L’insostenibile leggerezza del potere.

Il mio caro Kalfou, ossia il netbook, è dal tecnico.
Momento di silenzio, por favor.
Non che ci fosse molto di non backuppato, a parte – ciao, Murphy – le lezioni registrate e un paio di altre cose non letali, ma che mi causeranno disagi.
Ma le lezioni registrate per l’esame del 10…

Anyway, dopo aver deambulato fino al tecnico in preda al tipico abbattimento moral-esistenziale che ti coglie quando non hai più il tuo computer, mi sono consolata in modo poco estroso.
In primis sono andata a fare scorta di fil di ferro e fil di rame e altre simili bazzecole, sì che ora un altro idolo steampunk composto di bulloni e spirali di metallo attende sul calorifero di essere completato – ha un’aureola in perline giallo-verde e al collo avrà un rosario in rifiniture di metallo verde-giallo. Si chiama Aristide Kebreu o Alain D’Hozier, a scelta – è il concept di un houngan dalla pelle bianca, pallida quanto un osso. Lo Hoodoo diventa ancor più sincretico se candeggiato, non trovate, miei deambulanti morti viventi?
Alla tappa dal ferramenta è seguita quella in libreria, dove avevo ordinato Il fine ultimo della creazione (Green River Rising). La libreria avrebbe dovuto mandarmi un SMS di notifica all’arrivo del libro, ma in italiano il condizionale ha una sua sacralità, quindi con fatalismo ho approfittato della tragedia informatica per andare a prelevare un romanzo che sapevo essere arrivato.
Non posso non consigliarvelo, perché tratta di carceri e io sono di parte. Posso aggiungere che il carcere ritratto è descritto sottolineandone la panopticità e che il nostro caro Bentham è esplicitamente chiamato in causa. Il nostro caro Bentham, che un giorno potrei approfondire, mentre accumulo invettive contro di lui. Il romanzo mi suggerisce che uno studio sull’illuminato giurista potrebbe non essere male – uno studio sul campo, suggerisce il romanzo.
Al momento ho in programma una settimana di frequentazione assidua della biblioteca di Scienze Politiche per stendere un indice della tesi – dovrei laurearmi a luglio, miei potenziali criminali – quella che vuole spiegare come i compounds rhodesiani e in generale le strutture di controllo della De Beers fossero la base poco teorica su cui è stata costruita la struttura dell’apartheid. Apart-heid. Una parola che riassume la connessione che Foucault ha tracciato tra carceri, ospedali e collegi da una parte e resto della società dall’altra.
Ma comunque.
Sviluppo calli su indici, medi e pollici mentre reitero auto-tortura infilandomi per sbaglio fil di ferro sotto le unghie. Dovrei farmi una doccia, ma il dramma informatico ha scombussolato le mie abitudini – e rifletto sui tempi in cui ero capace di abbandonarmi a me stessa per giorni, pulizia ridotta al minimo finché i capelli non assumevano l’aspetto bizzarro della noncuranza, e sapevo allora trarre da questa mancanza di cura energie da travasare altrove. Anzi, tale disfatto sembiante acuiva la ricercatrice in me, rendendomi più intellettuale. Significavo la noncuranza.
È da qualche entries che vi infliggo questo verbo, “significare”, e non nel senso di “avere un certo significato”, bensì in quello opposto: “dare un certo significato”.

Il termine significazione è un concetto semiotico che indica la relazione tra un significante ed un significato. Essa ha a che vedere con la ricchezza di senso tipica di ogni persona, oggetto, elemento del paesaggio naturale. Ogni cosa non ci appare come elemento astratto, bensì è per noi subito sensata, dotata di determinate caratteristiche.
Il concetto di significazione non va confuso con quello di comunicazione. Quando parliamo di comunicazione, ci riferiamo al processo mediante il quale qualcuno (l’emittente) trasmette qualcosa (il messaggio) a qualcun altro (il destinatario).
Nel caso della significazione, invece, l’emittente non è presente, se non come una sorta di proiezione del destinatario. A compiere tutto il lavoro comunicativo di interpretazione è per l’appunto il destinatario, che decide di considerare un determinato elemento della realtà come
messaggio, o più precisamente di un segno, rappresentazione della relazione fra un significante e un significato.

