Del consumo della presenza dell’assenza.

A VB ho scritto:

Vedi? Siamo veri vaccari e ci congediamo con contrizione.

Sconsiglio la visione di Brokeback Mountain (a causa di cui feci una gaffe epocale, chiamandolo Bareback Mountain – non che brokeback sia poi tanto meglio) a chiunque mantenga relazioni a distanza.
Avevo già visto suddetto film, tempo fa, e avevo anche letto il racconto da cui è tratto.
È una trama interessante, perché non è narrabile né riassumibile. Nessuno, neanche la persona più impassibile del mondo, può pretendere di risultare serio mentre narra la vicenda di due vaccari che in Wyoming si scoprono omosessuali e celebrano l’estate mangiando fagioli sotto un titolo del genere. È tragicomico – e il tragico si rivela quando mantieni rapporti a distanza.

L’SMS sopraccitato è stato mandato a VB a 10 minuti dalla sua partenza. Il contegno è tutto, antenati, coevi e posteri – troverò sempre, in ogni generazione, qualcuno che mi dia ragione su questo punto. Il contegno è tutto. Perché stavolta salutare VB – probabilmente a causa dei vaccari del Wyoming – è stato più difficile, benché lo sapessi già da tempo. Esattamente, dal momento in cui è giunta qui a febbraio. Doveva essere solo un weekend, neanche 48 ore, poi sarebbe tornata a casa e l’avrei rivista 5 giorni dopo. Ciò nonostante, non avevo voglia di farla andare via, l’ho tentata e lei – moderatamente odiandomi per questo mio offrire tentazioni – ha ceduto.
Shit happens.
E voi, mio fedele pubblico – perché anche se non scrivo per eoni ho sempre una fetta di visitatori costante, al di là di bene, male e ogni moda – per qualche poco misterioso motivo amate queste chicche di tenerezza e rimpianto.
L’autore de La società dei consumi, Jean Baudrillard, scrisse, con il fervore fatalista e profetico che scoprii dopo essere una marca della sua generazione in Francia, di come la sua società – e di riflesso la nostra, perché ha profetizzato bene – tendesse a ricreare senza sosta tutte quelle cose che inesauribilmente non riusciva a possedere. L’elenco è lungo, in gran parte intuibile, a partire dalla vita paradisiaca delle casalinghe in un’epoca in cui le casalinghe smettevano di essere tali, fino all’invenzione del cosiddetto “tempo libero”, che – se fosse libero – non avrebbe un prezzo, e invece l’ha. Baudrillard parlava, in termini foucaultiani, della significazione subita da tutti quei beni – materiali e immateriali – che vengono ricreati artificialmente perché sostanzialmente assenti nella vita quotidiana.
Su questa base mi domando spesso cosa rifletta l’accento che molte delle persone che conosco pongono sulle mie situazioni sentimentali, romanticizzandole, sentimentalizzandole, gonfiandole all’ennesima potenza con i toni e le frasi fatte che l’epoca fornisce. Un corso di letteratura e cultura italiana contemporanea mi fece notare come Testori desse ai suoi personaggi proletari un lessico che, quando lirico, veniva tratto senza troppe riformulazioni dai fotoromanzi diffusi all’epoca. Oggi sdegniamo tali prodotti di bassa lega – ci rimangono tutti i film, quello dei vaccari in Wyoming incluso, e quell’infinita, aberrante, nauseante caterva di saggi che vi spiegano come affrontare al meglio se stessi e il mondo dato il presupposto che il secondo è di merda e bisogna sapersi ingegnare per coglierne i lati digeribili.
Sono una mente semplice, e i vaccari del Wyoming – per necessità di ruolo – mi rincuorano, dovendosi esimere dal condire le loro gioie e le loro sofferenze con frasi fatte e sottolineature e categorizzazioni. Lo fa la colonna sonora, per loro, le recensioni e qualche altro dettaglio subliminale, ma si fanno apprezzare per la loro essenzialità.
Mi vengono in mente quei quadri fiamminghi pericolosamente vicini alle Vanitas, quelli ricolmi di tutti gli oggetti, l’ordine e i profumi che l’alto borghese fiammingo non poteva permettersi nella quotidianità – e così commissionava un quadro che li riassumesse. L’epoca delle Vanitas è barocca, e l’amo – l’amo perché l’horror vacui è la presenza dell’assenza di qualcosa, e mi ricorda quel qualcosa. Amo il barocco con la testa e l’estetismo annoiato di una creatura dai piaceri soddisfatti che può permettersi il lusso d’essere tediata, ma nella quotidianità – nella vita che vivi e non costruisci – preferisco l’essenzialità delle forme semplici, quell’essenza che i miei adorati romantici tedeschi lamentavano d’aver perduto lungo la strada del progresso, e che tanto invidiavano ai greci (che poi i greci l’abbiano mai avuta è altra faccenda – troppo romanticizzati, i greci).
Quando conosci una persona non hai bisogno di vederla sciogliersi in lacrime per capire che è triste – e allora, antenati, coevi e posteri, un silenzio è già abbastanza pregno di informazioni.


