Lokasenna, hortonismi e HPD.

Ieri volevo scrivere un pezzo intitolato L’importanza di chiamarsi Cody Horton ma, tra una lunga dormita mattutina e un giro per negozi nel pomeriggio per trovare un outfit per un amico (ieri sera c’è stata la festa di compleanno a tema ’70-’80), non ne ho avuto il tempo.
Giacché il mio Dio è Quello Che Ride, mi sono trovata all’1:30 di notte a svegliare VB per farla ridere con una mia infinita sequela di insulti e imprecazioni volti all’umanità.
Non ci sono granché segreti alla base del rapporto tra me e VB, meravigliosamente caratterizzato da una mancanza di litigate per cazzate inutili (e di litigate in generale; ne ricordo una sola, e come litigata era veramente poco convincente – ma mi ci ero impegnata, eh) e da una noiosissima sincerità di base che non permette a incomprensioni e insoddisfazioni di diventare problematiche. Però forse un ingrediente magico c’è, e non so bene quale sia, ma è quello che permette a VB di ridere fino a farsi dolere gli addominali mentre io scarico l’ira accumulata a seguito di un incontro con due carabinieri in vena di atteggiarsi a poliziotti mentre si era di ritorno dalla festa a tema.
Il tutto è iniziato con una domanda di per sé innocua, forse un po’ retrò, posta da uno dei due carabinieri ai due uomini presenti nell’auto.
“Sono le vostre mogli?”
Capisco che possiate domandarvi “Ma al carabiniere che stracazzo gliene frega?”, ma il problema non è questo, non è niente di così sottile, è una semplice operazione aritmetica. Il problema è che in quell’auto c’erano due uomini e tre donne, e quindi la risposta più sana (sì, sana) sarebbe stata:
“Cazzone, la poligamia in Italia è illegale.”
Non ho dato questa risposta. Molte mie risposte e commenti sono stati seccati da M di fianco a me, che non voleva che le cose si complicassero.
Il problema non è lo status della poligamia in Italia, né il fatto che le domande venissero rivolte ai due uomini presenti in auto, né quel modo di parlarti a mento sollevato e cercando i tuoi occhi per vederli abbassati.
Il problema è in larga parte personale, e risiede in una mia idiosincrasia con talune forme di esternazione di potere. Lasciate alla parola “idiosincrasia” la sua accezione più neutrale, di “suscettibilità particolare”, senza rendere questa necessariamente tesa a reazioni negative. Ho reazioni forti a forti esternazioni di potere, e – come Foucault suggerisce – il potere non è cosa a sé ma è figlio di relazioni. Il potere non lo vedi nell’arma in mano al carabiniere né nel suo mento sollevato, ma nella reazione che ciò causa nelle persone che vi hanno a che fare.
Una delle massime uscite in quell’auto, non per l’orecchio dei carabinieri, ha parlato dell’importanza di non fissare negli occhi i carabinieri. Il che, come principio di base, è condivisibile: non fisso negli occhi i passanti, di norma, e infatti ho plurimamente elogiato l’attitudine delle persone a Kiel a non fissarti e – qualora gli sguardi per sbaglio si incrociassero – a fare un sorriso di neutrale bendisposizione – niente di personale, sono inciampato nel tuo sguardo, buona giornata.
Ma il principio “non fissare negli occhi il carabiniere” ha come contesto d’applicazione quello in cui un carabiniere, o chi per lui, lo sta invece facendo con te. Apposta. Anche questo poteva capitare a Kiel, ma non da parte di carabinieri, bensì da parte di ubriachi passanti. I tedeschi sono strani. Ogni popolo ingoia diverse repressioni a seconda della cultura che porta avanti, e quella dell’abitante di Kiel lo rende voglioso di romperti i coglioni quando è ubriaco. Ma, intendiamoci, non può saltarti al collo senza motivo, anche se è emancipato dallo status di ubriaco – e, allo stesso modo, il carabiniere non può mostrare appieno tutto il potenziale potere che tiene nel taschino, anche se è armato. Entrambi – l’ubriaco a Kiel molesto e il carabiniere dal mento alto – devono far reagire te prima di poter agire. Entrambi lo fanno nello stesso modo: fissandoti insistentemente negli occhi.
