Stranger than fiction.

Mi trovo a studiare il come il vero possa risultare inverosimile – mi trovo a farlo per l’università, dovendo applicare tali osservazioni alla becera, perché ristretta, sfera di qualche romanzo scritto in Italia nel corso degli ultimi cento anni.
All’esame, prenderei il docente e gli direi:
“Discutiamone.”
Gli prenderei le mani, lo farei sedere davanti a me, e dopo un sospiro direi:
“Ok, ok, allora discutiamone seriamente.”
Temo non accadrà esattamente questo. Certamente accadrà qualcosa di simile, perché i saggi a me propinati titillano troppi nomi e idee da me già conosciuti per portare a un esame la fotocopia riassunta del loro contenuto. Inventerò qualcosa, come al solito. Mi piacciono gli sbattimenti collaterali, dovreste averlo capito. Per questo, e per compassione, mi offro di fare una ricerca sui termini specifici usati da Newton in Of Colours, perché la docente chiede chi sarebbe interessato a farlo e nessuno lo sarebbe. Briciole di partecipazione in un sistema universitario per dattilografi.
Ma comunque.
Mi trovo a conoscere un succulento segreto di dimensioni più ampie di quelle da me concepite. Il paradosso, che mi ha fatto contemplare la situazione nel modo in cui contempli una stupenda e risibile umanità, è che io non ho segreti, neanche altrui; il paradosso è che un grosso segreto è finito nelle mie mani e non per confessione, e quindi nelle mani peggiori per chi quel segreto vuole conservarlo tale. La mia mente ha intravisto le conseguenze concettuali di tale fatto, ha cercato insomma di mettersi nella testa dei proprietari di questo segreto, e la mia, di testa, ha cominciato a girare.
Un saggio di Auerbach che analizza la Woolf sottolinea come con l’inizio del XX secolo la concezione del Creato degli autori – e del pubblico – abbia dato un’immane importanza ai più insignificanti fatti quotidiani. I drammi non sono più epici e la bestia umana non sorge dalla potenza di un anti-eroe, ma da ridicoli scheletri nell’armadio. La massima consistenza sociale di un anti-eroe moderno corrisponde a quella di un serial killer – ossia di un individuo psicopatico che qualche insignificante evento ha reso tale. Insignificante, beninteso, per l’umanità – ma quel potenzialmente insignificante evento ha messo al mondo un individuo più terrorizzante di ogni guerra. O forse i vostri incubi sono composti dalle guerre civili combattute nel mondo…?
E così un piccolo, insignificante (dal mio squisito punto di vista) segreto può diventare il fulcro negativo di una fetta di vita. Questa inezia assume le gigantesche dimensioni che la sottoscritta riserverebbe a uno sterminio di massa – non perché lo sterminio mi sia empaticamente più vicino, ma perché ha dal mio punto di vista diritto a più attenzione. Non ho mai sopportato quelle opere di fiction in cui l’eroe diventa tale perché per salvare l’amata o l’amico rischia di far ammazzare altre trecento persone. È antieconomico in senso esistenziale. È l’arrendersi alla propria empatia più facile, quella che nasce senza sbattimento, e agire di conseguenza. È immorale, direi, ma questa parola non mi piace. “Antieconomico” è meglio, no?
Ma comunque.
Quello che mi terrorizza è il pensiero che da un insignificante segreto, questo banale pezzo di informazione, possano dipendere una quantità sconsiderata di cose. Intravedo la mortificabilità dell’essere umano, ed è una visione stupenda se la si contempla dal di fuori. Agisce da memento mori e mi sussurra, con la suadente voce di Me, che non voglio diventare così facilmente feribile. Tale visione, contemplata dall’interno, schiaccia.
Vanitas vanitatum et omnia vanitas.
Vorrei che vedeste la faccenda con i miei occhi da confessata catara – i catari si confessavano pubblicamente, dinnanzi alla comunità – perché smettereste di avere segreti. Vi ritrarreste dinnanzi a essi come un aracnofobo dinnanzi a un peloso ottupede scorto con la coda dell’occhio. Le mie Lokasenna sono attimi purificatori, confessioni per mia bocca a nome della comunità – devo proprio avere un’immensa sindrome da angelo del Vecchio Testamento, nevvero? (Datemi un pulpito.)
È questa visione del mondo ad avermi condotto all’ossessione per la “banalità del male”. I cattivi televised sono personaggi mitici, irreali, con un’etichetta addosso, sono slots atti a ricevere l’indignazione dell’uomo comune, quello che non lancia bombe né stermina popoli – ha solo piccoli e insignificanti scheletri nell’armadio che, svelati, gli mettono addosso l’aureola indegna degli imputati a un processo. Ognuno ha le proprie buone motivazioni da portare, ma dietro al banco in attesa di giudizio non si può più inveire contro i cattivi televised. Non si sarebbe convincenti. Si sarebbe spogliati dal proprio diritto di giudicare dall’alto di una coscienza pulita – e di come, nella contemporaneità, la condotta morale possa mescolarsi con il sistema giuridico.
Mi piace, Auerbach.
E ho tanta tanta voglia di finire in uno spazio-tempo ondeggiante in cui nessuno accusa nessuno.

