HPD reloaded.

Il mio mondo si fa sempre più stretto, e potrei rimanere al livello non metaforico della metafora: la mia quotidianità che, riassunta, vedrebbe un reiterarsi ossessivo delle quattro pareti che formano la mia camera. Forse per questo tengo tanto al fatto che sia pulita e ordinata? Il mio amore per uno spazio vitale ben tenuto – il che, nel mio caso, significa “funzionale e senza cazzate decorative tra le palle” – si fa di giorno in giorno più psicotico, ma ho potuto notarlo consistentemente solo nella Casa dei Lupi, quando ho cominciato a sistemare anche quella.
Niente di nuovo sul fronte occidentale per chi fino a un anno e mezzo fa si ammetteva una personcina per metà fortemente misantropa. Per metà, perché l’altra rappresentava una bestia da palcoscenico. Il soggiorno a Kiel mi ha fatto rivalutare il mio amore per i rapporti sociali, facendomi riscoprire molto più animale sociale di quanto ritenessi – ossia, dando alle cause le conclusioni tratte dalle conseguenze, una persona molto sensibile al contesto umano.
Tornata in Italia sarei, per logica, tornata a essere la psicopatica per metà misantropa, un po’ più misantropa di prima a causa del confronto italo-tedesco, ma qualcos’altro è cambiato, e consiste nel fatto che è dal mio ritorno che non sento il mio inconscio fremere per un po’ di vita sociale. Insomma, mi è sempre accaduto. In questa mia vita fatta di lunghi isolamenti, disturbati – dopo un po’ di tempo – da una vocina interiore urlante:
“Esci! Socializza! Smuovi il mondo mentre ci stai dentro!”
La vocina si è zittita, e al suo posto si sono accese nostalgie irrisolte.
Quando la vocina così mi incitava a smuovere il mio pigro culo la mente della sottoscritta, distratta, vagava in aspettative – tante, diverse, desideri proiettati, la voglia di andare in un certo tipo di ambiente, incontrare un certo tipo di persona, imbattermi in un certo tipo di follia a scadenza – che la maggior parte delle volte venivano sì soddisfatte, ma al minimo sindacale. È stata Kiel a offrirmi in pasto momenti da sogno – ossia, situazioni e persone che avrei voluto esperire, e soffermatevi su quel condizionale, quell’avrei, perché ogni volta che – fino a un anno e mezzo fa – lasciavo che qualche aspettativa precedesse un mio ritorno alla vita sociale sapevo, in fondo, che non avrei avuto esattamente quello che volevo.
Per questo, forse, ora al posto della vocina risalgono nostalgie. Risale la musica alzata all’improvviso da Daf, e l’andare in cucina trovandovi 4-5 semi-sconosciuti e una birra pronta per te.
Risale Ben, che si è impresso nella mia testa più di quanto mi aspettassi. Ben non è un bel ragazzo per i miei canoni, ed è stupendo. Insomma, se dovessi prendere il suo volto e valutarlo come so fare (ciao, fisiognomica e l’incapacità di godere di un volto senza scomporlo) non ne trarrei niente di soddisfacente, ma l’ho trovato e lo trovo meraviglioso. È impresso sulla mia retina circondato dai lunghi capelli biondi, ricci, che lo contornano, nella penombra di un mattino in arrivo, sorridente, che mi guarda dall’alto con le mani poggiate sul muro. Ho dovuto fotografarlo, così – foto che non renderebbero, se ve le mostrassi, ma servono a me.
C’è una dolcezza pura e commovente legata a Ben, e lui molto probabilmente non c’entra. Non c’entrano neanche i fatti che quella notte sono accaduti, probabilmente più simili a un porno domestico che a una romantica epopea. Ma è questo il bello, creaturine: trovare il dolce nel quotidiano che non è stato formato per esserlo, nel quotidiano che non è stato formato e basta, ma è semplicemente accaduto.
Il semi-Dio alle Terme Taurine aveva in sé qualcosa di simile – e questo qualcosa, che sta in me e non in questi due esseri umani, mi manca. Mi mancava prima che lo avessi – la Sehnsucht che attanagliava le mie aspettative prima che partissi per Kiel, quella stessa che finiva, irrisolta, in ciò che avrei voluto scrivere – ma che non ho mai scritto, perché mal sopporto l’autore che si travasa in ciò che narra senza filtro, senza ironia, senza misura. Mostra dell’autore l’insoddisfazione – e, creaturine, il mio segreto poco segreto è che mal sopporto l’insoddisfazione, peccato mortale – come osi, oh mortale, non sfruttare ciò che il mondo ti offre in pasto?
Per questo, quelle poche volte che ho smosso il mio pigro culo, l’ho fatto passando momenti di cui sono soddisfatta. Sfrutta tutto, al costo di farlo a pezzi nel mentre. Ciò che conta è non avere né rimpianti né rimorsi.
Per paradosso, il mio ritorno in Italia mi ha visto diventare ancor più bestia da palcoscenico. V si è ribadita felice e grata per il mio prendere in mano il microfono e fare da presentatrice improvvisata alla sua festa di compleanno. Qualcuno le dica che l’ho fatto per noia, che è lo stesso motivo per cui in occasioni sociali non so stare ferma nello stesso luogo per più di un minuto – e a quella festa c’era troppa gente seduta. Ho discusso con VB di questa mia natura istrionica (che va peggiorando), che è più che altro una necessità di spettacolo – a cui assistere o da formare, che conta? L’importante è che ogni momento festeggi se stesso. Per questo, nel mio soggiorno romano, sono stata sovente zitta (strano, vero? Infatti VB si è preoccupata): le persone che mi sono trovata davanti erano brave a tenere il palco, ed era un piacere stare ad ascoltarle.
Insomma, non ho bisogno di un pulpito se c’è in giro una compagnia teatrale gesuita.

