Di mistiche e mistificazioni.

U è vivo, ma esclusivamente perché U è U.
Infatti, hanno detto i dottori, con il tipo di trauma che ha subito (rovinando a ghigliottina di collo), dovrebbe essere morto o tetraplegico. Ma, dato che U è U e vive sotto costante allenamento, lo spessore muscolare del suo collo è stato ciò che probabilmente l’ha salvato.
Direi che la faccenda si commenta da sola – ma volete togliermi il piacere di divagare? Suvvia, non posso esimermi – infatti tale avvenimento mi ricorda uno degli altri motivi per cui ho sempre apprezzato la presenza di U, motivo alquanto stupido ma – come i fatti hanno rivelato – fondamentale: è difficile fargli male. È rincuorante sapere che è difficile fare male a un tuo amico, veramente. E non solo nell’eventualità di vivere fasi della tua vita con un’eccessiva passione per Fight Club. E ognuno ha le proprie paranoie.
Mi manca immensamente, U, adesso che l’ho ricontattato. È normale, è come riaprire una ferita – ma al positivo. Gliel’ho detto – non della ferita, ma della voglia di riabbracciarlo.
U è una delle poche persone che mi piace abbracciare, credo fondamentalmente per due motivi:
1) Lo vedo con ampie pause tra un incontro e l’altro, quindi non ho il tempo di farmi venire a nausea la pratica (che, di base, non ho mai ben compreso); lo vedo così di rado, ormai, che ogni abbraccio ha il sapore rincuorante del ritrovare qualcuno di caro.
2) U, quando abbraccia, abbraccia. Il che significa che è meglio trattenere il fiato, almeno per la sottoscritta, che per quanto possa avere un torace di una certa larghezza, ha pur sempre uno spessore limitato. È imbarazzante, tale esiguo spessore, quando la gente ti dà pacche in mezzo alle scapole e tu ti trovi piegata senza fiato, veramente imbarazzante. Ma è peggio quando ti chiedono “Va tutto bene?” e tu hai bisogno di qualche secondo per rispondere, quindi abbozzi vaghi gesti rincuoranti, apparendo nel complesso simile a una scimmia cieca.
Ovviamente tali pietose scene mi accadono di rado, in quanto non vedo tutti i giorni gente palestrata incapace di interfacciarsi con il prossimo in un modo diverso da quello che usi cameratescamente con compagni di palestra. Sul cameratismo tutto OK, ma non faccio palestra a quei livelli (né dedico quotidianamente secondi per controllare se i miei bicipiti siano cresciuti – mi basta che gli addominali siano a vista, altrimenti urlo al sacrilegio), e, come voi saprete, creaturine, nel mondo tutto è relativo. La pacca che un tuo amico palestrato dà a un altro palestrato diventa una badilata per te povera creaturina che hai un fisico normale, e – se la ricevi senza aspettartela – rovini a terra con un’espressione stupita. Ho detto che la mia vita è cosparsa di momenti seri e intensi, vero? U è anche quella creatura che ha la colpa di farmi reagire automaticamente sollevando avambracci e piegando il collo ogni volta che qualcuno di sospetto (ossia chiunque) cerca di farmi una carezza. La gente deve pensare che ho subito pestaggi in famiglia, invece il motivo è (come nella maggior parte dei casi della vita, e non solo la mia) molto più stupido. U, infatti, suole dimostrare affetto colpendo sulla nuca – il che continuerebbe e non essere un problema, se io non persistessi nell’avere una corporatura nella media. U, infine, è quell’uomo che un giorno mi ha ricordato l’importanza di avere addominali saldi, e l’ha fatto sbattendomi a terra e saltandomi sul ventre mentre masticavo un BigMac.
Mi manca sovente U perché nel mondo trovo poche persone capaci di ciò. E il punto, creaturine, non sta ovviamente in un mio insito masochismo, ossia non sta nel trovare persone che fanno esattamente questo alla sottoscritta, ma nel trovarne troppe che non fanno a priori cose simili alla sottoscritta per motivi risibili e fondamentalmente stupidi. Non è ovviamente un invito a picchiarmi selvaggiamente, perché reagisco e ho un’innata capacità di colpire i punti peggiori (senza volerlo, ovviamente, e con immani conseguenti sensi di colpa), quindi dovreste essere o molto muscolosi o molto veloci. E, soprattutto, lamentarvi poco. (Odio le lamentele per dolori fisici, mi fanno sentire ancora più in colpa – fottuto cattolicesimo.)
(Ricollegandoci alla entry precedente, ora potrei chiedermi con ancor più fervore per quale motivo io abbia una passione smodata per personaggi di fiction tesi alla lamentela costante, ma non lo farò.)
Ricollegandoci alla fisicità in generale, invece, credo di essere malata. Credo, dico, perché siamo nell’epoca dello stress e dei sintomi psicosomatici, e quindi non so se lo stordimento generale, il mal di gola e l’aver caldo siano conseguenze di un qualche virus o semplici sfoghi. Cambia poi qualcosa? No, quindi che senso ha chiederselo? (Viva l’immanentismo.)