Sedlacek è il personaggio dei segreti ben mantenuti. La sua è un’arte necessaria – lo pagano anche per questo. La sua tecnica deriva da una profonda comprensione dell’effetto che il banco degli imputati dona alle persone. Il modo migliore per mantenere un segreto, sa, è portare l’altra persona a doverne celare uno più grosso del tuo e dover dipendere da te per mantenerlo. Volendo scrivere un racconto poco politicamente corretto sulla pedofilia ho difatti pensato a lui. Il racconto non è mai stato scritto per le solite becere ragioni (tempo, ispirazione, etc…), ma se fosse stato scritto avrei avuto un uomo capace di incastrare bambine in modo esemplare (esemplare per chi avesse voluto seguirne l’esempio, e quindi per la critica criticabile – è quello svelare i trucchi del mestiere del cattivo): bastava renderle interiormente colpevoli di un qualcosa che nessuno avrebbe mai dovuto sapere.
Sedlacek non è diventato un pedofilo, quindi di segreti deve celarne altri.
Nel racconto che dovrebbe uscire a dicembre (attendo conferme per confermarvelo ufficialmente – già sto andando contro la sacra regola scaramantica) la trama gira attorno a un segreto che non può essere svelato, perché Sedlacek sarà onnipotente solo finché non ci saranno punti deboli su cui fare leva. È un avvocato, sa esattamente perché non vuole diventare un imputato. Il suo segreto non è esattamente insignificante nel quadro culturale in cui viviamo, ma di insignificante ha il modo in cui può diventare un’arma puntata contro di te: è il bello e il brutto dei segreti, il fatto che basti una parola per far diventare ciò che non esiste (un segreto) un’arma di distruzione di massa dinnanzi alle tue possibilità di difesa. Il paradosso mitico dell’umanità.
Sono figlia di questi tempi e da questi tempi traggo idee.
Gioco della rosa è stato strutturato su segreti da creare e da celare, da serbare come minacce per tutelarsi. Neanche i segreti di Gioco della rosa sono esattamente insignificanti – oh, quello maggiore da cui parte tutta la trama lo è, per questo è deriso e per questo chi lo vuole serbare è un personaggio negativo (negativo per l’ambiente in cui vive, non per me – io dai catari non ho preso la visione del Creato).
Copule tra vero e verosimile.
Non prendo praticamente mai direttamente idee dal mio vissuto per scrivere. Sarebbe un gioco troppo semplice, e poi risulterei inverosimile.

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7 comments

  1. condivido

    ciao Sere, condivido questa discussione sul romanzo sulla pagina di FB perchè, trovo, si ricolleghi con la discussione piuttosto interessante e seguita nata oggi dal mio imput su Lisbeth Salander e La regina dei castelli di carta.
    Con lo spiritaccio pratico del Prof ti consiglierei di legare i polsi del professore con due belel cinghie al tavolo e ‘tittillargli’un mignolo con una cesoia e poi dire’discutiamone’.
    E’ un invito chenon si può rifiutare
    tlak!

    1. Re: condivido

      Tutto ciò che scrivo – per coerenza, se non altro, a questo punto 😀 – è liberamente diffondibile. Anzi, grazie, grazie per il dare un senso aggiunto alle mie speculazioni mentali.

      La tortura donava al Prof perché potevo immaginarmelo all’apice della tensione – non so quanto sarebbe esteticamente gradevole lo stesso servizio reso a un professore.

  2. [il paradosso è che un grosso segreto è finito nelle mie mani e non per confessione, e quindi nelle mani peggiori per chi quel segreto vuole conservarlo tale. La mia mente ha intravisto le conseguenze concettuali di tale fatto, ha cercato insomma di mettersi nella testa dei proprietari di questo segreto, e la mia, di testa, ha cominciato a girare.]
    Curiosity: do they know that you know?
    Speculation: Since you say I should, and since you go on, about this part of it I will cite “nothing’s new under the sun” no secret is important. Unless you want to purposefully use this secret in some way, there is no logical reason to expose it.
    Request: If you’ve discovered that I’m a serial killer in my free time, please don’t tell anybody. It would be hell for my social life.

    1. I don’t know whether they know that I know it. I don’t want to exploit this secret, if you meant this. The problem is that this secret is such a secret that even a friend (more “friend” than I am) of them didn’t know it – and since we’ve got some friends in common and I do no have secrets, well… It can just happen. “Don’t make it happen, but let it happen” -> that’s what I mean when I say I have no secrets (not that I publish every thing I happen to discover).

      1. [… It can just happen.]
        Got it
        [and since we’ve got some friends in common… “Don’t make it happen, but let it happen” ->]
        Big problem… for them
        [(not that I publish every thing I happen to discover).] I new that! 🙂

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