Nel mentre, tra lo scoprire una nuova posizione a letto e il guardare beceri film, ho avuto delle piccole soddisfazioni.

Il ciclo di lezioni atte a spiegarmi come fare un’oral presentation mi è ormai alle spalle, mentre in mano ho un foglio da portare all’esame finale che dice che il mio voto per questo parziale è 29/30.
Il foglio è una poco elegante schematizzazione dei criteri per giudicare una presentazione, e ne elenca 19, partendo dai più beceri (Effective introduction with an attention-getter, o, peggio, No spelling mistakes) fino a giungere a quelli più assurdi (Maintains audience interest in topic through the speech – non che sia assurdo di per sé, ma solo un pubblico di compratori potrebbe darti un tale feedback comprando quel che vendi). Se il mio voto è un 29 e non un 30 è perché la mia presentazione è durata 6 minuti anziché 5, e quindi accanto a Within time limits c’è una croce. Ma lo sapevo. E, dopo un anno in Germania, a fronte della rigida puntualità tedesca (benché sia un mito), non posso lamentarmene.
La soddisfazione viene dal fatto che è stato il voto più alto finora dato, e soprattutto dal fatto che la studentessa affetta da accento londinese ha preso un voto più basso (nella vita bisogna pur avere un nemico, per quanto poco credibile – io ho i britannici). Non me l’aspettavo, davvero. Ammetto di aver barato su tutti quei punti che valutano l’effettivo interesse mostrato dal pubblico nei confronti della presentazione, dato che era sull’ermafroditismo e ho proiettato gli organi genitali di true hermaphrodite. La soddisfazione viene anche dai complimenti e dall’ammirazione mostrata dai compagni, e dal fatto che sono, infine, come ricercato, riuscita a parlare fluentemente, con rilassatezza, nonostante il lungo tempo trascorso senza articolare discorsi in inglese.
Un ringraziamento a Ghiro, che mi fa sempre piacere avere come – so to speak – “supporto morale”.

La docente di linguistica italiana, invece, è fonte di scenette divertenti.
L’ultima l’ha vista cominciare a porre una domanda ed essere interrotta dal mio alzare la mano prima che – così lei ha detto – potesse finirla.
“Mi faccia almeno finire la domanda. Perché se riesce a rispondermi prima che io concluda…”
“Scusi, credevo fosse finita, magari ho inteso male.”
“Provi.”
E ho dato il giusto esempio richiesto, prendendomi la sua ammissione che posso rispondere prima che lei concluda (ma aveva concluso – semplicemente non aveva dato quelle informazioni aggiuntive che servono a suggerire la risposta).
Lo sapete, creature, sono facile alla noia – e lei è una di quelle docenti capaci di dare incredibile attenzione ma a poche persone.
Sarebbe stupendo, se ci fosse un altro centinaio di studenti.