Odiavo andare in giro per Kiel tra ubriachi, perché io sono io, e, anche se sono sobria, nel momento in cui Tizio mi fissa negli occhi non abbasso lo sguardo. È inutile ripetermi che Tizio lo fa apposta, il cazzo di sguardo non lo abbasso. Né abbasso il tono di voce. Tra l’altro, stronzo, non sono la seconda moglie di qualcuno.
Vi prego, non confondete questa mia tendenza con un disturbo borderline di personalità – beh, magari nel mio caso è anche quello – perché non abbassare lo sguardo quando si ha la coscienza pulita è sintomo di dignità.
Le motivazioni per cui è mi è stato chiesto gentilmente, intimato, pregato di tenere la bocca chiusa sono state diverse.
Una voleva che io mi ostinassi a non voler capire. Sono stata troppo tempo in Germania, e qui siamo in Italia, dovrei arrendermi al capire che siamo in Italia e quindi al capire come funzionano certe meccaniche in Italia. È stata l’Italia (questa Italia, quella che conosco – chissà come sono i carabinieri e i poliziotti a Modena) a insegnarmi a capirla, e non esisterebbe un Horton che ha scelto di fare il poliziotto per avere il coltello dalla parte del manico se non mi fossi ostinata a voler capire certe dinamiche. Horton è figlio del mio background, ed è finito a NY per caso e cliché.
Un’altra motivazione voleva che io avessi bevuto troppo. Il che era vero. L’alcol toglie inibizioni. Ma non sono un ubriaco a Kiel che ha represso aggressività, e tendo in maniera più banale a reagire senza filtri a ciò che mi trovo davanti. Per questo troverete su Facebook delle mie foto scattate ieri sera in cui ho espressioni stupide, istrioniche e divertite. È stata una bella festa. L’alcol non mi inietta aggressività o paranoia gratuitamente, e io – che sono la solita scimmia di sempre, dai processi in fondo basilari – mi sono limitata a reagire a quello che avevo davanti.
Le motivazioni non sono più servite quando il mio focus è stato spostato dalla mia supposta tendenza all’autoconservazione (ho un più forte attaccamento alla conservazione della mia dignità), a quello della conservazione del benessere del proprietario dell’auto, che è la bastarda minaccia che ti responsabilizza e ti chiede di non reagire o a rimetterci sarà il tuo amico. Ci hanno fatto milioni di scene, su tali frustranti momenti di tensione, e se hanno successo sull’empatia del telespettatore un motivo ci sarà. La procedura ha potere su di me, e infatti ho fatto il possibile per tacere (con mediocri risultati, ma rimango la becera scimmia di cui sopra), per poi – all’1:30 di notte – svegliare VB e abusare del suo orecchio per sfogare la rabbia rimasta. VB è un ottimo modo di sfogarsi: tu ripeti in fila una serie immane di volgarità e offese e scongiuri e lei ride divertita, il che ti fa sentire meno di peso (insomma, non è mia abitudine svegliare le persone e non mi piace). VB che si è dispiaciuta di non esserci stata, perché si sarebbe goduta la scena ancor di più. VB che mi ha paragonato ad Adriaan.
Adriaan, che è un personaggio janvanleidiano (che è una variante del picaresco), è l’ennesimo cugino della folta e ben strutturata famiglia Everten, da secoli dedita al commercio – legale e illegale – via mare. È una di quelle famiglie che si fanno Stato, che è un modo colto di dire “mafioso andante”, in cui il capo-famiglia diventa il Capo dello Stato e decide del tuo avvenire.
Adriaan voleva fare il poeta, ma è nato nella famiglia sbagliata. Passa il suo tempo libero, oltre che scrivendo mielose poesie e andando a puttane, lamentandosi degli Everten e asserendo di non essere un Everten. Ha varie teorie cospirazioniste a riguardo, a partire da quella più banale che vuole che sua madre avesse un amante, e quindi lui sia in realtà mezzo-Everten. O magari l’hanno adottato, rapito, sequestrato, e perciò non sarebbe per nulla un Everten.
VB, alle due del mattino, ha tracciato un parallelo che vuole:

