Dell’inglese e di altre assurde pretese.

Oggi, mio popolo dal bilinguismo innato (dialetto + italiano), affronteremo lo strano, imbarazzato e astioso rapporto esistente tra gli italiani e la questione “lingua”.
Lo affronterò con il tono amareggiato di chi, parlando del più e del meno, si ritrova per abitudine a pronunciare più o meno correttamente prestiti abusati quali “report”, “establishment”, “director” e altri tra i centinaia di inglesismi che cospargono la quotidianità, e che con fatale puntualità si sente interrompere:
“Eh?!”
Report.
“Ahhh… ‘Report’! E parla come mangi.”
(Mangio di merda, vi ricordo.)
È da eoni che rifletto sull’approccio italiano alla lingua straniera egemonica (l’inglese, quindi). Non mi interessa oggi parlare della poca padronanza dell’italiano medio, fattore troppo scontato e quindi banalizzato. Mi interessano tutte le cause/conseguenze-satellite attorno a tale banalità.
Mi riferisco a dialoghi come quello sopra ricreato, ad esempio, che già di per sé rivela una contraddizione insoluta. Mi riferisco alla coesistenza di una massa sconfinata di inglesismi in italiano mentre, dall’altra parte, l’inglese non italianizzato rimane un imbarazzante straniero.
Mi viene in mente un discorso fatto da un docente circa Il calzolaio di Vigevano: il docente commentava, traendo spunto dal libro, come nell’Italia di quegli anni (Seconda Guerra Mondiale) l’italiano non fosse poi così diffuso, i dialetti vigessero ancora, e quindi l’italiano avesse un po’ lo status che oggi ha l’inglese: è quella lingua che impari a scuola e quindi mastichi con difficoltà, senza naturalezza, che usi per innalzare il tuo status ma con un certo imbarazzo.
La mia esperienza all’estero ha gettato luce su un’attitudine italiana che mai avevo notato prima. Appena giunta a Kiel, difatti, dopo aver avvisato il mio Study Buddy delle mie lacune in inglese, mi sono trovata tra tre tedeschi che – per gentilezza nei miei confronti – parlavano, tra loro, in inglese. Ci sono modi e modi di parlare in inglese, creaturine, e non mi riferisco alla minore o maggiore padronanza della lingua, bensì del linguaggio del corpo: e il linguaggio del corpo dei tre tedeschi non tradiva imbarazzo – il che non significa che il loro inglese, o la loro pronuncia, fosse perfetto. Era migliore di quello della media italiana che conoscevo, e del mio dei tempi, ma peggiore di quello della mia insegnante di inglese – eppure, la mia insegnante di inglese, quando fa lezione in inglese, parte sempre senza riuscire a disfarsi di quell’imbarazzo che rende la parlata pedante – manca fluency, qualità con cui ti triturano i coglioni a certi esami.
Ora, ci sarebbe qualcosa da dire anche sul fatto che i tre tedeschi abbiano parlato, davanti a me, in inglese e non in tedesco. Magari non era gentilezza, magari volevano tutti e tre portarmi a letto (ma ne dubito – e, P, es tut mir Leid, dass ich dich als Beispiel benutze), ma immagino che anche molti dei partecipanti alla festa di compleanno dell’Angelo due (o tre?) anni fa si sarebbero con piacere portati a letto quel gran pezzo di Creazione che è K, ciò nonostante era tutta sola in un angolino a sentire gente parlare in italiano. Circa quell’occasione, miei imbarazzati mancati anglofoni, vi ringrazio: probabilmente non sarei finita a letto con K se tutti voi ci aveste provato, allargando la competizione, mentre a farle una spietata corte eravamo solo in 3.
Non è né della mancanza di gentilezza né della presenza di secondi fini che voglio parlare, ma dell’atteggiamento in sé, che trovo nel quotidiano come in televisione: quel mettersi in bocca, quando dovere ciò richiede, parole inglesi di malavoglia, tentennando, per poi riservare all’inglese appena utilizzato un gesto che vede mescolarsi noncuranza, sprezzo e fastidio – lo stesso con cui mi viene detto “Parla come mangi.” quando qualcuno non ha capito la parola inglese con pronuncia inglese (più o meno corretta, ma non italiana) da me usata. Escludo anche il valore della vera conoscenza della lingua, che poco ha a che fare con quest’imbarazzo: oltre alla mia insegnante, ne fu esempio U, che mi confessò che – pur avendo una buona pronuncia inglese – si vergognava a usarla, e così la storpiava all’italiana. Ci fu poi S, che ridendo mi spiegò come un suo amico – bilingue italiano-inglese – tendesse a pronunciare i nomi dei gruppi inglesi e americani come andrebbe fatto, causando così una certa ilarità. Assurdo, nevvero? Non tanto, se pronunciando “report” all’italiana sono certa che vengo capita, mentre se la articolo come andrebbe articolata rischio di creare confusione. È il problema che una malaugurata marca, tra le altre cose, ha creato: la Fruit of the Loom, che fa sì che gli italiani pronuncino la “i”, stiano parlando in italiano o in inglese.
Esemplare del dramma esistenziale che s’incontra quando si vuole passare da una pronuncia italianizzata a una tentativo di correttezza è stata, ai miei stupiti occhi, la presentatrice di LoveLine, che in una puntata, prima di pronunciare una becera banalità in inglese (non ricordo quale fosse, ma non era più difficile di un “I’m sorry“), dovette avvisare il pubblico del fatto che stava per provare (è un passaggio difficile, richiede un’introduzione), lo disse, e poi scrollò le spalle insoddisfatta e concluse con un “Va beh.” sgravante.
Quel tono sgravante è al centro delle mie irrisolte riflessioni. È un tono molto simile a quello che useresti se qualcuno ti chiedesse di fare un triplo salto carpiato e tu lo facessi in modo imperfetto – ma anche chi te lo chiede, insomma, dovrà pur rendersi conto dell’assurda pretesa. Oppure il tono può colorirsi di una certa minacciosità, simile al modo in cui un tizio ti fa capire che – prima di criticare il modo in cui scopa – dovresti tenere in considerazione il fatto che ha lo stesso diritto di umiliare le tue capacità amatorie, non perché tu nello specifico sia un fallimento a letto, ma perché la maggior parte della popolazione ha una certa coda di paglia a riguardo, e quindi ogni allusione si concretizza nel momento in cui viene pronunciata.
Vi sto chiedendo di fare ricorso a una certa fantasia, perché tali dinamiche sono così tanto insite nell’italiano medio parlante inglese da non essere più distinguibili. Ho dovuto andare all’estero per rendermene conto – e ora, giacché sono tornata in Italia da mesi, neanche io scoppio più a ridere quando una persona dotata di un buon inglese si rifiuta di parlare in suddetta lingua dicendosi imbarazzata.