Ho preso Diario del ladro di Genet e sono felice come un bambino spastico che si sveglia sano (dovete sopportare il fastidio che ogni tanto mi coglie e mi rende intollerante a ogni tabù, facendomi titillare i suddetti in maniera molesta), o come un bambino tratto da film americano a tema natalizio del genere con cui vi stanno per subissare, o come se Evan Stone fosse appena comparso nella mia vasca da bagno vestito da pirata in equilibrio su una barchetta di carta.
Evan Stone che, tra l’altro, è in tema. Sono certa Genet l’avrebbe adorato. Nella sua interezza, ma riassumendo il tutto nel suo uccello – perché Evan Stone ha tutte le carte per essere riassunto nel proprio uccello, ed essere genetiamente rappresentato come un enorme cazzo stagliato su un cielo apocalittico. Pacatamente, gravemente. Se googlate “pacatamente gravemente” (con “impostazioni di ricerca: italiano”) escono quattro link: due sono della cara Nora, due sono miei, ed entrambi citano Genet.
Dovete sapere che tutto nacque un lontano pomeriggio, a Milano, che vide raccogliersi quattro persone: due vecchie conoscenze e due persone che non si conoscevano tra di loro e che io non avevo mai incontrato di persona. Quel giorno comprai Notre Dame des Fleurs e mi scoprii in una compagnia istrionica quanto me, così che – dopo un paio di ore – stavamo declamando Genet a voce alta in università. Un paio di ore ancora ed eravamo in un locale in via Torino, dove l’arabo (ciao, TCK) si alzò in piedi sul tavolino e – libro in mano – declamò con trasporto:

… I guerrieri biondi che ci incularono il [data], pacatamente, gravemente…

Non ricordo tutta la citazione (per questo ho googlato), era lunga e ben peggiore del pezzo riportato. In quel momento ha creato un momento mistico – mistica urbana post-contemporanea, la mia preferita. E poi fu l’inizio di un paio di amicizie.
È che, vedete, pacatamente-gravemente è come Genauigkeit und Seele (il sottotitolo del blog), sono endiadi-ossimori che, per accostamento e apparente contrasto, riassumono bene il genere di vibrazione che vado cercando – è come la corda di un violino appena sfiorata, trema ancora, ed è sia melodia che riverbero che eco che silenzio.
Genet è calmo e pacato, Musil usa accuratezza e anima – e ci sarebbero altri nomi da aggiungere all’elenco, tra cui Foucault che è analitico-morboso e Giordano Bruno che è trascendente-popolare. Sono antinomie false, nelle mie percezioni di personcina poco avida e che vuole avere tutto al contempo, che vuole un’anima china sull’oggetto come un chirurgo dotato di empatia quanto di precisione (oh Monsieur le vivisecteur musiliano). Troppo facile essere ciecamente coinvolti, mie romantiche e sensibili creaturine, troppo facile essere distaccati e freddini, mie creaturine tronfie di razionalità della domenica.

