Christopher Pearce e la padrona.

È un’immagine che ho in testa da quando ero piccola – una delle tante geografie sovrapposte a quelle reali, edifici che esistono per la sfera onirica e hanno lo status di ricordi per i tuoi sensi, ma i fatti ti dicono che non li hai mai vissuti.
E ti domandi, allora, perché il tuo ricordo sia così tanto preciso.
È un palazzo a due o tre piani, a forma di torretta, forma vittoriana in bugnato, con alte e fragili finestre. Ha una forma esagonale, o ottagonale, e all’entrata ci si trova davanti a una scala a chiocciola che subito – senza ulteriori inviti – conduce al primo piano.
L’unica stanza che ho mai conosciuto è – indifferentemente dalla giornata, dal periodo dell’anno, dall’umore – visivamente scolpita da una penombra avvolgente.
L’ho vista tante volte, vuota, scorgendo solo i profili delle poltrone per gli ospiti, le onde create dalle tende pesanti, qualche pelliccia dimenticata sull’appendiabiti. C’è odore di un passaggio appena avvenuto, strusciare di collant su collant sul velluto dei cuscini, cipria e quell’odore secco e dignitoso della donna che si avvia all’essere matrona.
Ogni volta che ci sono stata avevo l’impressione di essere arrivata subito dopo la conclusione di un banchetto. Se fossi giunta qualche secondo prima avrei potuto sentire le loro voci bisbigliare dirigendosi nell’intrico di stanzette che portano alla bottega – la bottega è al piano terra, è una bottega di pellicce, ma non ci sono mai entrata.
Neanche loro ricordo, ma so di averle conosciute.
Almeno una, una di sicuro, la padrona.
È lei ad avermi invitato ogni volta che mi ritrovo lì, ma non chiedetemi come sia.
Lei può spiarmi nascosta dietro a una delle tende, ma io non ho tale diritto con lei.
D’altro canto è casa sua.

Mi sono portata dietro quest’immagine per anni senza riuscire a risolverla. La realtà quotidiana me la rende ancor più paradossale, perché praticamente ogni giorno passo davanti al luogo dove dovrebbe esserci quella bottega retrò, i cui appartamenti sono riservati alla padrona e all’intimo giro delle sue amicizie. Esclusivamente femminili.
Non so perché io ne sia sempre stata esclusa, destinata a essere ospite solitaria e solo per lei, per i suoi atti di voyeurismo dietro a una tenda mentre mi guardo attorno disorientata annusando la traccia che ha lasciato.
Quel luogo, come ricordo e non come sogno, appartiene a una mia adolescenza alternativa. Ci entro come persona che sta crescendo, non è più bambina e non è ancora donna – non è più bambino e non è ancora uomo – lasciate da parte le connotazioni, legate alla parola “maturità”, che le parole “donna” e “uomo” hanno. Prendete infanzia e maturità, pure, e cercate quella soglia che le collega, quel momento in cui il bambino si è fatto abbastanza intelligente da intuire le malizie di un adulto – e per questo l’adulto deve cominciare a difendersi.

