Unheimliche Gemütlichkeit.

Ti accorgi di essere in un periodo esistenzialmente stressante quando, di tanto in tanto e d’improvviso, ti coglie un senso di leggerezza al realizzare che per 48 ore potrai fingere che la vita scorre fluidamente e limpidamente come un bicchiere d’acqua senza sedimento – quelli che io amo, quelli che puoi scuotere fino a staccarti un braccio e mai verranno offuscati.
La scrivania è ricoperta di libri e A4 messi assieme alla peggio o alla meglio, accatastati in un caos che sussurra:

Hai iniziato la tesi.

E mi sono già complicata la vita.


Oggi, a cinque minuti dall’inizio della lezioni, nella mia solita e amata prima fila, vedo una ragazza porsi dinnanzi a me con fare deciso, guardarmi negli occhi (e già qui io vado in panico, perché dimentico i volti e non so mai chi stia per salutarmi e chi invece mi guarda per sbaglio) ed esordire con un:
“Posso farti una domanda?”
“… Certo.”
“Perché alla mia presentazione avevi fatto quella domanda?”

Premessa.
I cicli di lezioni atte a insegnare agli studenti come si struttura e mette in atto una presentazione hanno ovviamente visto i tentativi di diversi poveri malcapitati prima di me, ognuno portante un diverso argomento.
Tra questi, la ragazza sopraccitata aveva portato la sindrome di Stendhal, che ho scoperto non colpire – non a livello significativo – gli italiani.
In un grazioso schema proiettato per il pubblico non pagante, si mostrava quindi la ripartizione per nazionalità delle persone affette da tal sindrome. Non erano molti, i Paesi coinvolti, diciamo 4 o 5, più o meno così:

Francia, Inghilterra, Germania, Spagna, Giappone.

La mia domanda, che spero intuirete – per farmi sentire meno isolata nella mia pazzia – verteva sulle ragioni che coinvolgevano, in un quadro tutto squisitamente europeo, il Giappone, che – a prima occhiata, e usando francesismi – non c’entrava proprio un cazzo. Francesismi a parte, credo la mia domanda fosse una cosa simile a un:
“Ma… perché il Giappone?”
A riconferma della mia non totale pazzia ho ricevuto una risposta sensata (i giapponesi hanno sviluppato, causa cultura, una sensibilità estetica simile a quella europea etc…), sentendomi soddisfatta e vagamente incuriosita – quel tanto che basta per sentirsi intellettualmente vivi ma non abbastanza per fare ulteriore ricerca.

Quindi – antenati, coevi e posteri – quante risposte può avere la domanda:
“Perché alla mia presentazione avevi fatto quella domanda?”
Mi si sta arroventando il cervello, a furia di cercare una risposta alternativa a un semplice, quasi vergognoso:
“Curiosità…?”


Ieri mi è balenata alla mente un’immagine non meno folle che mi sta torturando in dissimile qualitativamente ma simile quantitativamente modo.
L’immagine è quella di una porta aperta.
L’immagine è quella di una Kiel d’estate, nel nostro appartamento, con la porta costantemente aperta – senza motivo.
È interessante come il mio cervello, a posteriori, cerchi un motivo per cui lasciare una porta aperta – ai tempi, semplicemente, non c’era motivo per chiuderla.
Ah, idillii passati!
Il ricordo innocente ne ha fatti sorgere altri, messi nell’armadio appena tornata in Italia e lì rimasti per non infastidirmi – mi infastidisce il ricordo di serate fresche passate a giocare a carte dopo una lauta cena, accogliere il ritorno dei coinquilini con amici annessi e festeggiare il nulla – no, non servono motivi neanche per festeggiare – bevendo e ridendo.
Mi strazia, soprattutto, il ricordo di quel cielo. Il ricordo di notti estive che non erano mai del tutto buie, neanche quando – per quelle 3 o 4 ore – il sole scompariva e rimaneva solo quella vaga luce azzurra a cullarti in silenzi irreali.
È colpa di Lezione di tedesco se certe sensazioni tornano – è colpa di VB che me l’ha portato senza dirmi perché avrei dovuto leggerlo ma ripetendomi con fare saggio che avrei dovuto leggerlo.
Lezione di tedesco è uno di quei libri, come molti passati dalla mia libreria, che non posso indistintamente consigliare. È troppo marcato dalle latitudini in cui è stato ambientato per essere amichevole con un pubblico universale. È un libro che definirei tipicamente tedesco, ma il tipico tedesco non esiste, e se questo romanzo mi smuove tanto è perché è specchio di un particolarismo tedesco, di un regionalismo con cui ho vissuto per un anno, non lontano dal confine tra Germania e Danimarca.
Il senso di questo libro diventa allora il promuoverlo per far capire al prossimo Kiel. Non la città, non gli abitanti, ma tutti gli interstizi che la mano umana fatica a cambiare: la rarefazione dell’aria in un dato momento della giornata, la luce sottile e pervasiva, quasi densa, che dipinge di tonalità fredde il paesaggio piatto cosparso di un verde pungente, e di bacche il cui colorito di per sé rossastro vira verso l’oniricità del viola. I gabbiani, poi, il loro urlare straziante che perfora i timpani in una landa in cui l’abitante medio cammina come se riuscisse, per natura, a ottimizzare l’energia: non un braccio lasciato a penzolare più del dovuto, ma neanche trattenuto vezzosamente; non un’espressione gratuita, ma solo quelle basilari, incredibilmente comprensibili perché basilari – imparare (di nuovo) a comprendere il mondo per mezzo delle sfumature.
La memoria seleziona, mastica a lungo i bocconi migliori e oscura quelli peggiori, riassumendo in un attimo intenso quelle che era abitudini allora tediose. Ne sono cosciente. Ricordo anche vagamente come tutta quella pace interiorizzata fosse alienante – come tanto silenzio, nelle orecchie e negli occhi, mi facesse sentire più vicina al mondo a me circostante per mancanza di ostacoli. È una forma di solitudine, solo più vicina a quella romantica di Caspar David Friedrich che a quella disperatamente ricercata in metro a Milano.
Lezione di tedesco mi fa un quadro neutrale – neutrale per accumulo di connotazioni che, così sottili e impercettibili, non riescono a formare uno spessore sufficiente a spostare l’ago della bilancia. Né bene né male, solo: le lunghe e lisce spiagge del Mare del Nord – quel modo vago e stordente che il paesaggio ha di degradare, senza stacco netto, lasciandoti sempre nel mezzo di uno spiazzo, sotto agli occhi del mare, di Dio e di chiunque passi nel raggio di cinque chilometri.
E dei gabbiani, ovviamente, mentre i corvi ti guardano senza farsi guardare.
Unheimliche Gemütlichkeit.

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