Cristina Zagaria (non chiedetemi chi è, sono ignorante) dice che “Un romanzo deve rispettare il lettore”, e la dissacrante vena che in questi giorni mi pulsa sulla tempia mi fa domandare:
1) Anche il pedofilo che ha traumatizzato la tua ex compagna di scuola? (La tua, la vostra, io non porto avanti cacce alle streghe, la domanda funziona finché il pubblico crede nel male ontologico della pedofilia.)
2) Come fai a rispettare qualcuno che non conosci?
3) Che cazzo significa “rispetto”? Io sono ossessionata dal dizionario etimologico, che mi dice che “rispettare” significa “riguardare”, “aver riguardo”, “considerare” – e se prendiamo l’ultimo sinonimo l’uscita politicamente corretta e moralmente elevante di Zagaria si risolve in un “Un romanzo deve considerare chi lo leggerà” (io, ad esempio, a volte me ne dimentico e rinomatamente scrivo ai posteri).
Ma ricorrere a un dizionario etimologico per ogni minima cazzata è la soluzione ultima degli idealisti incompresi, che puntualmente sono i primi a non comprendere quello che hanno attorno, quindi mi rifarò a Fodella, che se non erro si rifaceva a Confucio, e che diceva che bisogna diffidare delle parole che non hanno un significato univoco e vengono utilizzate in abbondanza (“libertà”, “amore”, “democrazia” – “rispetto”), perché portano avanti una mistificazione.
4) Ma non ho proprio un cazzo da fare?

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7 comments

  1. Stavolta Mater è in pieno disaccordo sul punto 1.
    Secondo me (ma posso sbagliare valutazione) tu continui ad avere una visione bohemienne di alcuni scritti con protagonisti alcuni/ne giovinelli/le, la realtà è molto ma molto ma molto ma molto ma molto diversa.

    Si lo so al solito dirai che la parola “pedofilo” vuol dire che ama i bambini, e certo non sto a contestare il significato dizionaristico, ma ormai (le lingue mutano, si evolvono o involvono) sai che oggi quella parola è riferita a ben altro e se la scrivi oggi e in rete a quello si pensa non ad altro.

    La nonna amava i bambini, il Putto ama i bambini, io sopporto i bambini 😛
    Ma non certo i “pedofili”, non certo quello che ha traumatizzato la “nostra” (non la “tua” pare :P) compagna di scuola. Quelli amano solo se stessi e cercano scuse per portare nel pratico la soddisfazione del loro bisogno.

    Te lo scrivo anche qua, anche sapendo che io e te “cozziamo” benevolmente sempre su questo argomento, perchè io so che intendi realmente quando ne parli, e sai che intendo io. Lo ribadisco perchè comunque scrivere in rete un punto uno in quel modo per me in qualche modo è indurre alcune menti alla approvazione di se stessi.

    Sai comè… la potenza delle parole… meglio specificare
    lo ridico dunque, non tanto per dirlo a te, ma alle persone che chiamo pedofilo nel senso che oggi viene dato a questa parola, per sottolineare che col cazzo cè qualcosa di romantico e di amore e che nelle dinamiche di un rapporto del genere.

    Sai bene come sia “sensibile” e intransigente sull’argomento 🙂 e che ci son cose su cui non riesco a mediare, ultimamente ancora di meno.

    Però tu dovresti venire con me una volta da Frassi…. forse la “nostra” ex compagna di classe traumatizzata diverrebbe anche la “tua” ex compagna di classe e questo senza far la caccia alle streghe.

    1. Premetto: qui non ho citato la pedofilia per fare l’avvocato del diavolo, ma perché mi serviva un tabù. Potevo scrivere “assassino”, o “persona che tenta genocidio”, o “semplice persona che per strada ti offende”. Quello che volevo portare in quella domanda non è altro che l’individuo che _non_ è facile rispettare, perché non è facile rispettare chi non ti rispetta – e si parte dal presupposto che il pedofilo (in senso attuale), l’assassino, la persona che tenta genocidio etc… non rispettino a priori nessuno.