Adriaan : Everten = Me : Italia

Amo VB perché con l’ironia mi dissacra.
Perché il problema, creaturine, non è il carabiniere. Non per la sottoscritta, che ha imparato a non temere il nemico per mezzo della sua conoscenza. Prendo il nemico, chi esso sia, e ci costruisco sopra un personaggio – e, come accade per ogni personaggio, devo poi capire come sia arrivato a essere ciò che è. Tale meccanica non è granché come studio sociologico (sarebbe un po’ generalizzante, riassumere un intero genere con un personaggio), ma apre alla comprensione. Per questo il mio pantheon creativo vede nazisti, ebrei, spacciatori, magnaccia, deliranti profeti che si autoproclamano re, avvocati e sbirri. Il problema non è il Male, ma la sua banalità – l’ho ripetuto ossessivamente ieri sera, in auto, mentre attendevamo che i carabinieri controllassero i dati. Il problema non è Berlusconi ma il come le persone reagiscano al fenomeno Berlusconi nel momento in cui costui viene percepito così tanto negativamente. “Indignazione” e “dignità” hanno una radice comune. Non c’è indignazione se non c’è dignità.
Il potere non è l’arma che il carabiniere ha in mano – altra motivazione addotta per farmi stare zitta, e mi preoccupo, mi preoccupo seriamente se un’arma ha lo scopo di far tacere un cittadino con la coscienza pulita, me ne preoccupo se il cittadino poi effettivamente tace convalidando così lo scopo – ma, foucaultianamente, la relazione che si instaura tra individui.
Magari il carabiniere ha l’atteggiamento del cane aggressivo per prevenzione – chissà con chi sono abituati ad avere a che fare. Si potrebbe opporre che chiunque è in grado di farsi aggressivo con un’arma in mano, e un carabiniere dovrebbe essere addestrato ad avere capacità di pronta reazione mentre ti tratta civilmente, perché non serve addestramento per farsi forti grazie a un’arma – sono capace anche io, è capace chiunque di farsi forte sull’altrui debolezza.
Magari il carabiniere non lo fa apposta, lo fa per abitudine – e allora il problema non è il carabiniere, ma la reazione sottomessa di chi ci ha a che fare. È il reiterare la performance – l’abbassare lo sguardo e il tono di voce – a riconfermare lo status quo, non l’arma.
Ma si giustifica tutto dicendo che viviamo nella paura. Vivere nella paura significa accompagnare a casa S, che vive in un quartiere residenziale, e aspettare fermi con la macchina finché non ha aperto il cancello di casa e non se l’è richiuso dietro. S litiga con la serratura nuova e non riesce ad aprirlo. Silenzi di imbarazzata immobilità. Apro la portiera, scendo e provo e, mentre provo, le domando:
“Nel caso puoi chiamare tuo marito?”
Respiro e aggiungo:
“Non so perché ho detto ‘tuo marito’ e non il suo nome.”
A posteriori forse lo so: deve essere la traccia rimasta dalle tre mogli di prima. Ho ridotto S alla moglie di qualcuno che non riuscendo ad aprire il cancello deve appellarsi al marito. Ma per fortuna non serve. Ci sono quattro combinazioni possibili per aprire un cancello: gira la chiave a destra tirandolo verso di te, girala a destra spingendolo, girala a sinistra spingendolo e girala a sinistra tirandolo verso di te. La quarta combinazione era quella valida, il cancello si è aperto, risalire in macchina e poi a casa a far ridere VB imprecando.