Ho poi conosciuto la donna della mia vita (un’altra), che chiameremo AV, ufficio Informazione bibliografica, il genere di donna a cui chiedere come recuperare un libro intitolato The Story of De Beers, edizione 1939, rintracciabile in vendita solo su Amazon alla modica cifra di $66.00.

La mia relatrice, dopo 10 minuti di chiacchiere, mi ha notificato che avrei materiale per 6 o 7 tesi, e quindi devo restringere il focus – è stato ristretto e sono abbastanza soddisfatta.

Ho confezionato paccottiglia in fil di ferro, rame e ottone, chiedendomi sempre più per quale assurdo motivo mi metta a creare pezzi di bigiotteria che non indosserò mai e che non so vendere (perché me li chiedono ragazze e io, che sono pur sempre io, chiedo pagamenti in natura). Perciò ho rifilato il tutto a VB, sì che sua madre se ne liberi a qualche bancarella.
Non le ho però rifilato quegli idoli-feticci di cui sto riempiendo casa e che a breve la colonizzeranno causa invendibilità.
Il loro senso è stato il crearmi un cortocircuito mentale attorno alla variazione che il prezzo subisce a seconda che si valuti l’oggetto come pezzo d’artigianato o d’arte – che è come discutere sul fatto che i diamanti sono pur sempre just rocks. È una discussione inesauribile, perché verte sull’asse vero/falso, mentre gli oggetti significati se ne fregano di tali inezie.
Ricordo che mi vennero offerti €100,00 per una mia opera a pressati che in termini di materiali valeva meno di €1,00 e in termini di tempo mi aveva richiesto 5 minuti a dir tanto. Ricordo che non la vendetti – e, a oggi, so dire che non la vendetti perché quell’offerta non mi corteggiava.
Ho spesso, da allora, detto che il prezzo non conta (non per me, che non faccio l’artista di mestiere), e quel che creo deve finire nelle mani di chi può comprenderlo – per questo parlo di “corteggiamento”, perché voglio che il compratore mi comprenda nell’intimo come un corteggiatore dovrebbe fare (mentre da un corteggiatore non lo pretendo, interesting enough). Capisco allora il senso elitario dell’arte contemporanea, fatta per un ristretto (elitario) pubblico in grado di comprenderla.
Il corso di inglese mi sta facendo analizzare le tecniche della cd. popularization – e il come ogni volta che si scrive un testo si abbia, volenti o nolenti, un lettore ideale nella propria testa, ideale in senso neutro, perché nel caso di un testo che deve essere fruibile dalle masse il lettore somiglierà a un colletto bianco o blu la cui peggior pecca, per chi scrive, è la pigrizia. Avete mai concepito il creare come una forma di prostituzione? Oh, ormai il Leitmotiv del “commerciale=scadente” è iper-conosciuto, soprattutto nel panorama italiano. Ma è stupido e paradossale, perché è esso stesso commercializzato (se non lo fosse non vi venderebbero prodotti che promettono di rendervi unici e irripetibili e genuini ed essenziali). M’interessa più il rapporto intimo tra il creatore e il suo pubblico – m’interessa di più il lusso di poter scrivere in prima persona, e non immedesimandosi in un lettore medio vago, sottovalutato e poco spronato.
Non è un discorso così astruso, coevi, perché è applicabile alla mera quotidianità, quella ricolma di passeggiatori che – ci si lamenta – sono cloni gli uni degli altri; ossia, di passeggiatori che camminano sui passi di un osservatore ideale, massificato, e non secondo il ritmo che sarebbe loro proprio (ma esiste, questo ritmo “innato”? Me lo chiedo con Foucault e con Baudrillard).

Vi mancavo, nevvero, mio pubblico di creaturine vago, sottovalutato e da me spronato?

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