Ho ceduto questo luogo all’infanzia di Christopher Pearce, diligente ed encomiabilmente serio e sveglio bambino che ci andava quasi tutti i giorni, ma trovando il salotto come io non riesco a riportarlo alla memoria, ossia popolato dall’ora del the della padrona con le sue amiche.
Christopher, bambino, e quindi escluso dalla sfera adulta, poteva perciò stare lì con loro, perché era come se non ci fosse. L’Ottocento, soprattutto, ha amato questa concezione del bambino come di una creatura a parte, non ancora uomo, parte di un mondo diverso, mezza creatura, innocuo per imposta innocenza.
Christopher rimaneva in piedi mentre le signore prendevano il the, e ascoltava in silenzio i loro discorsi – tutti i discorsi, i discorsi che un gruppo di raffinate donne impellicciate non farebbero davanti a un uomo, neanche a un ragazzo – ma a un bambino sì, giungendo al paradosso per cui le orecchie di un bambino possono essere colmate di immani segreti, perché tanto non ha le chiavi per decifrare l’adulta malizia.
Christopher però capiva. Capiva tutto, capiva molto più di quanto un uomo adulto avrebbe potuto fare, materia plasmabile pronta a modellarsi attorno ai discorsi sussurrati tra una risata soffocata e l’altra, inglobarli, farli propri, lasciarli poi liberi come farfalle – il tutto in silenzio, in piedi, di fianco a una poltrona o all’altra, vezzeggiato dalle astanti con piccoli adorabili dispotici ordini (“Caro, ti spiace passarmi lo specchio?”), profferte in forma di cioccolatini, elogi alla sua buona educazione, derisione bonaria per il suo status di mezzo-uomo, mani esperte di sarte che gli provavano addosso abiti per altri bambini – abiti per piccoli principi, e Christopher non lo era, ma in quel salotto si è visto passare addosso bottoni dorati di figli di industriali e pantaloncini in velluto da cerimonie di gala. Un modello perfetto, abituato a sollevare le braccia prima che gli venisse richiesto.
Gli anni passano e Christopher è giunto all’età in cui nei sogni mi è concesso entrare in quel salotto.
Troppo grande per essere innocui, troppo piccoli per avere rilevanza.
Christopher vi è entrato nella scena precedente a quella che io sogno così spesso: il salotto non è ancora del tutto vuoto, le voci si sentono ancora mentre scendono in bottega, le si sente allontanarsi e poi rimane il silenzio e il respiro della padrona, con uno spillo in bocca e le mani accorte a slacciare i bottoni di una giacca appena provata.
Christopher Pearce, al tramonto della sua infanzia, non ha malizia. Non ne ha bisogno. Ha un quadro chiaro e coerente dell’universo femminile, nessun velo trasparente a offuscarne la vista, nessun erotismo. Guarda gli occhi socchiusi della padrona, concentrati mentre gli sbottona anche i calzoni senza far fuoriuscire gli spilli, e sa a cosa lei pensa. Sa in che modo il bianco della camicia cangia nello sguardo di lei, sa del pensiero onnipresente, ma muto, del marito a casa, delle piccole cose da sopportare e delle piccole rivincite, le rivalità di vicinato e le clienti che lei intimamente disprezza, ciò che la ripugna e ciò che desidererebbe ma non può avere – e vorrebbe darglielo, Christopher, ma un mezzo-uomo non ha influenza sulle vite adulte.
È quella mancanza di malizia a tradirlo, allorché lei finisce di spogliarlo, perché a quella mancanza ne corrisponde un’altra, di filtri.
Per questo Christopher si fa fare tutto senza sollevare neanche un dubbio, né una domanda, né un timore. Sa già del modo in cui le gambe di lei – lunghissime, indurite da mezze giornate passate in piedi e da tacchi alti, potrebbero strozzarlo – sudano appena dentro le calze, di come il reggiseno si stringa sulla pelle quando lei sospira, di ogni incavo e sporgenza che i vestiti coprono. Giungervi, a quegli anfratti, non corrisponde a nessun mistero. Il sapore che scopre si accorda all’odore di lei che già conosce, e conosce la voce in tutte le sue tonalità, così la riconosce mentre si fa ansante in gemiti.
Non c’è alcun mistero, né dubbio, né problema per Christopher Pearce a 13 anni. Le donne le conosce perfettamente.

Il problema giunge al risveglio, il giorno dopo, e quelli seguenti, quando la padrona non si fa più trovare sola, al salotto non è più invitato, e quando per caso vi capita si trova a sbattere la fronte contro un vetro infrangibile, come correre in un labirinto di specchi senza sapere che sono lì, e sentire poi l’eco della botta fino a che anche i timpani non dolgono.
Christopher è diventato un uomo, e lo capisce dal derisorio e timoroso modo in cui la padrona disperde malizie tra le amiche alle spalle di lui. Assapora quella strana commistione, di disprezzo e paura, che tanto spesso ha visto scolpire il volto della padrona quando in bottega entrava un uomo.
“Poveri stolti.”, ha pensato allora – ogni volta.
“Perché fa così?” pensa adesso cercando supplichevole una risposta negli sguardi di lei, ma riceve l’infastidita mancanza di pietà che una vittima riserverebbe al proprio carnefice.