Wikiwiki declama che:
Per essere diagnosticato come disturbo [istrionico] deve manifestarsi in una varietà di contesti con la presenza di almeno cinque dei seguenti sintomi:
1. la persona è a disagio in situazioni nelle quali non è al centro dell’attenzione
(La noia vale come disagio?)
2. l’interazione con gli altri è spesso caratterizzata da comportamento sessualmente seducente o provocante
3. manifesta un’espressione delle emozioni rapidamente mutevole e superficiale
(Smettetela di prenderci sul serio: stiamo solo fingendo di cambiare emozione.)
4. costantemente utilizza l’aspetto fisico per attirare l’attenzione su di sé
5. lo stile dell’eloquio è eccessivamente impressionistico e pieno di dettagli
6. mostra autodrammatizzazione, teatralità, ed espressione esagerata delle emozioni
(Non sono emozioni, uff)
7. è suggestionabile, per esempio è facilmente influenzato dagli altri e dalle circostanze
(Solo nel profondo, recesso che voi pubblico non vedrete mai)
8. considera le relazioni più intime di quanto non siano realmente.
(No, sei tu che credi che sia intimo scopare con te.)

Circa il punto 2, prego i coevi di smetterla di pensare che in me ci sia la benché minima malizia. Vedete, a me piacerebbe molto giocare il gioco della seduzione, ma ho un problema di base: il modo in cui io mi farei seduttiva non è tale per la RdF (Realtà di Fatto) in cui vivo, forse per quella di qualche altro spazio-tempo sì, ma dato che vivo in questo mi astengo e basta, il che implica che agisco attivamente per risultare sensual-attraente più o meno quanto potrebbe farlo il Papa (in pubblico – in privato non so che faccia). Ecco, preferirei risultare solenne come il Papa, ma evidentemente fallisco. Ho anche pensato di darmi seriamente alla recitazione per migliorare la mia capacità performativa, ma ho capito che il problema è a monte: non è quel che io faccio, ma come il prossimo legge a priori certi gesti – insomma, è sempre la solita storia: io vorrei avere la solennità del Papa ma la rilettura mi trasformerebbe in tutte le perversioni associate a una suora. Sempre i soliti discorsi sul gender, creaturine, nevvero? Ho nostalgia anche dei bei tempi in cui camminavo per le strade di una città dove gli abitanti non camminano in modo diverso a seconda del sesso a cui appartengono. Noiosi questi crucchi, nevvero? Strano che io mi annoi qui e non lì.
A proposito di gender, ho realizzato quanto il contesto mi condizioni a livello d’abbigliamento qualche giorno fa, quando – dovendo andare a casa di amici con VB tra gli altri – ho messo una gonna. Una gonna. Io non ho gonne nell’armadio, e infatti l’ho fregata a Mater.
Il fatto è che VB è un’altra ottima bestia da palcoscenico, e con lei avrei potuto mettere in scena la parte dell’accompagnatrice in gonna – questo perché anche VB di gonne non abusa, anzi, e quella sera sembrava la versione modernizzata di Zorro. Già mi vedevo giocare la parte della donna-macchietta che si siede sulle gambe di Zorro, scena gustosa. Scena, creaturine, perché quello dei ruoli è un gioco, solo uno stupido gioco – e mi sono trovata a realizzare, spiegandolo, che c’è un motivo per cui non metto gonne, a parte il fatto che non so metterle (dimentico di indossarne una e siedo, come mio solito, a gambe spalancate) e che le collant sono scomode (si rompono troppo facilmente e impongono limitati movimenti – nah): non mi piacciono i significati che si portano appresso. Amo alcune opzioni punk nell’abbigliamento, ma se vestissi in quel modo il prossimo si interfaccerebbe a me in un modo per me poco funzionale. Togliete il condizionale e passate all’indicativo: provate, come ho fatto, a vestire punk e osservate come le persone reagiscono a voi.
