Onora il padre, la madre e il potere.

Quanti di voi hanno notato che in questo blog Sedlacek è diventato una tag?
Io me ne sono accorta qualche giorno fa, quando – per l’ennesima volta – abusavo di questo personaggio per canalizzare riflessioni personali. Sedlacek è diventato come uno specchio – Sedlacek è diventato una parola chiave, una di quelle che ripeschi dal cassetto per aiutarti a fare il punto di certe situazioni.
Perciò, creature, rinuncerò a priori al fare una degna presentazione dell’uscita, a dicembre, di un racconto che vede Sedlacek come protagonista. Per questo e perché preferisco mettere da parte la serietà che si riserva ai racconti quando sono benedetti da un marchio (ciao, Curcio Editore), e rimanere nel campo dell’informalità da cui non so uscire (la serietà impone una correttezza politica che non ci piace).

Il racconto, per essere poco freudiani, s’intitola Onora il padre e la madre ed esce a dicembre in edicola con Curcio (BM-Noir) nella raccolta L’ombra della morte. (Ordinabile per la spedizione direttamente a casa al numero verde: 800-834738.)

Sgravatami dalla responsabilità di fare una presentazione degna, posso inaugurare l’introduzione di questa raccolta andando a ruota libera. Perché, sapete, ho un problema: non so quanto conosciate Sedlacek. So di averlo citato esageratamente qui e lì nel corso del tempo, ma – al pari di un braccio – fa parte di me, e quindi molto probabilmente ve ne ho parlato sparsamente, qui e lì, senza ordine né organicità. Sedlacek è stato scandito, al pari di altre parti della mia vita, da eventi e collegamenti. So quando è nato, ed è già qualcosa: quattro anni fa.

“Sai di cos’è fatto il pigmento delle farfalle? Quello che le ha rese il simbolo della leggiadra bellezza?”
Sedlacek avvicina la goccia di vetro in cui la farfalla è cristallizzata. Verde-azzurro, le ali sfumano in nero. È una macchia di cielo che sbuca dalla notte, vivida da morta come da viva.
Sedlacek, vivo, e dio sa per quanto ancora – lui stesso non scommetterebbe date troppo in là nel tempo, odia perdere – è tutt’altro che cristallizzato. Tratti sottili, ma precisi, e precisa l’articolata mimica che rende il suo espressivo volto impossibile da non guardare, almeno con la coda dell’occhio.
Posa la bara di vetro per voyeur sul tavolo, tra i bossoli vuoti e lo zippo.
Feci. Sono le loro feci. Romantico, no?”

Sedlacek è nato come tentato schiaffo in faccia alla realtà. Avevo allora, in un preciso istante che ben ricordo, una certa Cauchemar appena conosciuta che su MSN insisteva per scrivere assieme, mentre io ribadivo che tal matrimonio di penne non s’aveva da fare. Cauchemar è una creatura di fantasia, benché esista in carne e ossa, i cui scritti hanno i toni sognanti di una fiaba. Chi di fiabe ne ha lette da adulto saprà che spesso del sogno hanno poco, ma molto dell’incubo – Cauchemar è capace di dipingere crudeltà che solo la sfera onirica sa figurarsi, benché non voglia. Io, che traggo le atmosfere dai cessi di un autogrill, ripudio certe fantasie – in negativo e in positivo – e perciò, per convincerla dell’impossibilità di una collaborazione letteraria tra di noi, scrissi il pezzo che vi ho riportato. Per la cronaca, a tutt’oggi non ho controllato la veridicità dell’affermazione sulle ali di farfalla.
Cauchemar, dinnanzi a tale incipit – che dissacrante voleva farsi – rispose.

Leland inarca un sopracciglio, una linea sottile tracciata sulla sua fronte pallida come una pennellata di Kajal. E dal Kajal sembrano essere segnati anche i suoi occhi, sebbene non lo siano, forse per il contrasto delle loro iridi cerulee con le ciglia scure, medio-orientali. Una contraddizione squisita, come sembra essere tutto nel suo sembiante, un marchio visibile della sua ambigua, duplice natura.
“Potrei trovare romantica la brevità della loro esistenza.” osserva, con la sua voce appena velata, piacevolmente roca. Gli occhi chiari si stringono mentre osserva la bara di vetro, perduta tra le innumerevoli bare gemelle sparse nel vasto locale.