Christopher Pearce ha 13 anni e gli ho inflitto il mio destino: ogni volta che torna a quel salotto lo trova vuoto, e il profumo di collant e cipria è un ricordo che sta svanendo quando lui sente delle voci ridere scendendo.


Ovviamente autore e narratore, anche quando non ci sono di mezzo racconti, sono due persone distinte con visioni e giudizi e modi d’esprimerli diversi.
Non ho mai compreso il gran segreto della femminilità, quelle chiacchiere soffuse che solo l’intimità fa sbocciare. Ho sentito solo battute da scaricatore di porto – ma, ovviamente, è colpa mia. Certe soffocate e divertite e derisorie risate probabilmente esistono al di fuori delle tante rappresentazioni (maschili e femminili) del cd. “mondo femminile”, ma mi ripugnerebbero, quindi probabilmente le ho saggiamente evitate finora. Pearce non è me e ci è inciampato da moccioso. Pearce è un machiavellico che gode di certi complotti, d’altro canto. Che le sale riunioni siano salotti al di sopra di una bottega o la stiva di notte di una nave cambia poco.
Insomma, probabilmente il cd. “mondo femminile” non esiste, ma se ci credi poi diventa problematico fotterti qualcuno che fa parte del cd. “mondo maschile” e poi mantenere con questo qualcuno una limpida e non paranoica intesa (wow, sembra quasi un “morale della favola”).
Non che io sappia perché la padrona abbia scacciato Pearce, beninteso. Non l’ha capito lui che è un esperto di machiavellici mondi femminili, quindi di certo non lo capirò io.

(Il titolo della entry sembra BDSM, nevvero?)

24 comments

  1. Read the english translation rather fast (without looking into the original when the translation sounded awkward), so this is just a superficial comment. I believe I am better at being superficial, anyway.

    Dreams, great. (I already confessed my obsession of looking up everything I don´t know using Google, and the name of your character is.. well, there seem to be thousands of C.Pearce´s. But that´s not why I decided to comment.)

    It´s this world of dreams, which is, at least for me, perfectly clear when dreaming. For years now I notice that my dreams are connected, that there is this character, of whom I always think as “me” while dreaming, who has features, experiences and even “items” (like gadgets, things) that I don´t have in real life. Sometimes, while dreaming, being in a calamitous situation, e.g. lacking money, I suddenly realize, that I´ve got that gadget which I could sell.

    I once tried to write a short story about this human being I am every dream that I can partially remember, but failed, because I started too close to my dreams so that I couldn´t really develop that character. The only thing that remains is the name I gave that character. Its initials are JR, which is, a I noticed much later, the title of a novel by William Gaddis, whose “Recognitions” I am still reading/fighting my way through (in fact I wanted to read JR, but then decided to start with the novel he wrote before instead (because of I don´t know why)). From what I know about Gaddis´ JR, its written like a tape recording, which is the way I tried to write my JR story as well. Reality can be fascinating.

    Connecting the words “childhood” and “dreams” I remember that I loved the way Proust describes this in the second part of his fascinating epos – this phantastic way of imagining places before you go there, just based on the sound of a name. I would love to be able to imagine things this way again, but at the same time I am glad that my world is less daydream driven today. It was too often too disappointing to face the more mediocre reality.

    The guy who didn´t attend Weihnachtsmarkt, yet.

    1. I called him “Pearce” because it sounds like “(to) pierce”. I had decided I would have shaped a character like “The Villain”, the kind of villain which is “evil and nothing more”.
      Of course I failed.
      As for Christopher, I just liked the sound [kr] together with the surname.
      By the way, August Diehl inspired me. I love his smile – and it’s so hard to describe how I see it even in Italian. It’s like… when you think the person you’re speaking to, or the situation you’re in, is unbearably stupid and grotesque but you can’t laugh, so your mouth freezes before you can’t stop that mocking smile / grin.
      Imagined empathy.

