Idoli & emancipazioni.

Colleziono costituzioni stampate e pronte a essere colorate di appunti e punti di domanda.
Mi manca, lo studio sulle fonti. Ricordo gli stressanti mesi spesi a sfogliare le infinite pagine del Sartorius II (raccolta di trattati internazionali) cercando di capire quel tedesco tecnico per giungere al cuore di un articolo, quel punto che è tutt’altro che univoco, e dalle cui parole dipendono vincoli interpretativi e provengono conseguenze su altri trattati. Amo tutto ciò. Ho amato il metodo tedesco, lezioni di domande e risposte sfogliando le pagine sottilissime di quel tomo componibile e aggiornabile. Lo porterò all’esame di “diritto costituzionale comparato” (il metodo, non il Sartorius II), con già data approvazione della docente (che non si aspetterebbe così tanto dagli studenti).
Amo meno il diritto nella vita quotidiana, che torna a rompermi i coglioni in quel suo ambiguo e laido e complicato modo, che mescola la solennità delle leggi a quella della morale a un’emotività che non vuole farsi ingabbiare da parole incomprensibili. Non è la legge in sé, ovviamente, a creare tale garbuglio, ma i rapporti tra persone che la legge crea – odio tutto questo, e lo odio proprio perché la giurisprudenza si traveste da mediatrice limpida e razionale, che è come un alto prelato corrotto che copre con porpora dei testicoli striminziti dall’abuso. (Non faccio parte della fetta di popolazione che nutre acrimonia per la Chiesa, ma è più forte di me: l’insita contraddizione tra “spirituale” e “temporale” della Chiesa Cattolica crea serbatoi inesauribili di immagini d’impatto).
Mi appellerei a Sedlacek, e lo farò: mi aiuterà a cercare la soluzione nascosta in un interstizio tra due leggi.

Nei giorni di studio matto e disperatissimo i modi di rilassarsi solgono essere, per forza di cose, legati alla fisicità.
Mi sto facendo venire i calli ai polpastrelli di indici e pollici a furia di lavorare fil di ferro.
Amo il fil di ferro, duttile ma capace di formare oggetti saldi.
Avevo cominciato con la bigiotteria da mercatino, ma era così tanto palesemente inutile (non la indosso) da farmi optare per un’inutilità fine a se stessa; ho così (ri)cominciato a modellare piccoli idoli, manichini in miniatura dall’accennata forma umana, accennata per essere contorta, allungata o piegata. C’è un Baron Samedi nella libreria, ora, al fianco di un altro paio di figure antropomorfe indistinte. Vi ho accompagnato la realizzazione di qualche croce – amo le croci, sapete che colleziono rosari? Lo saprà chi, entrando in camera mia, avrà visto uno dei pochi oggetti decorativi in mostra: una maschera in legno, ricoperta di rosari attorcigliati attorno alle corna.
Comunque, dopo bigiotteria, manichini e croci, sono passata alla pseudo-utilità: porta-lumini. La mia camera viene costantemente profumata da candele, ingenuo modo di contrastare le conseguenze d’essere una tabagista accanita.
Non che il dare un’utilità a questi oggetti li salvi: spariranno a breve, non appena avrò smesso di piegare fil di ferro per rilassarmi, per finire in un armadio o più probabilmente regalati a qualcuno. Ho anche pensato di scaricarli alla madre di VB, che si dà veramente ai mercatini, riflettendo sul paradosso contemporaneo per cui una forma imperfetta acquisisce valore in quanto l’imperfezione ne garantisce l’autenticità (fatto a mano). Potrei fare dei bigliettini di presentazione che spiegano come tali inutili oggetti siano creati da una povera ragazza che sta morendo di leucemia, e il valore salirebbe ancor di più – Nietzsche avrebbe molto da dire su questo alzarsi del valore sulla base di imperfezioni, manuali e fisiche.

