Epigrammi.

Mentre attendo che la macchinetta del caffè compia il suo dovere fornendomi un bicchiere di lucidità in prestito, la ragazza in fila dietro di me mi sorride e mi chiede:
“Sai l’inglese?”
L’attimo di perplessità che mi coglie si snoda in domande lunghe frazioni di secondi.
Ad esempio:
Costei era a lezione con me?
(Domanda costante figlia della paranoia con cui convive chi non memorizza né volti né nomi. Vorrei, giuro. Non è niente di personale, è che proprio vi rimuovo.)
Oppure:
Siamo al polo di “Mediazione linguistica e culturale” e lei mi sta parlando in un italiano non accentato, quindi escludiamo:
A) che mi stia chiedendo se possiamo comunicare in inglese – oh latino contemporaneo;
B) che, italiana, le serva la traduzione di qualcosa scritto nelle immediate vicinanze (dove?).

Dopo aver sprecato le mie sinapsi con questo esercizio di logica improvvisata, esordisco con un banale assoluto:
“Sì.”
E ovviamente ne segue un auto-legittimato:
“… Perché? Cioè, studio inglese.”
“Pensavo fossi inglese per come lo parli. Per l’accento.”
“Beh… Probabilmente ho un accento tedesco. Ho passato un anno in Germania.”
“Io 19.”
“Eh?”
E socializzando scopro che la tizia, bilingue, ha vissuto a Monaco per 19 anni.
Amo questi rigurgiti di Germania.

A fine lezione socializzo gratuitamente con una tizia sulla cui provenienza non ho la più pallida idea (sudamericana? Ci sono accenti a cui siamo troppo abituati e che non ci dicono più niente – e lingue che non c’entrano nulla l’una con l’altra ma i cui accenti derivati si somigliano – e poi ci sono persone come me). Si discute di lingue studiate e io dico (di nuovo):
“L’anno scorso ero in Germania.”
“Sei tedesca?”
“No, perché?”
“Hai un accento tedesco.”
(Non è vero.)

L’ultima lezione, quella in cui avrei parlato un italiano con accento tedesco (ossia avrei parlato come il Papa), era di “Letteratura e cultura nell’Italia contemporanea”, che è quella lezione durante la quale sovente pop-uppo su Facebook, in quanto sovente tende al becero e pedante (di pedanteria ho già la mia).
Oggi, anziché condividere delirii in Rete, ho dato sfogo al multitasking scrivendo sullo stesso documento gli appunti della lezione e un’e-mail romantica a Zefi.
(Per i posteri: a Venezia non è successo assolutamente niente con Zefi, ma tanto ogni volta che asserisco simili cose non mi credete – nevvero, mie maliziose creaturine? Non chiedetemi i dettagli – come potrei darveli, dato che non è accaduto assolutamente nulla? E comunque non ve li darei, perché con Zefi mi sono auto-insignita al ruolo di umile cavalier servente – non la vedete l’armatura e la spada e il pennino con cui vergo smielati ringraziamenti…? – Per qualcosa che non è successo, ovviamente.)
Tornando a noi, ossia a me, Zefi e le due compagne che avevo di fianco, riempivo questo file con non trascrivibili nomi tedeschi e russi, e frenetici riassunti di quello che il tizio dietro alla cattedra diceva. Dato che su una tastiera scrivo al doppio della velocità, e non solo mia, le due compagne hanno usato il mio schermo come fonte da cui attingere sequenze di consonanti componenti cognomi e caterve di parole-chiave.
Per spirito civico, ossia per agevolarle, ho scritto in nero gli appunti e in grigio l’e-mail a Zefi – sono o non sono una cittadina esemplare?
(E comunque queste lezioni sono a tratti così soporifere – così dicono – che spero di aver almeno un po’ allietato le due compagne con le mie amorose righe.)

Stanotte ho sognato, di nuovo, Evan Stone – ed è ovviamente colpa di VB.

Ho dentro Torchia (che è un patrizio veneziano nato all’inizio del 1600) che mi distrae facendo strusciare le vesti sui pavimenti complessi e gelidi di Palazzo Ducale. Sussurra un sacco di cose, quella stoffa. Mi dice che Venezia non ha bisogno di ingrandirsi – mi dice che, passeggiandovi lentamente, con le mani dietro la schiena, osservando l’oro e il turchese delle sue piazze, Venezia basta e avanza più di quanto potrebbe il mondo intero.
Che poi io sappia che non è così non influisce sul fatto che sento il bisogno di tornarci, e passeggiarvi, con la lacerante forza con cui un ubriaco necessita un bicchiere di vino.
È stato breve ma intenso, mi par si dica.

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