Dog eat dog e altri ermetismi.

Tadjo non ha una fisionomia riprovevole, ma non è neanche attraente.
È figlio di due menti incrociate, la mia e quella di Cauchemar, e perciò si è ritrovato a esser vittima di estremi poco conciliabili.
Ha, ad esempio, tratti sottili, allungati, che quando crescerà (perché, come personaggio, è fermo ai suoi 17 anni da anni) si faranno arcigni – ma ha al contempo l’abbandono pesante delle figure pasoliniane, quel modo di ficcarsi le mani in tasca e addossarsi contro un muro con aria indifferente, diffidente e innocente al contempo.
A Tadjo ho dato l’anima del personaggio spalla, spalla di Sedlacek, il carattere diligente dell’esecutore, ribelle per il fatto di mettere in pratica esecuzioni qualche miglia oltre il confine del “politicamente corretto”.
Cauchemar, per dargli un’anima che lo rendesse più umano, e quindi forse sensato, ai suoi più sublimanti occhi, lo ha fatto diventare un violinista, e ha reso quel violino il nido protetto dove tutto ciò che di buono potesse esserci in Tadjo finisse. Sì che, oggi, Tadjo può sporcarsi le nocche sulla spaventata carne altrui per poi ripulirsi la coscienza al ritmo di un archetto che sale e scende – pur dicendo, svogliato, che la musica non è una passione, ma retaggio di un desiderio genitoriale.
A Tadjo ho dato la mimica ingorda che il digiuno dona – doveva esserci un rapace, nei suoi sorrisi – e un’anima capace di proiettarsi completamente, ciecamente, in ciò che desidera, per poi fargli desiderare l’umiliazione altrui. Non per elevarsi, non per rabbia, ma per la stessa contemplante curiosità del bambino che tortura lucertole. A furia di staccare code e rivelare intestini ha imparato come agire perché le seviziate creature non scappino a metà operazione, ma tanta esperienza non gli ha donato cautela: egli agisce e continua ad agire per il piacere imminente, non per machiavellici piani a lungo termine. Gli ho donato, a mio modo, una certa purezza – precedente a bene e male.
Cauchemar l’ha messo in scena su una scalinata, lunghissima e solenne, diretta alle porte di un collegio a inizio anno, intento a raccontare a Sedlacek le “prodezze” compiute durante l’estate. Con ciò, Cauchemar gli ha donato una devozione nei confronti di Sedlacek che non avevo mai calcolato, e ha aperto un’altra rilettura dei suoi gesti: non più dettati da morbosa crudeltà ma da fedeltà all’amicizia, emulazione del compagno.
Cauchemar, a suo modo, ha donato a Tadjo la possibilità d’essere descritto girando attorno alla parola “perdizione”, che implica una “redenzione”, e con ciò ha reso il dinoccolato corpo di Tadjo più simile a quello di Cristo – e sono certa che Pasolini avrebbe apprezzato – anche se, a vederlo risalire quella scalinata nel suo completo elegante, sembra più un becchino. Anche se per capelli ha boccoli dorati – le grottesche contraddizioni che la realtà mette a disposizione non devono, non possono, essere risolte sulla carta.

Spinazzola analizza la frammentazione del pubblico letterario italiano, facendo una gerarchia di tipologie di romanzo a seconda della complessità tecnica (ed essendo la prima persona a cui sento citare Manganelli), per poi condire il tutto con un paternalismo di prim’ordine:
Se il critico tende a prendere in considerazione e a discutere solo i prodotti che piacciono di più a lui e ai suoi colleghi, si taglia fuori dalla possibilità di capire e interpretare tutto ciò che esorbita da quest’ottica di soggettività castale. Il che implica la preclusione a far valere la propria autorevolezza nei confronti proprio del grande pubblico che è più importante sorvegliare, orientare, educare alla lettura.
È insopportabile, nevvero?
Sì, grande pubblico, dovreste essere educati – ma ciò non significa che siate educabili. O, meglio, lo siete: ma i critici dovrebbero imparare dalla pubblicità.