Ci sono poche persone che mi siano opposte quanto Cauchemar lo è. Siamo abbastanza simili da poter dialogare, ma totalmente opposte, sì che i nostri dialoghi siano contrapposizioni. Il tono fiabesco che pervade la sua vita non mi farà mai smettere di deprecarla sentitamente, ma nello scritto si sublima e ha donato a Sedlacek un legame con certe infantili crudeltà che il cinico mondo adulto non concepisce più. Per questo Sedlacek, poi, è stato indissolubilmente legato a A Love Suicide. È stata usata per scrivere la prima scena con Sedlacek in solitaria, per definirne l’interiorità, per donare alla controllata, seppur un po’ sorniona, pacatezza dell’avvocato un sentimento che fosse assoluto e dispotico come quello di un bambino. Le “ortopedizzanti morali” adulte non sono mai state interiorizzate da Sedlacek, che di contro già da adolescente aveva perfettamente compreso le regole sociali del mondo adulto.
Sedlacek è stata la personalità che mi ha condotto a mano negli studi giuridici. Lui mi ricorda perché li adoro e perché non diventerei mai un avvocato. Con lui sono andata a Kiel con, nel piano di studi, un corso di “diritto internazionale” e uno di “tutela internazionale dei diritti umani” da frequentare, in tedesco, quando il tedesco l’avevo studiato per un anno, e quindi mi figuravo tali insegnamenti come immensi, incomprensibili, grigi mattoni. È stato allora che ho scritto il racconto che uscirà a dicembre. A scandirlo c’è stata la colonna sonora di The Reader, con la sua pacata ineluttabilità. Era il tassello che mi mancava: il grigiore impotente e quindi commovente della vita quotidiana a racchiudere la bestia nel cuore dell’uomo.
Sedlacek, nel frattempo, era stato messo alla prova da VB. Sedlacek, nel frattempo, era stato fatto tornare all’adolescenza, quella in collegio, per capire come fosse diventato quel sarcastico avvocato trentenne, e in camera gli è stato fatto trovare un certo Van Beumer – che troverete nel racconto, perché sono stati diamanti sudafricani a farmi tessere quella trama a Berlino. Van Beumer mi ha presentato un altro paradigma: quello del figlio unico di un imperialista dell’ultim’ora, perché oggi è il mercato a fare le leggi e non lo Stato, quando lo Stato vacilla. Lo chiamano “imperialismo economico”, o “neo-imperialismo”. Chiamatelo come volete. Io mi sono domandata cosa significhi esser figli di un uomo che detta leggi al mondo in cui vivi, quando quest’uomo è uno psicopatico e non c’è giudice sopra di lui a cui tu possa appellarti. I diamanti, da che un’organizzazione chiamata Global Witness ha rivelato al mondo l’esistenza di diamanti insanguinati, hanno una fama fiabesca: depositari delle speranze d’amore e di truci crimini che una mente occidentale considererebbe medievali. Conoscete i blood diamonds grazie all’omonimo film, che ha aperto la questione per chiuderla poco dopo. La De Beers, che è la De Beers e ha molto da insegnarvi su marketing e strategie di mercato, ha reso la propria coscienza adamantina sottoscrivendo che i propri diamanti sono conflict-free, e da allora esiste questa strana coesistenza: lacrime epocali quando un diamante ci viene regalato come promessa d’eternità e lacrime di commozione nel vedere opere di semi-fiction su come la vita umana non valga che un millesimo di un carato, forse anche meno. La maggior parte delle persone che conosco non sanno nulla dell’argomento, se non che comprare diamanti non va fatto perché significa compartecipare a un’inumanità. Cazzate, della caratura di tutte le disamine superficiali. Ci devo scrivere una tesi, inutile tediarvi qui. Quel che rimane – sguardo critico o meno – è questa lirica ambiguità dei diamanti, che è la lirica ambiguità del potere – e il racconto che esce a dicembre è tutto sulla poetica del potere e sui suoi simboli.
Ho voluto parlarvi del fascino del potere, che spesso equivale al fascino del male, o, peggio, al fascino di tutti quei mezzi che possono esaudire i migliori sogni e i peggiori incubi.
Sedlacek mi ha accompagnato a comprare La verità e le forme giuridiche di Foucault, libro che mi ha mostrato come anche la giurisprudenza abbia un cuore, e per la precisione esattamente il cuore di Sedlacek. Il mio amato avvocato non è cattivo – è semplicemente innamorato delle garanzie che il potere dà, e terrorizzato dall’idea di essere scacciato da questo paradiso. Confonde, talvolta, l’amore per il potere con l’amore per i mezzi che te lo fanno avere. Una confusione umanissima, dovrete ammetterlo – e mi piace rivelare come tutto sia umano e niente sia inumano, perché abbiamo tutti desideri struggenti, puri della purezza delle fiabe, o di un diamante senza inclusione alcuna.