Cody Horton è figlio della minaccia peggiore, che non è quella del potere su di te, ma del potere attuato su qualcuno che ti è caro – se vuoi far tacere la sottoscritta dinnanzi al carabiniere molesto dille che a rimetterci non sarà lei ma il suo amico.
Cody Horton aveva, in comune con me, una certa sordità alla minaccia diretta. Il padre poteva picchiarlo a sangue, e l’ha fatto, e Cody Horton non è cambiato di una virgola. Il padre, sagace, ha mutato minaccia: se Horton non avesse abbassato lo sguardo, sarebbe stata sua madre a rimetterci.
Per questo Horton è diventato uno sbirro: per non poter essere più minacciato.
L’importanza di chiamarsi Cody Horton si riferisce all’attuale Horton, quello trentenne, che non deve più preoccuparsi di certe cose. Horton mi tiene compagnia in questi giorni, mentre cammino per strada, per questo volevo scriverne di nuovo.
Horton è un vestito invernale, che sta comodo addosso soprattutto quando nevica. Della neve ha le orecchie sgombre da ogni disturbo, lo sguardo libero da impedimenti. Kiel mi ha ben rivelato la pace assoluta della neve, addolcendomi i pensieri di morte. Gran merito a un luogo che ti addolcisce la morte e ti mostra, dopo anni – anche se non serve più – in quale modo si possa morire senza soffrire. È la sofferenza che Horton teme, non la morte. Mea culpa. Adesso so che, se un giorno volessi ammazzarmi, mi basterebbe andare in un luogo dove la neve ti arriva almeno alle ginocchia, sedermi su una panchina e aspettare. C’è una fase iniziale di vaga sofferenza, che ho già oltrepassato una volta e so quindi di poter oltrepassare di nuovo, e poi le ossa dolenti cominciano a perdere sensibilità. Si arroventano per qualche minuto, e poi tacciono. Aspetta ancora un po’, immobile quanto puoi, e arriverà il sonno – quel sonno che io rincorro ogni sera, e devo aspettare paziente perché non arriva mai, che ti scioglie le contrazioni muscolari e ti trascina verso l’abbandono. Gli occhi bruciano di stanchezza, congelato sotto la neve, e devi fare appello alla razionalità per deciderti ad alzare quel culo e tornare a casa, perché sarebbe così facile rimanere lì, seduti sulla neve, addormentandosi dolcemente.
Requisito fondamentale per tale dolce abbandono è non temere la morte, suppongo. Horton, a mia differenza, fa qualcosa in più: ogni tanto le sussurra dolci richiami. Horton, nei miei panni in una Kiel innevata alle 3 del mattino in un paesaggio perfetto, probabilmente non avrebbe mosso un muscolo. La vita di Horton gli appare meno potenzialmente attraente di quanto la mia risulti a me, evidentemente. Io alle 3 del mattino ubriaca nella neve ho mosso il culo e trascinato quello di un bretone ubriaco a casa al caldo. Il bretone mi ha ringraziato per avergli salvato la vita, ma le parole sono vanitas dinnanzi alla contemplazione del concetto. Chissà cosa ricorda il bretone nella propria testa, chissà se disteso nella neve ci sarebbe rimasto se non l’avessi trascinato di peso a casa. Il punto non è se sarebbe sopravvissuto o meno (qualcuno lo avrebbe raccolto), ma cosa avrebbe significato nella sua testa vivere sapendo di non essersi alzato. Chissà quanto ciò può cambiare la percezione di sé, della vita e della morte.
Ma comunque.
Horton è un cappotto comodo da indossare in giornate fredde. Dovete mettere le mani in tasca e camminare con l’indifferenza propria di chi non ha fretta di levare il proprio culo da una panchina innevata. I vostri passi non saranno nient’altro che passi, tendere i muscoli della gamba per il solo funzionale scopo di procedere. Né troppo di fretta, né troppo lentamente. Dovete camminare come se foste nel bel mezzo di una nevicata natalizia, con babbi natale elettronici che in lontananza cantano mielosi auguri. I fiocchi si depositano su di voi in silenzio, e hanno dentro tutto: l’idea, contrapposta, di un locale caldo in cui infilarvi per bere una bollente tazza di caffè e il tepor-torpore di una panchina su cui abbandonarvi. Dovete farveli cadere addosso come fossero tracce di consapevolezza di morte, e perciò d’immane peso, e sentirli al contempo leggeri come le vostre gambe. Potete mettere tutto in quei fiocchi di neve – i più grandi conforti e le più atroci minacce – la candida sostanza si presta bene a contenere ogni significato. È la perfezione invisibile e fragile di un fiocco – e ricordo un giorno, a Berlino, osservarne uno posarsi sulla mia spalla, così grande da riconoscere la forma del cristallo. È stato un momento onirico, il vedere quello che c’è sempre e non si vede mai. La neve che è gelida e bollente, ed è dolce mentre punge il palato – ficcateci dentro tutto, gli estremi da voi concepiti, e fatevela cadere addosso senza fretta di rifuggirla, né quella di accumularla.