C’è un paradosso insolubile: la capacità critica è una pillola che non si riesce a dare contro la volontà di qualcuno. È difficile quanto infilarne una, di pillola, in gola a un gatto – e un modo c’è, sì: con la forza o con la minaccia. Sono certa del fatto che esistano minacce capaci di far sorgere dall’essere umano una mirabile capacità critica, perché sia interamente dedicata al difendersi da siffatta minaccia.
Kijomi mi cita sul suo blog – bel titolo, Ermeneutica per il popolino (ma si sa che stimo questa donna, e chissà se la donna in questione si rende conto di quanto raro per me sia il modo in cui stimo proprio lei – sotto diversi punti di vista, anche meno vicini alla speculazione pura – ma perché devo sempre puntualizzare certe cose? Sono incorreggibile) – bel, titolo, dicevo, a cui ricollegarmi.
L’ermeneutica, popolino, riguarda le tecniche interpretative. È una parola a cui sono affezionata perché ci ho messo un bel po’ a farmela entrare in testa: si confondeva con “epistemologia”, che “si occupa delle condizioni sotto le quali si può avere conoscenza scientifica e dei metodi per raggiungere tale conoscenza”. Non è vero che con Wikipedia siamo tutti più colti: finché il significato di una certa parola, e soprattutto le implicazioni conseguenti alla sua esistenza, non ci entra in testa siamo ignoranti come prima.
La mia, di testa, confondeva i due termini perché confondeva l’atto di interpretare con le premesse degli atti interpretativi. Traducendo, la mia mente, ogni volta che sente la parola “interpretare” passa automaticamente all’acceso e sempre vivo dibattito dentro di me in corso e intitolato “A che serve dilungarsi sull’interpretazione se ogni nostro rapportarci al mondo è un interpretare, e ciò significa che non esiste conoscenza scientifica pura?”. La mia mente, direbbe una frangia della linguistica, ha in sé una parola invisibile che significa in parte “ermeneutica” e in parte “epistemologia”. È un’arciparola (“arci-” come in “arcifonema”) che però non ha forma, significato senza significante.
La non esistenza della parolina “ermeneutica”, come quella della parolina “epistemologia”, nel nostro linguaggio comune non è segno del fatto che siano concetti difficili (e quale concetto è semplice?), ma del fatto che evidentemente la nostra visione del mondo poco si preoccupa delle premesse e delle conseguenze del libero interpretare. Per me è una tragedia, ovviamente, perché pongo in primo piano l’importanza della capacità critica degli individui, e ogni analisi deve tenere conto del fatto che il soggetto che la mette in atto è a sua volta influenzato da fattori a lui pre-esistenti e che influenzeranno il modo in cui vede-interpreta il mondo, il modo in cui al mondo rivolge domande, quali domande rivolgerà, perché quelle e non altre.
Ho spesso evitato termini quali “ermeneutica” ed “epistemologia” per vezzi da scrittrice di narrativa (toh, ora lo sono formalmente, anche se a singhiozzi), il cui must – o così mi ha indottrinato l’importanza che do allo Zeitgeist – vuole ch’io sia comprensibile, o ciò che scrivo non giunge al destinatario. Giungono le parole (significante) ma non il messaggio (significato). Oltretutto l’uso (ed è difficile trovare la soglia che divide “uso” da “abuso”) di certe paroline fa risultare saccenti, autoreferenziali, autocompiaciuti.
L’autoreferenziale Spinazzola, che si rivolge alla casta di snob critici di cui fa parte per lanciare un appello (“Poveri lettori deficienti, scriviamo saggi anche sui libri che leggono loro!”), non è stomachevole perché afferma poco implicitamente che la grande massa di lettori sia incolta (non coltivata, non acculturata), ma per il paternalismo manzoniano che aggiunge, il che implica che vede la società come la vedeva Manzoni, ossia vede una società la cui maggior parte è impossibilitata a rifornirsi dei mezzi che le permetterebbero di leggere un Manganelli (posto da Spinazzola al livello di maggior complessità). Cazzate. Manganelli l’ho letto mentre frequentavo un liceo artistico (il che implica: se non leggi di tuo sbagli congiuntivi), e non perché sono un genio, bensì perché amavo leggere. Spinazzola decreta che per apprezzare un Manganelli serva la frequentazione di un’università – e io mi domando se lui abbia cominciato a leggere all’università o se ai tempi del liceo non potesse capire un Manganelli perché decerebrato.
