Della presenza dell’assenza e di altri insolvibili enigmi.

Sono scomparsa per un mese.
Un mese.
Non so quando sia stata l’ultima volta, se mai è accaduto, che ha visto una tale prolungata scomparsa della sottoscritta.
Ma ci sono ragioni per tutto, coevi e posteri, e quella che spiega la mia sparizione è così semplice da deprimere: non avevo niente di cui parlare – o meglio, tante piccole cose esauribili con una conversazione quotidiana con VB, ma nessuna grande idea o rivelazione o importante cambiamento di punto di vista da notificare.
Sono, insomma, cerebralmente morta.
Aggiungiamo la costante mancanza di tempo, e il fatto che la morte cerebrale si riflette anche in una certa lentezza e in una certa svogliatezza nello studio.
Mi chiedo, insomma, cosa ne sia di me – perché la sottoscritta che conosco è un agglomerato di carne che sta in piedi esclusivamente grazie a un groviglio di congetture e masturbazioni mentali, quindi mi riconosco poco – proprio poco – così poco che non ricordo bene neanche a che genere di prosa le mie dita si appellino quando devo comunicare al vasto mondo.
Lo sto facendo grazie al mio adorato & adorabile Emerito Canadese (l’EC, d’ora in poi – se mi ricordo), ossia – per chi non ricorda – quel professore (emerito) in pensione che tenne una lezione come guest professor in quel di Kiel a cui la sottoscritta presenziò. Quello su cui ho speso tante commosse parole – nei mesi trascorsi e stasera, quando gongolante ho notificato a VB la notizia, saltellando sulla sedia in preda a un entusiasmo che non esperivo da tempo.
Certe cose fanno riflettere – intendo, tale tipo di entusiasmo mi è stato ben lontano per così tanto tempo da avermi un po’ scombussolato, facendomi sentire un po’ come un vecchio e inacidito rancoroso alphaman della più becera fiction che s’intenerisce davanti a un cucciolo di San Bernardo.
No, non sto paragonando EC a un San Bernardo – è più di pura razza inglese, di quelle che spendono l’adolescenza in schools private con rette esorbitanti in edifici a mattoncini rossi, con un British accento fortunatamente corretto da una lunga permanenza in Canada.
Il British accento, e l’imperante scuola di stampo British, mi danno sui nervi a lezione di inglese – il corso di lezioni che dobbiamo seguire per prepararci a tenere una presentation di cinque minuti in inglese, tenute da una docente così British da farmi stringere con stizza le natiche (pardon, la Britishness risveglia la poco latente sindrome di Tourette che ospito).
Di presentations ne ho fatte diverse, a Kiel. Una parte dell’esame di Business English, quello per cui mi sono guadagnata un 1 (che corrisponde a 30), era sulle presentations. Quella portata a tal corso mi è valsa come feedback un “Your presentation was by far the most professional and meticulously researched in the whole class“. Per una di gruppo ho preparato la parte di una studentessa che è sparita all’ultimo in 24 ore.
Insomma, avrei tutte le carte per dirmi che non ho alcun bisogno di ascoltare la lamentevole cadenza British della docente, ma perché basarmi sulle mie comprovate (e valutate positivamente) capacità? Troppo facile, no?
Ho esposto alla docente il fatto che non ha specificato che genere di approccio voleva. L’American style o quello European? Il primo è più divertente, più da talk show, meno ortopedizzato, più difficile perché non lineare – il mio preferito, e quello che un docente dovrebbe spronarti a tentare quando dimostri buona volontà.
Ma la docente, ovviamente, vuole lo stile European – la docente vuole sentirmi utilizzare tutte le formule che ha doviziosamente dettato in classe (le slides non le mette online, altrimenti non la seguiamo con attenzione), vuole la più becera e noiosa introduction 4 dummies e una conclusion per decerebrati italiani svogliati (quelli che non seguono la lezione con attenzione). La docente vuole annoiarmi e vuole essere annoiata da me.
E ha un insopportabile accento British che usa per sputare saliva quando dice little.
E io so perché soffro di mancanza di entusiasmo, e di presenza di svogliatezza quando studio.
Per finire in bellezza, uno di quei deliziosi grovigli che vengono a crearsi quando la legge e i rancori famigliari squisitamente irrazionali si incontrano mi è inesorabilmente calato sulla nuca, inevitabile e folle come solo un tono aulico usato per imporre dispotismi capricciosi può essere.
Dire che non ci dormo di notte sarebbe scorretto: dormo e lo sogno, questo grumo di carne sanguinante e irata tenuto assieme dalle fatali e solenni formule giuridiche. È una tipologia di incubo che conosco molto bene, benché presentatasi in varie e dissimili forme, ma tutte accomunate dal trovarmi a dover ragionare, senza possibilità di scelta, con una persona o un ambiente troppo accecati per essere ragionevoli (cioè: per ragionare). Non che sia strano che io sia perseguitata da simili incubi: non sono che la proiezione della mia percezione del mondo, no? Voi siete dei folli che follemente seguite folli pratiche divenute credenze mezzo interiorizzazione, no? E Jan di Leida non ha concluso i propri giorni in una gabbia, circondato da una folla giudicante?
Ho sognato la stigmatizzazione sociale.
Del sogno non ricordo bene i confini, perché uno prevale sugli altri: quello che, nel sogno, ho superato – quello che fa diventare un folle criminale quello che prima era considerato un santo profeta. Nel sogno non ero una santa profetessa, solo me stessa, ma un certo sconveniente gesto aveva fatto sì che la società mi voltasse le spalle, simbolicamente uscendo in massa dalla stanza in cui ero, e lasciandomi così a contemplare il concetto di esilio.
Dirvi che tale rivelazione è agghiacciante sarebbe corretto ma inesatto: nel sogno non mi sono sentita lacerata a causa della consapevolezza improvvisa della mia solitudine ab aeternum (finché morte non vi separi), ma dall’osservare con quale facilità una mente umana possa cancellarti per preservare le proprie convinzioni.
È un sogno, dopotutto, era solo un sogno – e io dormo di notte, mi sveglio e settimana prossima ho un appuntamento dall’avvocato perché due esseri umani a me troppo vicini, quando si rapportano l’uno all’altro, diventano simili a quelle affamate bestie che trovate rinchiuse nelle gabbie e che sarebbero pronte a divorare i propri figli pur di non sentirsi più minacciate.
Odio Freud, e Foucault è la cura – ma è morto a causa dell’AIDS. (How postmodern.)

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2 comments

  1. Back in Black

    [non avevo niente di cui parlare]
    A writer with nothing to say is a writer with a problem (but I admit I liked the touch of a new post exactly the ninth)
    Welcome back my dear, even if you are back in black (meaning not in a very nice moment), for which I am sorry.
    [Mi chiedo, insomma, cosa ne sia di me – perché la sottoscritta che conosco è un agglomerato di carne che sta in piedi esclusivamente grazie a un groviglio di congetture e masturbazioni mentali]
    – Life is renewal and evolution. What is static will slowly decay and die, so embrace the change and try to direct it to better yourself..
    Said by the old bearded (antisocial) chap, sitting up in the mountains
    – It’s spring, biologically the body is subject to an awakening that inevitably reflects on our emotions, changing our usual reactions to our daily routines
    Said by the doctor that is trying to explain to his wife, why he is so late and why he has lipstick on his collar.
    – Have a cup of tea and then get back working you dodging scoundrel!
    Said by the inflexible German/English tutor
    I will not tell you what the Jesuit says.
    It involves some strange, invisible omniscient entity and love for yourself and your neighbour.
    I already told him, on your behalf, to get stuffed! 😉

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