È una parolina-concetto che adoro, perché rivela meccanismi dati per scontati. Spiega come Dio potesse essere al centro del mondo di un tizio 600 anni fa, e come oggi quel Dio non esista più – ossia, non viene più significato. Spiega come Dio 600 anni fa esistesse e oggi non esista più, come ambo le affermazioni siano vere e non contraddittorie, in quanto ogni essere umano significa cosa diverse. Spiega come mai i crucchi abbiano una parola che significa “piacere provocato dalla sfortuna dell’altro” (Schadenfreude) e noi no. Ma il discorso si fa più interessante quando una lingua ha una parola che un’altra lingua non può neanche spiegare (anche se la vigente da me odiata ottica 4dummies asserisce che chiunque può capire qualsiasi cosa). C’è una netta differenza di concezione del mondo tra il congiuntivo italiano e quello inglese, una nettissima differenza tra i futuri inglesi e quelli italiani – da cui la difficoltà anglofona di comprendere la ricchezza del congiuntivo in italiano e quella italiana di comprendere la ricchezza del futuro in inglese.
Ma è anti-democratico dire che non tutti possono comprendere tutto. Ammazza il principio per cui tutti gli esseri umani sono uguali (“A quale ideale ipotizzato?” mi domando sempre) e di conseguenza la liberante pratica di essere accondiscendente nei confronti del prossimo a priori, anche se non lo capiamo, soprattutto se non lo capiamo. Mi trastullo con l’immagine mentale di un europeo bianco che fa beneficenza a godimento di una da lui sconosciuta popolazione africana, nel cui linguaggio esiste una sola parola per dire “ipocrita bianco che si svuota la coscienza aiutando il nero che non conosce”.
La linguistica vigente postula che le parole non si riferiscano a cose effettivamente esistenti, ma a concetti. Anche quando diciamo “cane” non ci riferiamo a un soggetto di fatto esistente, ma a una categoria – e tale categoria varia di lingua in lingua. Il “cane” italiano assomiglia a un cane di taglia media, un “Hund” a Kiel si riferisce a una taglia più grossa. Voi mi obietterete che sempre cani sono, io vi obietterò che è stato l’essere umano a decidere dove si ponga il limite tra “cane” e “lupo” – sulla base di eminenti studi scientifici, sempre da esseri umani svolti.
Una branca della linguistica vigente spiega che ogni lingua suddivide il mondo in compartimenti diversi, mai coprendolo tutto. Il lessico italiano non ha un compartimento chiamato “Schadenfreude“, così che servono più compartimenti italiani per formare quello. Il compartimento “mangiare” può essere suddiviso in infiniti compartimenti in tedesco – e voi opporrete che saranno tutti sinonimi di “mangiare”, e io vi opporrò che la sinonimia perfetta non esiste, perché quando esiste – storicamente – uno dei due sinonimi decade per mancanza d’utilità. Mi opporrete che, se non tradotti, possono essere spiegati – vi opporrò che anche Vergangenheitsbewältigung può essere spiegato, ma spiegarlo non lo renderà consistente quanto lo è in tedesco – se lo fosse, i quarantenni italiani non farebbero battute sugli ebrei.
Vi porterei anche l’intraducibile differenza tra können e dürfen, che in italiano non esiste al punto di vedere ribadito questo genere di scambio:
“Non potevo (dürfen) fare altrimenti.”
“Sì che potevi (können), ma non volevi farlo.”
Faccio spesso simili discussioni, al cui interno cerco di differenziare il “potere come avere la facoltà di fare qualcosa (können)” dal “potere come essere legittimati (da qualcuno o da una qualche situazione o norma) a fare qualcosa (dürfen)”. Il “poter (können) vivere sei giorni senza mangiare” e il “non poter (dürfen) fumare nei locali pubblici” sono cose diverse. Können e dürfen non sono sinonimi, ma in italiano vengono inglobati in un unico compartimento: “potere”.
Trovo l’esistenza dei due verbi nella lingua tedesca una cosa positiva: costringono a una certa sincerità con se stessi. Certo si potrebbe obiettare che se i crucchi hanno persino un modale per dire “avere il permesso di”, allora, beh, devono tenerci tanto alle regole – ma questa è una banalità già abbastanza reiterata, e il sottile confine tra responsabilità personale e lo scaricarla su norme esterne a noi esiste in tutti, infatti anche i crucchi a volte tendono ad abusare del können.

2 comments

  1. Il fine ultimo della creazione di Tim Willocks?

    Lo avevo letto un sacco di anni fa e me lo ricordo molto vagamente.
    Mi sembra di aver pensato “beh, non male”, ma se ora non me lo ricordo temo che non mi abbia colpito granché :s

    Gab.

    1. Yep, lui.
      Ci sono un paio di cose per cui lo ritengo pregevole di per sé, ma il mio giudizio è assolutamente condizionato dal tema affrontato (carceri), che in questo libro viene IMHO affrontato in modo utile oltre che contemplativo.

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