Odio lo snobismo della critica italiana anche da Spinazzola criticata, perché alimenta la facile risposta che a volte ricevo, e che potrebbe essere simile a un:
“Non leggo Manganelli perché tutte quelle complicazioni sono inutili e quando ho finito di lavorare voglio rilassarmi, non sbattermi ulteriormente.”
Ci sarebbe molto da dire su tali risposte.
Ad esempio, che se riesci effettivamente (ossia, di fatto) a leggere un Manganelli (dovrei smettere di riferirmi a lui, dato che di suo ho letto solo un libro, e invece sembra che io sia una sua accanita lettrice – siate clementi con me e prendetelo per ciò che è: un esempio), allora leggerlo non ti pesa, anzi, potrebbe rilassarti. Insomma, con tale risposta mi state implicitamente dicendo che Manganelli non lo capite, che non capite neanche perché sia così tanto socialmente importante asserire di capirlo, e che con ciò che siete pure asserviti a un sistema culturale che seguite come pecore (odio questa metafora – seguire come pecore – povere pecore).
Si potrebbe poi aggiungere che, come nel caso di “ermeneutica” ed “epistemologia”, per giocare mentalmente con alcuni concetti si è a volte costretti a navigare tra termini desueti. Non che io voglia smentire i sostenitori della geniale semplicità – Picasso era un genio, e il suo riassumere in forme semplici era geniale, ma suvvia, popolino e popolone, quanti fra noi possono essere geni? Credo che nella maggior parte dei casi la semplicità non rifletta genialità, bensì basilarità.
L’ermetismo (non la corrente letteraria italiana, ma il procedere ermeticamente) si basa sì sull’uso di poche parole, ma perché quelle parole sono comprensibili solo a chi ha passato tutti i livelli precedenti. Insomma, è un intellegenti pauca, non un “Qualsiasi deficiente distratto che non è madrelingua italiano potrà capire senza difficoltà quello che scrivo, che è complicatissimo ma detto con parole basilari e comprensibili”. La magia non esiste – se non nelle pubblicità che vogliono vendervi libri 4dummies.
C’è poi un bellissimo effetto, conseguenza di un riflesso distorto, e parlo di quelle persone che prendono la complicatezza come sinonimo di valore a priori, ma che tale complicatezza non sanno sbrogliarla trovandola quindi pari a un’incomprensibilità fitta, e che quindi concludono facendo diventare l’incomprensibilità un sinonimo di valore. Il riflesso lo trovate su Internet, senza dover cercare troppo, in forma di poesie in cui il significante (le parole) si ingarbuglia su se stesso inglobando termini sentiti due volte per sbaglio e usati a random – e lo vedete, che sono usati a sproposito, e vedendo che sono usati a sproposito realizzate come sotto a quei termini-significanti non ci sia un concetto, perché il concetto che significano non è mai stato assimilato – e allora che significano, quelle poesie?
Ma io non me ne intendo di poesia. Sono un cane, con le poesie. Infatti capisco solo Rimbaud, e neanche troppo, e solo perché anche lui come cane non se la cavava male.
Tale tendenza a far diventare l’incomprensibilità sinonimo di valore è ben conosciuta e riconosciuta, al punto che già esiste una schiera di persone pronte a criticare chi elogia in automatico le insensate speculazioni.
Per tale motivo un giorno dovetti soffrire di una reazione prevenuta. Avevo infatti scritto un racconto breve estremamente fitto – di parole desuete, di rimandi sottili, di allegorie tradizionali modificate – e lo avevo dato in mano a U, persona la cui intelligenza stimo enormemente, e che prese tutte le complicazioni del racconto come scorie di un vezzo estetico – con mia grande frustrazione.
È un mondo complicato, oh popoli.
