Focalizzazione interna & ideologie.

L’esame per cui non ero preparata, e a cui sono andata per provare, è andato bene: 30.
Se qualcuno volesse denunciare l’incoerenza tra “non ero preparata” e “30”, ricordi prima che esiste il “30 cum laude” – e io non ero veramente preparata. Avevo finito di riassumerei fottuti autori antologizzati del II modulo la sera prima, per poi rileggere per la prima volta gli appunti del I e III modulo in circa 6-7 ore. Vedete che non mento mai, creaturine?
È stato un esame stressante, perché ho dovuto calibrare ogni singola parola per celare le falle che mi portavo dietro. Sono anche riuscita a far sì che il docente si rispondesse da solo a una domanda. Ma la cosa più importante è che sono riuscita a non litigarci, con il docente, e questo perché con me non ha assunto quei sorrisi denigratori e imbarazzati che ama tanto dispensare al prossimo. Infatti, per evitare ogni ansia (va contro i miei principi essere ansiosa durante un esame: è solo controproducente – meglio starsene lì come se si stesse chiacchierando del più e del meno con un tizio al bar), ho preso per il culo l’atmosfera da interrogatorio che certi docenti instaurano, quel docente con i suoi sorrisi del cazzo, e gli studenti che sottomessi annuivano alle sue umiliazioni. Ho sempre detto di avere un problema con l’autorità – e come Foucault insegna il potere non è una struttura, né una delle due parti, ma una relazione, e così il docente che usa il proprio piedistallo per deridere e lo studente che sta al gioco causano in me la stessa identica reazione.
Ma comunque.
Mr Sorriso Fastidioso ha concluso la sua chiacchierata con me, ha preso in mano il libretto e mi ha detto:
“Bene… Allora, 18?”
“Se mi dà 18 non le do quello che ho portato per lei.”
E così, mentre mi scriveva 30 sul libretto, gli ho messo in mano il volantino della mostra su Testori che c’è a Villa Manzoni. La mostra è carina, ve la consiglio. Lui ha una sua personale passione per Testori, e mi ha ringraziato, mentre io riflettevo sul fatto che ormai anche io ho una specie di personale, per quanto combattuta, passione per la “Checca di CL”, mio malgrado. Mio malgrado Testori è un apprezzatore di Tanzio da Varallo (e io so esattamente perché, e non saprei spiegarvelo meglio di quanto saprei spiegarvi perché il San Sebastiano sia un’icona gay) come me, mio malgrado comprendo l’omosessualità latente dei suoi rissosi personaggi e il senso delle tardone che costoro rincorrono.
Ci sono altre cose che, mio malgrado, questo corso mi ha lasciato dentro. Mi ha fornito un buon repertorio di spiegazioni storiche dell’attuale situazione letteraria italiana – degli scrittori, degli editori, del pubblico. Ho messo assieme tasselli, e avrei preferito che il puzzle da realizzarsi fosse a tre dimensioni, mentre si è limitato a essere superficiale – e intendo: Bourdieu è l’autore, tra quelli che ho preso in mano, che più va a incastrarsi la mente tra analisi di strutture di potere e tutto ciò che c’è prima delle dinamiche reali, e per l’esame avevo pronta una critica alla “ingenua superficialità” di Bourdieu (che bel tono saccente, nevvero?).
Ma comunque.
Ho già riaperto il manuale di diritto costituzionale comparato, e anche quest’esame verrà preparato con grande stress. Niente di nuovo sul fronte occidentale – a parte il libro che porta questo titolo, che vi consiglio a morte. Non è da me leggere “il libro più importante che sia mai stato scritto sulla resistenza tedesca al nazismo” (Levi), ma un buon libro va oltre le coordinate spazio-temporali in cui è ambientato, e il gretto opportunismo qui mostrato – che sfocia grottescamente in assurdità kafkiane – rappresenta a puntino quella “banalità del male” con cui tanto vi rompo le palle.
Per riequilibrare le cose, potreste poi leggere Porco tedesco di Romer Knud, che parla delle vessazioni che un tedesco – in quanto tedesco post Germania hitleriana – deve subire in Danimarca. E che è un’altra piccola perla.

