Terme.

Non sono defunta, creaturine, sono semplicemente andata alle terme, solo che erano quelle di Civitavecchia.
Le terme della Ficoncella, nome sulla cui origine non indagheremo (meglio chiamarle “Terme Taurine”), non sono difficili da trovare. Sono al termine della lunga e tortuosa stradina a 10 metri dall’uscita di Civitavecchia Nord; dopo aver sterzato violentemente, perché è proprio una stradina del cazzo che vedrete all’ultimo, dovete passare oltre alla capra in mezzo alla strada e ai tre cani pastori che, a lato, si solleveranno non appena la vostra macchina sarà alla loro altezza per rincorrerla e abbaiarvi contro. Passato il ponte, troverete un cancello davanti a cui, su un tavolino, ci sono sospetti pecorini sardi e un cartello con numero di telefono per chi sia interessato a comprarli, nonché – a mo’ di post scriptum – un “A.A.A. cercasi moglie”. Passato il cancello siete dentro. Il prezzo è modico ma armatevi di monetine: sono €0,52 a persona e a macchina.
Il fatto che le terme siano così disperatamente sperdute ha i suoi lati positivi, dato che sono piccole e praticamente gratis: non si sovraffollano. Insomma, sono un rifugio per autoctoni, che nel caso della mia esperienza erano tutti sopra ai 50 – e, sì, lo so che esistono affascinanti uomini d’oltre-età, ma non era quello il caso.
C’era anche un solitario giovine uscito per intero da una pellicola girata in Italia con produzione estera, il classico tizio dal bel fisico che trovi nel luogo in villeggiatura e che – appena arrivi, guardando timorata la schiera di vecchietti che ti fissano in attesa di vederti in costume – comincia a lanciarti timide ma non troppo, insistenti ma non troppo, occhiate. Essendo una creatura da villeggiatura non è molesto nel suo interessarsi palesemente a te, soprattutto considerato il sembiante, e poi in mezzo alla fauna locale sembra un semi-Dio appena uscito dal panteon romano.
Purtroppo il tizio era probabilmente turista a sua volta, in vacanza in Italia con il vecchiaccio pieno di soldi – quello, insomma, che dopo un minuto da che ero entrata in vasca gli ha fatto un cenno con la mano, facendolo docilmente uscire per poi vestirlo di propria mano con il genere di accappatoio che solo un lenone arricchito con un decadente gusto europeo potrebbe regalare.
Ho sorriso malinconica al semi-Dio illanguidita dai vapori termali, guardandolo farsi trascinare via dal porco pederasta, finché – dopo avermi salutato in silenzio con la manina – non è scomparso alla volta dei tre cani pastori e della capra.
Ho poi scoperto che il saluto con la manina è una pratica in voga.
Ero infatti in treno diretta a Roma, ferma a una qualche stazione a guardare fuori dal finestrino, quando un poliziotto, passando sulla banchina, mi ha sorriso togliendosi il cappello. Terrorizzata dal gesto (sono paranoica, con certe categorie – e, no, non ci sono fatti che giustifichino ciò) mi sono aggrappata a VB tremante, per poi vedere lo sbirro fare dietro front per passarmi davanti di nuovo e salutarmi con la manina.
Ho capito perché alle tedesche piacciono tanto gli italiani: è il gusto dell’essere turista.
Mi sono impegnata in tal senso, come da tempo architettavo (solo che fare la turista a Milano mi riesce proprio difficile), spendendo una settimana mangiando e bevendo fuori ogni sera. Mi sono anche fatta retrò, femminilizzandomi alla vecchia maniera per l’occasione e facendomi quindi offrire cene da VB.
Dovete sapere, creaturine, che farsi pagare la cena da una donna è progressista, se siete donne anche voi. Infatti, per giungere a un orgasmo progressista, è tra i miei progetti farmi mantenere da una donna.
Ma comunque.