Ora, non so come le persone in Germania reagiscano a un punk, dovrei provare. Non credo che a Kiel una gonna riconduca meno alla femminilità di quanto faccia da queste parti, anzi. La soluzione sta alla radice, la soluzione che spiega perché in Germania il mio abbigliamento si fosse femminilizzato, ed è da trovarsi nelle connotazioni che vengono associate alla femminilità a Kiel e da queste parti. Non so esattamente quali siano, e forse non lo saprò mai, so solo che a Kiel non perdevo nulla socialmente se indossavo una gonna – il che significa che non perdevo nulla socialmente se mi riconducevo maggiormente a un’idea di femminilità.
Indossare una gonna e poi strusciarmi sulle gambe di una VB in qualche modo riporta a una condizione di stabilità: il valore aggiunto di femminilità, con il pessimo paradigma di donna che da queste parti esiste, viene riequilibrato dal valore aggiunto di lesbismo, che dà quel tocco progressista che confonde le idee – sono strane, le lesbiche, magari questa qui in gonna mi prenderà a randellate se faccio un apprezzamento non richiesto, perché le lesbiche dentro sono un po’ uomo.
È stupido a priori giudicare qualcuno dal modo in cui si veste, perché quel qualcuno potrebbe essersi addobbato in tal modo proprio per sperimentare – ma le cose funzionano così in Italia e Germania, l’abito fa il monaco, come i crucchi ammettono tramite detto popolare.
Ora, a me piacerebbe ogni tanto indossare una gonna, ma non ho voglia di ricordarmi di chiudere le gambe, di stare attenta a non rompere le calze, di parare apprezzamenti non richiesti. Parare, dico, perché ci sono apprezzamenti che portano con sé la visione che li ha partoriti – quella retrograda visione della donna in cui s’inciampa da queste parti (e che, purtroppo, sovente corrisponde alle donne reali che si incontrano).
Ricordo, a Kiel, un’altra memorabile scena, nei cessi di una discoteca, in compagnia di una ragazza dagli occhi meravigliosi e il cui gender avrebbe richiesto pagine e pagine per un’analisi. La descriverei dicendo che aveva il fascino del giovinetto greco come descritto oggi, quella forza e spigliatezza e grazia che si trovano nella genuinità di un corpo che non bada a se stesso, e che per natura è fluido. Storicamente tale stereotipo è nato nel descrivere bellezze maschili, ma il mondo è bello perché è vario, ed è vario soprattutto quando i membri che lo compongono capiscono che sesso e gender non corrispondono per natura, che il gender è un ruolo con cui giocare per dipingere se stessi – e quella ragazza era stupenda, di una bellezza che chi sa vedere in me solo stereotipi di bellezza femminile non saprebbe capire. Quella ragazza era seducente, e in quell’occasione anche io – ubriaca marcia – mi sono impegnata per esserlo, perché in quel frangente potevo mettere in scena un ruolo che non fosse quello, egemone, impostomi dall’alto da queste parti (il che non significa che ho fatto l’uomo, creaturine – tenete questa visione catara per le menti limitate).
Capita, a volte, quando cerco di spiegare a chi in me apprezza stereotipi di donna che ha in testa e che in me non sono mai stati messi in scena, che io cerchi di spiegare alla persona in questione (uomo, di solito – ma anche donne che vogliono starmi simpatiche, fallendo clamorosamente) che ha fatto cilecca in pieno. La persona, se è uomo, talvolta reagisce scusandosi costernata – e io non ho mai ben capito per cosa si scusi. Si scusa di avermi fatto un complimento femminilizzante? Si scusa per avermi dato della donna? Perché si scusa per avermi dato della donna? Qual è la logica? Insomma, ti scusi con qualcuno se gli hai dato del figlio di puttana o del deficiente – la categoria “donna”, in italiano, che ha in comune con i figli di puttana e i deficienti?