Rifletto molto sul principio “show, don’t tell” – ho dovuto rifletterci sempre a causa del fottuto esame, che mi ha fatto ripescare dall’armadio la narratologia che avevo studiato in Germania (sua mia libera iniziativa – capite perché non sono mai pronta per un esame?), giungendo alla conclusione che non concordo con il principio, o, meglio, che è insensato dal momento in cui la terza persona immedesimata (focalizzazione interna, secondo Genette – “discorso indiretto libero”, e ho finito i modi in cui chiamarla) acquisisce ruolo e sostanza, come è accaduto da tempo nella narrativa occidentale, e che soprattutto è la mia preferita.
Lo show, in narrativa, dovrebbe equivalere al mostrare fatti e dialoghi senza intromissioni da parte del narratore – no spiegazioni, no commenti, no moralismi manzoniani. Ma se si mostra un mondo dal punto di vista (in prima o terza persona) di un personaggio, quanto è netta la differenza tra l’osservazione del mondo – ossia la recezione del mondo – e la computazione di quel mondo per mezzo del bagaglio ideologico/culturale che rende un individuo tale? C’è una differenza tra il percepire il mondo e il costruirlo con i propri occhi?
Genet mi viene citato da Bourdieu in negativo (sempre più motivi per odiare Bourdieu), in quanto Genet mette costantemente in pratica quello che definiremo lo “svelamento dell’illusione referenziale”.
Quando andiamo a vedere Inception non passiamo tutto il tempo a cercare di spiegare al nostro vicino in quale modo la realtà rappresentata dal film sia irreale, in quanto il film è per definizione irreale (è un film, e un film non è la realtà ma una sua rappresentazione – è quello che Magritte intende nel dipinto Ceci n’est pas une pipe, e infatti non potete fumarvela), e oltretutto è pure inverosimile (è inverosimile che si possa entrare nei sogni di qualcuno). Come spettatori, facciamo quello che viene spesso citato, sospendiamo l’incredulità e prendiamo per buone le premesse date dal film – limitandoci a criticarlo solo qualora vi siano incoerenze all’interno del mondo postulato da Inception (ma Mal, prima di suicidarsi per convincere Cobb del fatto che vivessero in un sogno, non poteva cercare di dimostrarglielo facendo apparire uno gnu, scoprendo così di essere nel torto? – Osservazione gentilmente portatami da James).
Crash, invece, è un film verosimile – ossia, i suoi riferimenti al mondo reale fanno sì che il pubblico possa pensare che il mondo lì rappresentato (con tutto ciò che contiene) sia quello reale, mentre ne è la rappresentazione, e perciò è innegabilmente parziale (lo show puro non esiste, con gran rammarico di Verga), sia pure per il fatto che un film è montaggio di talune scene e non di altre, selezionate da qualcuno (e non da Dio o chi per lui).
Genet non tratta di elfi e vampiri, ma di carcerati e ladri, e così il mondo da lui rappresentato – soprattutto in un lavoro autobiografico come Diario del ladro – potrebbe mantenere viva nel lettore l’illusione che sia quello reale.
Ma Genet è Genet, e ribadisce in continuazione, con un certo godimento, che il nazista francese che elogia su carta non è il nazista francese di cui fu amante e da cui trae ispirazione, ma è in primo luogo la rappresentazione che Genet stesso se ne fa. Genet, insomma, vi ricorda senza sosta d’essere un bugiardo legittimato – e voi, lettori, potreste dirmi che ovviamente lo è, non c’è bisogno che ve lo ricordi, che non siete deficienti, e io vi darei ragione se non vivessi in un mondo in cui il pubblico crede che tutte le notizie rappresentate dai media siano reali e di conseguenza si indigna di fatto per un caso Ruby – nello stesso, ingenuo modo, in cui il pubblico si indigna di fatto guardando Blood Diamonds perché “è una storia vera”.
A Bourdieu sta sulle palle questa tendenza di Genet, la reputa snob – e a me stanno sulle palle Bourdieu e il suo irrisolto astio, che pervade i suoi ragionamenti, per la classe dirigente.
C’è una versione dello show, don’t tell che promuovo, ossia quella che chiede allo scrittore di fare un’analisi critica della propria ideologia prima di scrivere. Perché esprimersi in quella che crediamo essere l'”obiettività” dei fatti rivela quale la nostra ideologia sia, ed è per questo che i saggi scientifici positivisti rivelano una concezione razzista del mondo usando la parola “razza” al fianco di analisi morali. Allo stesso modo, lo scrittore “ingenuo” (che ingenuamente vive se stesso) che scrive seguendo il principio show, don’t tell fallisce nella misura in cui non si rende conto di quante cose dà per scontato essere “obiettive”. Di esempi ce ne sono a caterve, e possono essere ben riassunti da una costante che da tempi immemori si manifesta nella letteratura europea: l’introduzione di un personaggio in un luogo indefinito, e di cui non sia specificato il fenotipo, è tendenzialmente un bianco. Se non è bianco viene specificato, mentre dubito abbiate trovato spesso nelle descrizioni cose come “il caucasico entrò nell’hotel”. Dire “l’uomo entrò nell’hotel” basta e avanza, perché il pubblico egemone, come lo scrittore, in quell'”uomo” vede in automatico un caucasico.
Ma i miei preferiti sono quelli che danno per scontato che Dio non esista – e che perciò confinano le loro opere nello spazio-tempo in cui sono state scritte. Non so se Dio esista, creaturine, e non lo sapete neanche voi (ossia, non potete dimostrarlo – e ciò che non può essere dimostrato non è affermabile come “obiettivo” – è il vostro presupposto, alle basi di quella stessa ideologia che afferma che Dio non esiste). Non poteva essere dimostrato cinquecento anni fa (se non con pura logica – ma non vale), e non lo sarà mai, perché ogni epoca considera validi diversi presupposti per determinare la esistenza o non-esistenza di qualcosa, e quindi – finché non arriveremo a vivere in una distopia in cui l’intero genere umano la pensa allo stesso modo – ci sarà sempre qualcuno pronto a rompere i coglioni con i suoi dubbi.


È stato Bentham a coniare il termine “cacotopia”, precursore di “distopia” – quel figlio di puttana è sempre tra le palle.

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