      Circa la pedofilia, beh… La tratto come trattai il nazismo. Sono anti-antisemita come sono anti-antipedofilo, il che non significa né che sono pro-nazista né che sono pro-pedofilo. Reputo semplicemente necessario mantenere lucidità, sempre, e nessuna demonizzazione lo permette.
      Facendo l’avvocato del diavolo, credo che sia importantissimo preservare le sfumature di una lingua attorno a una parola così tanto demonizzata. L’odio acceca e rende tutti i “nemici” uguali, li disumanizza. Esistono la pedofilia, la pedomania e la pederastia, e ci sarà un motivo per cui ne esistono tre e non una di parole. Il che non significa, beninteso, che io creda che oggi un rapporto tra un adulto e un infante possa essere felice, esattamente come non credo che a fine 1800 un rapporto tra due uomini potesse esserlo (e per essere felici, in ambo i rapporti, bisogna essere in due a esserlo).
      I rapporti stigmatizzati dalla società finiscono tutti nello stesso calderone, quello de “Il Male”, come tutti i delinquenti finiscono nello stesso carcere (e a fine Ottocento in carcere c’erano omosessuali), come tutte le persone che usano droghe illegali, per recuperarle, si trovano in quegli interstizi della società in cui finiscono tutte le altre categorie reiette.
      Questo non significa che un domani, deve aver detto qualcuno nel 1800, possa esistere un omosessuale che non è né pazzo né un criminale. Allo stesso modo credo che un domani possa esserci un “apprezzatore di fanciullezza” che non è né pazzo né criminale.
      Se poi mi metti davanti quello che alla maggior parte delle persone viene in mente quando dici “pedofilo”, ossia un adulto squilibrato con cattive intenzioni e che approfitta della propria maturità per farsi forte a discapito di un bambino, beh… Concordo con te: è un essere abietto che prenderei a calci in culo. Non perché “pedofilo” (in cieca accezione attuale), ma perché codardo. Ma prenderei a calci in culo anche il nazista “cattivo da operetta” che è sadico solo quando può permetterselo – sempre perché è codardo.

  2. [“Un romanzo deve considerare chi lo leggerà”] Yes I believe this is what she meant! It’s all about marketing.
    One then has the choice of writing something for himself, or for a small entourage of people that have the same tastes, but wile many artist say their creations are made for the sake of art, very few don’t try to sell them…

      1. Yes, but it still means that “they” are considering who will read it, and since they believe their book does not, they do not publish it.
        In the end Zagaria’s (whoever she is) phrase, still makes sense.

        1. That’s a very interesting and complex subject.
          I would speak about those people who write beautiful but not easily understandable things because when they write they don’t consider the reader. They write for themselves or, like they say, “art for art’s” sake (as if art were a reader).
          Think about those “average” people who sometimes write a piece of poetry bearing in mind that since it’s poetry they’re allowed to rave about their inner feelings, because what matters is that all those words somehow “sound good” (most subjective criterion) in the end.

        2. Yes! It’s true
          But if you open up the subject of “good writing” we will never finish, because there are as many answers as there are readers.
          The phrase you cited is more pragmatic.
          Writing is a form of communication, and as such it’s worth may be evaluated on the number of people it reaches.
          People have ideas worth (for them) writing down
          They may decide to keep them in their head
          They may decide to write them down, and keep them in a closet
          They may decide to try to publish them and so doing communicate them to others (being more or less good at it)
          The first two cases I do not consider since, also if I respect their choice, to the world it is as if those ideas were never thought.
          In the third case (hoping that what the writer is putting down is of some value) the way he writes, and the number of people he reaches by that writing can be considered an evaluation method of his book (unfortunately not of his Ideas).
          But if you have beautiful ideas, why not make them understandable?

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