In tale caotico quadro d’insieme, dove i letterati si rinchiudono in cieche torri d’avorio smettendo di comprendere lo slang parlato sotto casa, mentre gli illetterati si sentono colti perché hanno googlato “epistemologia”, io mi metterei in un angolo tenendo il cadavere di Rimbaud per mano e supplicandolo di abbaiare per me.
I cadaveri abbaiano?
Karlchen Ziemke abbaia, morde e riesce persino a scodinzolare nel capitolo 53 di Ognuno muore solo, “Il peso più duro di Otto Quangel”, che – da solo – vale per me come una perla della letteratura. Purtroppo, per capire se concordate con me o meno, dovete prima leggervi le 538 pagine che lo precedono. È pesante e complicato, lo so, ma se volessi fare la semplificatrice, e quindi prendere il capitolo a sé per darvelo in pasto, fallirei miseramente, perché bisogna maturare in sé tutto ciò che precede quelle cinque pagine per capire cosa significano – ossia, che significato-concetto vi danno in pasto.
Il romanzo è scritto da un tedesco, e aggiungerei che si vede, che è scritto da un tedesco. Genio e cani si mescolano bene in terre tedesche, soprattutto quando i cani sono umani.
Un cane simile lo trovai in un gioco per computer la cui colonna sonora passa ora per caso nelle mie orecchie – A Love Suicide è la canzone, Rule of Rose il gioco, il cane è un corpulento uomo semi-nudo al guinzaglio in un’ambientazione dove ci sono solo bambine. Entra in scena, per l’ultima fatale volta, preceduto dal proprio ambiguo ringhiare – una delle tante, piccole chicche che fanno di Rule of Rose un capolavoro di fantasmi dell’inconscio riesumati e messi in scena. Lo adoro, ovviamente, perché è un tabù esposto in tutta la propria pietosa prepotenza, e voglio che lo fissiate negli occhi, soprattutto coloro tra voi che non masticano le parole “ermeneutica” ed “epistemologia”. Sono solo parole. Sono solo mezzi atti a comunicare qualcosa – e Stray Dog, ansimante e al guinzaglio, comunica più di mille invettive. Mi darei all’arte e farei un’installazione, assumendo Till Lindemann o Evan Stone (accomunati da una corpulenza ben visibile) per andare in giro per lo spazio espositivo in mutandoni sporchi e laceri, sudando e ansimando, per fare tutto ciò che un cane farebbe – includendo il pisciarvi addosso, il farvi le feste e lo strusciarsi sulle vostre gambe. Probabilmente il cadavere di Rimbaud partorito dalla mia mente non resisterebbe e si unirebbe alla messinscena, elemosinando con guaiti un po’ di umanità – quella nuda, e quindi volgare, come volgare è la mancanza di decoro – da voi.

Dev’essere proprio di chi da speculazione e decoro è soffocato l’apprezzare cose come la genuina fame di sottomissione (gratuita) di un Tadjo. Lo guardo guardare un coetaneo e la saponetta che sta per infilargli in bocca e poi ridere gustando il momento e gli sorrido. Non è amore per il Male (il Male non esiste, e neanche il male o il “male”), né il gustare il mezzo come pregustazione del risultato – Tadjo non gusta l’espressione terrorizzata del coetaneo perché significa l’avere un potere su qualcuno, la gusta in sé – e io non gusto Tadjo perché è avatar di un potere che non ho mai messo in atto, me lo gusto in sé, come pulsione volgare.
Tale apprezzamento del brutale, per chi da speculazione e decoro è soffocato, deve essere simile al sollievo provato nel dare testate contro il muro per distrarsi dal mal di testa sordo che ti obnubila i sensi. Avete mai provato?


Per rimanere sull’onda dell’incredibile importanza che do alle parole, fatemi un favore: appuntatevi interiormente che la parola “cinico” viene dalla parola “cane”, e che quindi il cinico è solo in secondo luogo il tizio al bar che fa battute corrosive per farsi cool e scopare gratis (è un problema, lo so: quando impari l’arte poi ne abusi per fini meno nobili).

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