La festa è stata spettacolare e io ho un fottuto disturbo istrionico di personalità. Chissà se ne soffriva anche Loki. Ma dovreste proprio leggervi la Lokasenna.

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8 comments

  1. Quello che ha fatto il padre di Horton si chiama “vendetta trasversale”.
    Gli Everten posso essere dichiarati “associazione a delinquere di stampo mafioso”.
    Al momento su Horton posso fare un blando studio sulla personalità crmininale. Basandomi su le le teorie di De Greeff è sociopatico il cui stato pericoloso è determinato dal gruppo sociale in cui opera.
    se lo licenziano potrebbe diventare un perfetto impiegato della posta.

  2. Not knowing much about Cody Horton, Adriaan and Everten (Google didn´t help much.. though I have to admit that the first result on “Cody Horton” made me giggle) I will try to focus on the everlasting snow that came back to Kiel today. It was all gone yesterday (except some dirty leftovers) – I woke up, opened the curtains and felt like “Oh, beautiful” and my hangover was suddenly gone and forgotten.

    I love the snow, the snowy trees, the light, the brightness. It´s killing me and whenever I am out for a lenghty stroll I have to think about death every once in a while. It´s not cold enough to see whether tears can freeze on cheeks, therefore I don´t express what I think. That´s why I started to read a book about love. If I read a book about death right now, my life would be too monothematic. I am effing afraid of being monothematic (I assume I often am, though).

    Now back to studies about the diffusion of innovations. Alternatively I could go out and try to insult policemen. But honestly: Whenever I see cops, I tend to behave as law abiding as I can, though it might happen that I am dead drunk and don´ t give a damn.. All they do then is to tell me to go home and sober up.

    P.

    1. Once I went clubbing with my flatmate (in Kiel), the most peaceful guy ever, and he got drunk and started searching for policemen to bother them. He was _really_ drunk, and forgot everything the next day, so that I’ve never understood what exactly he was searching for.

      I didn’t choose the name “Cody Horton”, since he was a character of a friend of mine, the kind of supporting character you won’t notice.
      As for the Evertens, they’re a Dutch family of corsairs (XIX century, England), but ask Daria, she created them.

      All this writing about characters I write about makes me think I should translate some short stories, because I’d really want you to read them, but couldn’t stand a google translation.

      As you maybe read, I’ve got home-made Glühwein now, but it doesn’t work. Last year, in Kiel, it was so effeing (isn’t it hypocritical to use the “effeing-effect”?) freezing that I could drink all the Glühwein I wanted and never felt drunk. It doesn’t work here. I liked to come back home and touch and eat and feel all that snow.

      1. [Once I went clubbing with my flatmate (in Kiel), the most peaceful guy ever, and he got drunk and started searching for policemen to bother them. He was _really_ drunk, and forgot everything the next day, so that I’ve never understood what exactly he was searching for. ]

        I don´t know. I think it´s about being slightly bored and looking for action. Maybe it has something to do with narcissism.

        [All this writing about characters I write about makes me think I should translate some short stories, because I’d really want you to read them, but couldn’t stand a google translation.]
        That would be nice… but I don´t want you to waste your scarce time on translating unless you really think it´s worth doing it. I thought about learning yet another language recently, and while spanish might be more “useful” (as in: “There are soooo many spanish speaking people”), I thought about learning italian. (I must admit that I think about learning another language for years, and once started to learn Esperanto (stopped doing so after a month) – right now I feel like that might be a welcomed distraction.)

        [As you maybe read, I’ve got home-made Glühwein now, but it doesn’t work.]
        Yeah, I noticed. Emulating situations of the past (and thus a different reality) doesn´t really work (even if you were in Kiel now, it would be different than last year). If it was just about the effeing cold, you could hide in a freezer and drink your Glühwein there, but that would still be different, I assume 😉

        [isn’t it hypocritical to use the “effeing-effect”?]
        I don´t think it’s too hypocritical, we live in narcissistic, hypocritical societies after all. 😉

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