Galgenhumor.

Sai di essere un caffeinomane quando non fai in tempo a lavare la tazza tra un caffè e l’altro.
Ciao, stress.
Ciao, studio matto e disperatissimo che non sarà abbastanza.
Non. Sarai. Abbastanza.
Soffro molto in questo periodo, creaturine, a causa della graduale perdita di una delle cose più importanti della mia vita: le mie capacità intellettuali.
Assisto impotente alla mia incapacità di concentrarmi quanto vorrei, e in verità non so dire se siano calate o meno, perché un anno all’estero a studiare in un’altra lingua non è una buona pietra di paragone. So che, ora, grazie a quell’anno, osservo date di nascita e morte di filosofi e critici che devo portare all’esame e mi chiedo se dovrei studiarle – mi chiedo:
“Devo veramente studiarle, dato che tanto sono scritte ovunque?”
Non ho mai dovuto studiare mezza data in Germania, anche se – per scrivere un paper – ho dovuto fare una ricerca storica d’ampio respiro, con i miei schemi psicopatici, per trovare in una visione dall’alto elementi che pop-uppassero dall’ampiezza di certi periodi storici. Ma studiare la data in sé… No, quello no. Ho fatto confronti a morte, date importanti di un Paese con riforme in un altro – ma la data di nascita di Auerbach, solitaria e triste… No, non ce le faccio. Voglio dire: a chi gliene frega qualcosa, a questo livello di studi, troppo particolare e didascalico per tracciare confronti?
Vorrei dire:
“A chi gliene frega qualcosa, a questo livello di studi, bla bla bla…?”
… All’esame, o meglio, temo che lo dirò. Vorrei dire che c’è troppa roba da studiare, nel senso che l’antologia del II modulo è cosparsa di riferimenti per i posteri – per i “posteri” perché quest’esame è del primo anno (e io l’ho adesso perché al primo anno ero in un’altra facoltà), e non puoi chiedere a uno studente di wikipediare quaranta termini del calibro di “epistemologia”. Perché io lo faccio. Ma a me va meglio, perché venticinque li conosco già. Ci sono mondi, dietro a “epistemologia”. Ci sono interi corsi da fare sulla combo “epistemologia” + “ermeneutica” + “strutturalismo”. E il problema sarebbe secondario, se l’antologia fosse stata pescata dall’ampio repertorio italiano di simili testi (ben autocompiaciuti, autoreferenziali – per i posteri, insomma, come io faccio su questo blog), ma non lo è, perché è stata scritta appositamente per questo corso.
Ho già vomitato insoddisfazioni su questo corso, su come spieghi l’italiana tendenza a studiare nel dettaglio la vita degli autori (data di nascita e di morte sono un must) senza poi avere più tempo di leggere le opere – sul leggere le opere tramite commenti critici da sapere prima di approcciare il tomo. L’antologia spiega, tra le altre cose, questa italiana tendenza e poi mette 20 pagine di spiegazione e commento prima delle 20 del testo da leggere. È una presa per il culo, capite? Cioè, io spero lo sia. Una presa per il culo ben architettata per sollevare critiche.

Le mie pause, a parte l’infliggermi a voi, si riassumono in docce all’insegna del “Godi l’attimo!” e nel ricadere in un non troppo antico vizio, ma che ha già piantato salde radici: la narrativa (auto)biografica delle due Guerre Mondiali da parte tedesca.
Ho osservato questa mia tendenza ieri notte, chiudendo Niente di nuovo sul fronte occidentale e chiedendomi dove riporlo – ho abbracciato le mie librerie ben ordinate con lo sguardo, decidendo che non solo i testi d’argomento “Deutsch“, ma specificatamente la narrativa tedesca sulle due Guerre abbisognava di mensola a sé, e ora infatti ce l’ha.
Non so perché tale argomento, e in tale forma (autobiografica o pseudo-tale), mi rilassi. Perché la leggo proprio per questo: mi rilassa. Mi mette a mio comodo agio, credo, come a un appassionato di [genere a caso] metta a proprio agio un libro che sa già come inizierà, come si svilupperà, come finirà. Perché sono tutti uguali, questi testi. Il maggiore o minore apprezzamento proviene dal tipo di ironia utilizzata – e l’ironia che li contraddistingue, Galgenhumor (humor da forca), la adoro.
Non riesco a leggere altro, in questi stressati giorni, perché questi testi hanno una proprietà magica: non sollevano il mio spirito critico. Devo usarne già abbastanza per studiare, non lo voglio tra le palle mentre cerco di addormentarmi.
Andrebbe bene anche della narrativa sulle carceri, intendiamoci, o su collegi non troppo machiavellici, o su altri microcosmi in cui l’essere umano si presenta scarnificato con un’uniforme addosso. La nudità deve rilassarmi, e parlo di quella nudità che una divisa sottolinea. Dopo saggi che sono trionfi della speculazione intellettuale figlia della noia, tali crude narrazioni riportano serenità alla mia mente.

Ho avuto un picco di intolleranza quando, leggendo un saggio scritto dallo stesso tizio che ha curato l’antologia, ho letto esplicitato sdegno davanti all’infelice parola glocal (global + local), che sfortunatamente tanti critici italiani usano, e che è infelice per motivi non esplicitati, forse solo perché gli inglesismi stanno sul cazzo a un critico che mi mette parole in caratteri greci in un saggio specificatamente rivolto a studenti del primo anno.
Infelice.
Tsk.
(L’antologia, per motivi che non indagheremo – troppo espliciti per farlo e mantenere dignità – sottolinea l’origine ebraica degli autori nelle prime tre righe, ma dimentica che Jauss era nella Divisione Charlemagne delle SS. Ipocriti.)

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