2 comments

  1. di Sedlacek e altre cose discutibili…

    Che dire?
    E’sempre un piacer essere citati in un post di Dios, almeno per me. E’una di quelle contingenze che rende più reale l’esistenza, come dire “Dios mi cita quindi sono”…
    Ovvero, sono in quel mondo che esula dalla mai Torre d’Avorio, così egregiamente evocata dalla mia giovane nemesi, e al di fuori della quale spesso e volentieri sento di non avere consistenza.
    Ma va bene così.
    E’stato un onore e un privilegio, oltre che un immenso piacere, scrivere con Dios. Lo è sempre stato, a dispetto delle abissali differenze tra noi, o forse proprio grazie a quelle abissali differenze. Perchè di Dios posso dire che amo leggerla e amo scrivere con lei nonostante le nostre diversità, che apprezzo i suoi racconti anche se appartenenti a un genere e una tipologia che difficilmente cattura il mio interesse, E quindi vuol dire che per convincermi a leggerla deve essere brava davvero!
    E’stato bello assistere con lei alla nascita di Sedlacek.
    E’stato bello essere per lei Leland Atesh, antiquario e killer, un bizzarro incrocio tra Michele Corella, un modello di Armani e Sandokan… E’stato anche bello andare a ritroso, a riscoprire un Sedlacek ragazzo, studente tra gli studenti in un collegio nel quel io, Cauchemar, non avrei voluto studiare nemmeno sotto minaccia di morte, ma in cui altre mie maschere si trovavano decisamente bene.
    In generale, è stato ed è bello condividere qualcosa con Dios, perchè è una creatura rara e preziosa, di cui non ci si sazia mai, che dà assuefazione e con cui ci si ubriaca facilmente. E, per ch ivive in una Torre d’avorio, una sana sbronza ogni tanto fa solo bene! 🙂
    Ti adoro, Nemesi, in bocca al lupino per tutto.

    1. Re: di Sedlacek e altre cose discutibili…

      In questi ultimi giorni sto spesso scrivendo di letteratura, tra quella che cerco di pubblicizzare e quella che devo studiare per l’università. Sono così incappata nella “torre d’avorio”, scoprendo che è stato Gramsci a darle l’attuale connotazione riferendosi a quegli intellettuali italiani che non volevano abbassarsi alle richieste del popolo lettore. Su questa base, non so se io soffra meno di te della sindrome – dato che critico il carattere “d’intrattenimento” dei tuoi scritti. 😛
      Non avercela con una creaturina fatta di caffè e tabacco per il trovarti della sostanza lieve e cangiante della fantasia. Tutto è relativo, e ho parlato di te scrittrice, non di te persona – te persona, come tutte le persone, ha una vita quotidiana e materiale fatta di 24 ore, e non se ne fugge, nevvero? Ma la Cauchemar autrice diventa sovente direttamente la Cauchemar narratrice.

      Grazie per l’impagabile riassunto di Leland.

      E salutami Levij.

      E sbronzati.

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