intense dosi di shopping? Ruspoli, tra le altre cose, narra la gioia di sentirsi un gigolò tra le mani di una tardona di classe, finendo assieme ai vari Testori e Visconti nel suo celebrare le gioie d’essere un uomo-oggetto.
Mater, frattanto, ha messo in crisi una delle buone cose che avevo tratto dal libro di Ruspoli: il credere d’aver trovato un libro per le masse di mio gradimento. Mi sentivo più vicina allo Zeitgeist, con immane compiacimento – ma Mater l’ha liquidato dicendo che è un qualunquista che non prende posizione, ripiombandomi sul mio eremo radical-chic.
Comunque, masse e non-masse, leggetelo: ha qualcosa di nuovo da dire, o meglio, qualcosa di vecchio che non va più di moda – e poi mi elogia.

2 comments

  1. Siamo sorelle, il mondo no lo sa perché qualcuno si è dimenticato di notificarlo o ha insabbiato la pratica. Visto che mi tradisci da domani voglio solo archi trionfali per tutte le stanze! 😛

  2. “..comincerò a dire in giro che io e lei formiamo una coppia chiusa ma che la tradisco dalla mattina alla sera..”

    chicca! 🙂

    Mater

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