Tra un processo digestivo e un bicchiere di vino mi sono trovata a guardare la collezione di panama (i cappelli da ricettatore, avete presente?) originali del famoso Zio D, le cui gesta mi erano già state anticipate da diverse persone. Zio D, che assomiglia in modo inquietante a Mussolini, ha anche voluto regalarmene uno, ma ho rifiutato, dicendo che me lo regalerà quando andrò a trovarlo nel paradiso sudamericano dove, da piani, si deve trasferire – per poi pagare autoctone e autoctoni per farci aria con ventagli, da vecchio nostalgico sogno neo-colonialista.
La collezione di cappelli ha seguito quella di alcolici d’alto pregio, e il tutto si è concluso con il mostrarmi il cassetto dove tiene la biancheria intima per spiegarmi l’ordine logico in cui è riposta, ordine che assomiglia inquietantemente al mio. Ero difatti indecisa, se invidiare Zio D o se adorarlo per ciò che era, facendomi corteggiare nella maniera più raffinata e bieca. Alla fine sono uscita da casa sua con del bianco liquoroso francese da aperitivo nello stomaco e delle uova fresche in mano, che ora credo stiano marcendo da qualche parte nel frigo della casa dei lupi.
La casa dei lupi (che non abbrevierò in “CdL”) si situa nel bel mezzo di un nulla in Lazio, alla fine di un’infinita stradina non illuminata, in un paese del ‘600.
Ha una pianta troppo inverosimile perché io possa spiegarvela, ed è inverosimilmente ricolma di cazzate perlopiù bieche ma anche raffinate. Sarebbe difatti una casa da sfruttare nei weekend, quel genere di luogo in cui finiscono tutti i quadri che non ti hanno convinto abbastanza ma che non vuoi buttare, i mobili che ti trascini dietro da generazioni, il set di piatti, pentole, scodelle e quant’altro che tuo nonno usava in guerra in Africa e un pianoforte del XIX secolo che nessuno sa suonare. Ovviamente non ha riscaldamento se non quello di una stufa, che sbuffa lezzo di cherosene a cui ti affezioni dopo la prima notte. A causa del freddo antico che certe vecchie mura trattengono, è consigliabile tornarvi di sera solo dopo aver ingerito una poco moderata quantità di alcol, pratica dalla quale non mi sono mai astenuta in sette giorni. Tale resistenza deve essere sempre parte di quell’eredità che la Germania mi ha lasciato assieme ad altre cose, non ben definite, ma che sicuramente esistono, perché Nonno A, poliziotto in pensione, mi ha chiesto dopo due minuti di conversazione se io fossi tedesca e – nonostante tutte le smentite che gli sono state portate – è ancora convinto che io lo sia. La tenacia dei vecchietti ha un che di santo.
Ovviamente, da quelle parti – persino da quelle della casa dei lupi – faceva fottutamente caldo anche quando faceva freddo. Qui fa freddo e basta, e per consolarmi ho approfittato dei saldi per dare un po’ di stoffa in pasto al mio guardaroba.
Persisto nell’optare per capi grigi, seguendo quella che ormai è una religione. Non so bene quel grigio cosa rappresenti, se la finta freddezza di un cavo o se l’adattabilità di un ratto. Sedlacek ama il grigio, ricordate? Per lui è questione di apparenze: deve apparire anonimo. Horton, invece, il grigio l’ha dentro, ed è il miglior coinquilino che la sua anima abbia mai avuto – o così lui dice.
Concludiamo con simpatia parlando di voi, ossia di quella parte del mondo che nelle ultime settimane ho bellamente ignorato e che continuerò a ignorare per un po’. Non perché mi stiate sul cazzo – quel fattore sussiste sempre, che io vi trovi piacevoli o meno, che io vi veda o meno – ma perché, per dire qualcosa di poco banale, non avrò tempo libero. Circa il mio ignorarvi durante le settimane passate, beh… Ero alle terme a farmi fottere un semi-Dio da un porco pederasta, certe attività sono impegnative. Ora l’unica attività a cui posso prestare ascolto è lo studio matto e disperatissimo, che è più dispotico del vecchio pederasta, poiché pretende sovente di essere il mio unico Dio – e, con mio lascivo abbandono, viene compiaciuto.

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