      JR = junior as well?
      Thought about the fact that JR can be a Doppelgänger? I mean, whatever can be a Doppelgänger, since they’re in fashion, but I’d analyze JR to find differences and similarities between JR and me.

      In my dreams I am always myself + something else, or – something else. Let’s say I always recognize myself, even though in every dream I got a different role and sometime appearance and sometimes history. I’m… an actress.
      And I’ve got the powers of a demiurge.
      There are traits which characterize every dream I have, such as the fact that I can control quite every part of them apart from the plot. If, for example, a dream wants me to fight against a zombie, then I can’t avoid doing it, as if plots where the means I need to discover something new.

      … And I didn’t read Proust.

      (Glühwein!)

      1. [As for Christopher, I just liked the sound [kr] together with the surname.]
        kr pierce.. Makes perfect sense.

        [By the way, August Diehl inspired me. I love his smile – and it’s so hard to describe how I see it even in Italian. It’s like… when you think the person you’re speaking to, or the situation you’re in, is unbearably stupid and grotesque but you can’t laugh, so your mouth freezes before you can’t stop that mocking smile / grin.
        Imagined empathy.]

        I am no cineast, I don´t even know if I ever watched a movie starring A. Diehl, though it is unlikely I didn´t. In fact, the only male actors I recognize are J. Nicholson, R. De Niro, B. Pitt, R. Moore, S. Connery,M. Sheen, M. Brando, L. Di Caprio and D. Brühl.. at least these are the ones that come to my mind instantly. And this Spider Man guy, but I would have to look up his name. And then there is this guy who was in “The Godfather”, in “Heat” and “Scarface”(1983, I prefer the 1932 “Scarface” btw) … Al Pacino. I am more into stories and characters.

        Mocking smiles.. Well, I don´t even know whether I have got a mocking smile. You have, I think.

        [JR = junior as well?]

        No, not Junior. “Jasper Raven”. Stupid name, but well, I stuck to it. I will read Gaddis´ JR, but besides the style I don´t expect there´ll be many similarities – JR is younger than J.R. and he doesn´t seem to notice that he acts immoral. J.R. does, but he doesn´t manage to change his behaviour. But.. that´s all based on summaries – I will have to read that damn book (I doubt there is an audio book.. (and as the tone of a voice always has some impact on me, audio books are a bad idea anyway).
        I really hope it´s not a Doppelgänger thing because it´s fashion.

        [I’m… an actress.
        And I’ve got the powers of a demiurge.]

        During childhood (kindergarten, primary school, until ~12) I had these powers, too. Now, feeling not all too well, I even lost the ability to fly in my dreams. That´s shit. I am more like a leaf in the wind. I am sure that I´ll recover these abilities one day.

        [then I can’t avoid doing it]
        I can´t, too. The only way to avoid to do sth. is to force oneself to wake up, but that ruins it.

        [… And I didn’t read Proust.]
        I´m still reading “À la recherche du temps perdu”. I often stop for weeks and then I stumble upon that open book again and continue, knowing imidiately what happened before after reading a phrase or two. I figure it´ll take me two more years to finish reading this novel. It´s not that exiting or thrilling, but I love these long, long phrases. Even though I am reading the german translation, the style of expression is wonderful.

        (Glühwein mit Rum!)

        1. Well, you know Brühl. He and Diehl have worked together in:
          – Inglorious Basterds (Diehl is “King Kong”)
          – Was nützt die Liebe in Gedanken
          – Die kommenden Tage (I want to see it)
          … And I think other movies.

          [I can´t, too. The only way to avoid to do sth. is to force oneself to wake up, but that ruins it.]
          Sometimes I can’t wake up, even though this happen to me especially in the past. I call them “nightmares”.

          [(Glühwein mit Rum!)]
          I want it >_> I’m gonna make it >_>

  2. “Non ho mai compreso il gran segreto della femminilità, quelle chiacchiere soffuse che solo l’intimità fa sbocciare. Ho sentito solo battute da scaricatore di porto”

    Ne fanno parte entrambe, il segreto per comprendere e che non cè nessun segreto.

    Mater new age di una comune non den definita 😉

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