Il fatto è che mi sono rotta il cazzo di parlare di gender, il che equivale al dire che mi sono rotta il cazzo del fatto che il gender in questo spazio-tempo mi crei problemi. Mi piacerebbe evitarlo, davvero, ma ho poco filtro: vi vomito addosso le questioni che il contesto vomita addosso a me – c’è scritto che le persona affette da disturbo istrionico di personalità danno eccessivo peso al contesto, no?
Non vi odio se mi fate complimenti che dovreste riservare a Dita von Teese, davvero. Semplicemente, mi trovo a constatare che viviamo in mondi diversi, e che tale differenza rende la comunicazione difficile – e me ne spiaccio. Come faccio a mettere in scena il Papa nella migliore delle mie performance se voi ci vedete comunque, inesorabilmente, una Monaca di Monza che sotto alle vesti porta lingerie con pizzo? È frustrante, capite?
Sigh.

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10 comments

  1. Read the good old G. translation and didn´t get every detail you´re writing about, in fact i am afraid I didn´t understand anything, as I am not too sober. Even in Germany skirts make a difference – at least if you behave like a punk. The leg issue would be the same, I suppose. Behaving like punk makes a difference, anyway, by behaving like a punk you can easily tell apart these people who are friendly from those who just behave friendly. But I suppose that´s the same in Italy. I don´t know too much about personality disorders, too. I am glad that I don´t, because whenever I read something about disorders or diseases, I start looking for indicators, and often enough I feel at least slightly affected.

    I hope that your 2011 started well, my 2011 started in a fabulous way, but now I doubt that it´ll live up to my expectations ;)… Sigh (too)

    P.

    1. I was being ironic about punks in Germany – I wrote that I think punks are somehow discriminated in every country. In Germany you say “Kleider machen Leute”, in Italy we have got a proverb that says the contrary, but they’re just proverbs.
      The whole entry is about skirts, in fact, and about why I don’t wear skirts in Italy – and then about women in Germany (the few cities I’ve been to, in fact) and Italy (the few cities I’ve been to). I’ve tried to explain how the problem (I rarely wear skirts in Italy, while in Kiel I regretted the fact that I didn’t have any skirt) doesn’t stem from the fact that skirts somehow convey the message “feminine”, since this happens in both Countries, but from the female paradigm in each Country.
      “If you look like a punk, people will think you’re a punk (negative thing), and therefore they’ll discriminate you” – that’s the logic.
      I wondered why I don’t wear skirts in Italy, as if I didn’t feel at ease when wearing them, because of course the problem is not the skirt itself, but what it conveys.
      “If you look like a woman (since you wear a skirt), people will think you’re a woman (as a stereotype, gender-wise, because of course I’m a woman), and therefore…?”

      You can find some photos we took on the 31st/1st on Facebook, those Jihad-like. Nice party, that night. As for 2011, well… I’m studying. As usual.

      1. Well, punks as people that don´t behave according to the mainstream are discriminated in every society I know. There might be some hidden tribes, living in isolation in a jungle, that don´t do that, but as long as we talk about euro-american cultures discrimination of punks is a fact. I don´t no too much about Asia, but according to what a friend of mine told me, it´s most likely just as bad or worse (at least in Japan, China is not a free society, we might talk about “punished” instead of “discriminated”…

        I see now, and I believe I got that last night, too (not sure, but I hope so) that it´s not about skirts as skirts but much rather about skirts as symbols or “messages”.

        [You can find some photos we took on the 31st/1st on Facebook, those Jihad-like. Nice party, that night.] I saw those… I just asked out of sheer politeness and because I know that pictures never tell everything. BTW: I am glad that there weren´t any pictures taken (at least none I am aware of, need to check my cellphone) at ‘my’ party, as cameras make many people behave different – and it was nice the way everybody (mis)behaved 😉

        [As for 2011, well… I’m studying.]
        Suppose that´s what I should do, too.