L’altro, consolidato modo di distrarmi consiste nel badare alla mia forma fisica. VB, in tal senso, ha compartecipato alla mia socializzazione all’universo delle pratiche femminili di relax secondo canone, per la precisione portandomi a casa – durante il soggiorno tedesco – quintali di prodotti di bellezza inutili da Rossmann. Ci ho preso gusto, e ora solgo farle notare come tal crema profumata de L’Erbolario mi doni moltissimo e faccia risplendere la mia pelle. Ci ho preso gusto, all’ottica della mantenuta. Pare che il processo di socializzazione all’universo delle più becere pratiche femminili da cliché non fosse poi una faccenda così impossibile, era solo questione – per l’appunto – di cliché, e quello che mi vede dovere prestazioni sessuali a un uomo come pagamento di regali era troppo abusato. Dovere prestazioni sessuali a una donna, invece, è un sogno erotico (poco) segreto. Ve l’ho detto che io e Testori abbiamo molto in comune: una tenacissima, e dall’incoerenza smontabile con poco impegno, concezione della dignità, e una tendenza a significare (“dare un significato a”) il prostituirsi con donne (lui anche con uomini, ma perché era un fottuto omosessuale innamorato dell’estetica degradante del corpo venduto).
Anzi, mi farò progressista e lancerò un appello al pubblico femminile: Emancipatevi, e fatemi regali in cambio di prestazioni sessuali! Un giorno andrà di moda. Oltretutto, circa il vantaggio immediato, sono molto più brava dei vostri compagni – conosco il funzionamento di un corpo femminile etc etc, sono sensibile e vi capisco etc etc
… Tornando alle pause, e all’olio che ho in testa in attesa di una doccia, mi pregusto il ritorno alla vita, ossia l’uscire da queste quattro mura. Il giorno dell’esame (quello per cui non ero preparata) mi sono vestita in fretta e, guardandomi allo specchio, ho realizzato che nelle settimane precedenti avevo maturato un surplus sull’attrattività. Mi sono rimirata sorpresa e soddisfatta e ho cominciato a tubare con me stessa, provandomi i vari vestiti comprati in dicembre e gennaio e che non ho più avuto occasione di indossare. È sintomatico, che io impieghi puntualmente tante energie sulla mia forma estetica il giorno precedente a un esame (o faccio quello o mi perdo nei meandri di Internet seguendo i link più beceri), e deve far parte dell’ottica che mi vieta di sviluppare ansia.
Se continuo a percorrere questo percorso socializzante, un giorno, forse, riuscirò a comprendere veramente il cd. “universo femminile da cliché”. La domanda è: diventerò allora eterosessuale?
(Risposta giusta: “No, non si diventa qualcosa che non esiste”. Neanche i bisessuali esistono, di conseguenza – il fatto che io mi definisca tale ha solo scopo funzionale. Dire “Sono bisessuale” significa “Piacere di conoscerti, ma sarebbe un piacere anche conoscere tua sorella – se vi somigliate”, oppure funge da forma di cortesia: “Sappi che potrei provarci spietatamente con te”.)

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5 comments

  1. Visto che dovrò mantenerti, in nome di un’emancipazione progressista, almeno risplenderai con il bagnoschiuma Diamonds che avrò inutilmente comprato tanto per provare… nel frattempo lavoro.

  2. Vediamo.. per emanciparsi una donna mantiene un’altra donna in cambio di prestazioni sessuali. Ma immagino al contempo chi li riceva (le suddette prestazioni) li fornisca a sua volta.
    Visto il contesto, dubito vi sarà la possibilità di una prole che equilibri la bilancia degli oneri.
    Ergo, benché femmina, chi timbra il cartellino se lo prende in quel posto.

    1. [Vediamo.. per emanciparsi una donna mantiene un’altra donna in cambio di prestazioni sessuali. Ma immagino al contempo chi li riceva (le suddette prestazioni) li fornisca a sua volta.]
      Questo varrebbe in qualsiasi caso, donne o uomini o ornitorinchi.
      Il “ripagare in prestazioni sessuali” in ambito eterosessuale si basa sovente sullo strambo (o deprimente) assunto che una delle due parti lo faccia con lo specifico intento di “pagare”, mentre l’altra goda la prestazione maggiormente della prima. Ovviamente ciò, nel mio caso, non sussiste (per fare sesso per “dovere” dovrei impegnarmi). Se mai dovessi essere mantenuta sarebbe per filantropia.
      Per motivi a me ignoti il filone da Testori messo su carta, quello che vuole l’essere mantenuti da una donna, ha presupposti diversi, ad esempio che il mantenuto non scopa per dovere. Se ci aggiungi che la donna è più vecchia ha anche un suo mezzo giustificato senso che lo mantenga – oppure ha il senso del vecchio e conosciuto cicisbeo.
      Parlo di immagini stereotipe perché su queste ho costruito l’entry. Non credo esista un discorso estetico della faccenda “mantenimento” al di fuori di immagine stereotipe – anche il fatto che l’essere mantenuta da una donna sia un mio sogno erotico significa che lo significo dandogli un certo, preciso erotismo che _io_ ho in mente.

  3. – Ma immagino al contempo chi li riceva (le suddette prestazioni) li fornisca a sua volta.-

    E chi lo ha detto?
    Posso avere una prestazione e non fornirla a mia volta.
    Altrimenti che commercio è?
    Prendo un taxi e guido al posto del tassista?
    No, no, posso avere una prestazione a pagamento e non muovere un dito…

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