C’è un’altra cosa che ho compreso all’estero, parlando con tedeschi che scoprivano che ero italiana (e non francese, come credevano) e che quindi sentivano l’esigenza di farmi sapere tutto quello che sapevano sull’Italia, compresa qualche parola. Tale repertorio lessicale era costituito così:
– 10%: lessico legato al turismo (nomi di chiese, piazze, monumenti)
– 20%: lessico legato alla gastronomia
– 70%: parolacce
… Il che rivela di riflesso una pratica che diverte gli italiani: sentire stranieri imprecare e bestemmiare.

Ovviamente ho scritto tutto ciò perché il mio inglese sta andando a puttane.

BTW I should thank those people who comment on my LJ in English. The fact that – due to my laziness – I never write in English while most comments are in English is paradoxical – and, therefore, wonderful. Were I less verbose while writing in Italian, then I could write in English with no consistent effort, but I happen to love my verbosity.
I know that I should, P, because I can’t stand that you read me through a Google translation. You ought to visit me, as you told me, so that I were compelled to speak in English.

È anche abbastanza paradossale il fatto che la persona con cui chatto di più mi abbia abituato a farlo con lui in inglese – ma ti ho già ringraziato innumerevoli volte, Ghiro, nevvero? Ottima occasione per ribadirmi.

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4 comments

  1. [P, es tut mir Leid, dass ich dich als Beispiel benutze)]
    Kein Problem 😉

    [I know that I should, P, because I can’t stand that you read me through a Google translation. You ought to visit me, as you told me, so that I were compelled to speak in English.]
    Well, I like that translation thing. It´s about guessing. Guessing is fun, and if it isn´t (e.g. because I am too tired), I simply decide to stop reading without feeling too lazy.
    Regarding visiting: If I manage to f*** up that upcoming interview for an internship (or if they´ve got more suitable applicants, which is likely), I will have some free time in march.

    1. Every human relationship is about guessing – but it’s rather frustrating that I cannot control some steps of this process.

      Let me know for March. I’m attending lessons, but it depends on too many things, so… Let’s see 🙂

  2. Col passare del tempo ho tristemente assistito al progressivo disfacimento del mio inglese 😦
    Pur riuscendo a leggere quasi tutto, (con lo scritto credo di stare dalle parti della terza elementare) faccio sempre una fatica boia a capirlo quando lo parla un madrelingua, e temo di avere una pronuncia simile a quella di Ratzinger con l’italiano.
    E si, ammetto che un po’ mi fa strano utilizzare la pronuncia “rotonda” dell’inglese, che pure è quella corretta.

    Sto provando a metterci una pezza guardando i dvd in inglese sottotitolati, ma insomma… 😦

    Dovrei trovare uno di quei gruppi di conversazione che andavano di moda nei ’90s 😀

    Gab.

    1. Mi preoccupo poco della ricezione, perché so che dipende semplicemente dall’abitudine: è solo questione di riconoscere parole che conosci. Sicuramente in tal senso sono peggiorata (assieme a tutto al resto), anche perché avevo passato primavera ed estate a vedere film e serie in inglese, e ora non vedo più film e basta (o quasi).
      Circa il comprendere i madrelingua… Well, dipende. Ci sono anglofoni che capisco quanto gli italiani (che parlano italiano, non dialetti, beninteso :P) e anglofoni che capisco quanto i francesi (poco, quindi). Dipende dalla varietà d’inglese insomma.

      [E si, ammetto che un po’ mi fa strano utilizzare la pronuncia “rotonda” dell’inglese, che pure è quella corretta.]
      Ho cercato di analizzare la faccenda tra i crucchi, perché nessun popolo ha una pronuncia perfetta dell’inglese (tranne, leggenda dice, gli scandinavi), ma il problema, di nuovo, non è la “bravura”, ma qualcos’altro. Mi spiego: ho trovato tedeschi con un forte accento tedesco, ma pronunciavano i fonemi θ (thin) ð(that), magari ogni tanto sbagliandoli ma li pronunciavano. θ e ð non esistono, come suoni, né in italiano né in tedesco – quanto spesso senti un italiano pronunciarli mentre parla rilassatamente?

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