        1. Much to say about the word “freedom” when it refers to a society. Freedom is one of the most important pillars of Euro-American Countries, a word too much (ab)used.

          [I see now, and I believe I got that last night, too (not sure, but I hope so) that it´s not about skirts as skirts but much rather about skirts as symbols or “messages”. ]
          You got it.

        2. [Much to say about the word “freedom” when it refers to a society. Freedom is one of the most important pillars of Euro-American Countries, a word too much (ab)used.]
          Oh, yeah.. ‘Freedom’ is a word (ab)used by far too often for propaganda. China is not too free, though, that´s why I almost forgot this constant abuse. Maybe it´s my medication that kills my critical thinking.

          [You got it.]
          Great 🙂

  2. E’ anche per rivisitare e ridicolizzare il mito principessa disney (frequentemente riapplicabile nel contesto italiano, peraltro) e il cliché estetico yaoilover-nerd-etc che mi sono così cosplayzzata a Lucca comics. 🙂

    Nora

    1. Ne è uscito un che di splendido, nel senso che mi ha subito ricordato Sonne – se ciò volevi. Se non lo volevi è colpa dei Rammstein, prenditela con loro.

      Ho uno strano rapporto con certi capi molto femminili. Li adoro, ma come si adora qualcosa che regaleresti (e lo sai bene) – per questo è importante avere persone a cui regalarli, perlomeno in testa, persone che sappiano apprezzarli su di sé. Li adoro come adoro un certo arredamento rococò, bello da vedere ma che mai adotterei, perché richiede un modo di muoversi in casa che non applicherei per natura (qualunque cosa sia) e principio.

      Comincio a chiedermi se in un mondo lesbo sarei diventata la classica tizia che veste in pizzi e merletti provocanti.

      Come va, Kreatur?
      Aggiornami un po’, suvvia.

      1. Ti ringrazio ancora 🙂 mi fa piacere che il cosplay abbia ricordato Sonne, a te, e a qualche individuo in quel di Lucca. L’idea iniziale fu rivisitare Cappuccetto rosso in chiave assassina, ma ho subito traslato l’idea su Biancaneve, meglio riconoscibile e puro cliché principessa Disney 100%, da allora sì, mi sono ispirata a Sonne 🙂

        Premesso che quando compro abbigliamento sono una “rompicoglioni”, perché pretendo che il capo sia comodo, monocromo, mi calzi bene addosso e mi piaccia, sia esso un dolcevita nero come intimo e autoreggente velata, esemplificazione di androgino e molto femminile. Detto questo, osservo spesso il sessismo interiorizzato da fanciulle –cliché italico ma anche inglese– che fa che comprino capi “molto femminili” da indossare esclusivamente quando in presenza del lui (nel mondo lesbo meno) o di colui che sperano diventi il lui. Per piacere al lui o colui-che-sperano-diventi-il-lui-anche-attraverso-tale-accorgimento-culturale, si impacchettano come uova di Pasqua con capi spesso scomodi e con i quali si sentono a disagio e compromettono performance, perché non interessandosi al proprio piacere, non indossandoli quotidianamente non possono testare la comodità e fare scelte oculate, e muoversi con scioltezza.

        Tutto va 🙂 sei mai stata a Consonno?
        a presto
        Nora

  3. [Quoto appieno.]
    Sto pensando a un nuovo LJ (ma sono indecisa tra LJ e wordpress) con, tra le mie varie amenità, la rubrica Piccole ortopedie culturali crescono.

    [Consonno? Yep. Mi ci hanno anche fatto delle foto. Why?]
    Interesting. Vorrei visitare il posto e scattare fotografie, e mi chiedevo se ti potevo chiedere info. Ti emailerò più avanti 🙂

    Nora

    1. [Piccole ortopedie culturali crescono]
      Diventi sempre più qualcosa da adorare con intensità.
      Ovviamente appoggio il progetto. Non mi spiacerebbe per nulla poterti seguire leggendo – anzi.

      Per Consonno, chiedi e ti sarà detto. Non da me, ma da qualche mio conoscenze di auto munito, perché per raggiungere Consonno bisogna prendere stradine. Per tutto il resto, hai la mia e-mail. 🙂

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