Di Requiem e Giochi.

Pausa dal fare mille cose e nessuna, che è l’impressione che si ha quando se ne hanno troppe da fare – nevvero, mie frenetiche alienate creaturine post-moderne?
Mi manca, infatti, quel tempo in cui il mio orologio interiore era interfacciato alla Rete, che ha tutt’altri orari. Le giornate durano quarantotto ore e non esistono notti perché dormi giorni interi.
Bei, gibsoniani, tempi.

Adesso trattiamovi in quell’insopportabile modo che sottintende che siate dei bebè incapaci di gestire le proprie priorità e ricordiamovi che domani in edicola c’è Segretissimo con un romanzo del Prof (caro amico – e no, maliziose creaturine, non è un caro amico perché pubblico con lui: è diventato prima un caro amico, e poi ho cominciato a leggerlo – altrimenti sarei scontata e sarebbe imperdonabile, no?) e, infine, il mio Requiem del Coccodrillo.
Continuando a trattarvi come becere creature incapaci di rielaborare dati e clickare su link, nonché di googlare, vi mostro la copertina sì che possiate riconoscerla:

Ciò fatto, smetterò di considerarvi intellettualmente depauperati e vi ridarò il vostro status di posteri (i posteri sono quelli che ti comprenderanno quando i coevi non sanno o non vogliono farlo; i posteri sono ammantati da una certa santità).
Sono ovviamente tesa per l’uscita, e non perché temo l’arrivo di critiche su stile o contenuto (troppo semplice), bensì perché sono affetta da una forma lieve e socialmente accettabile di sdoppiamento elevato all’ennesima della personalità, il che tradotto significa che una cosa da me scritta non riflette me ma una sola opzione messa in atto dalla sottoscritta, e il timore è di essere catalogata per quella sola opzione. Voglio dire, mi capita quotidianamente avendo a che fare di persona con l’umanità, figurarsi quando non c’è neanche l’ipotetica interezza della mia persona.
Ma comunque.
Comunque ho Il cimitero di Praga di Eco, e ve lo googlerete voi (ora che siete di nuovo stati abilitati a tale funzione) sì da trovare le varie recensioni. Le prime uscite erano negative e criticavano la sottesa ideologia antisemita, ovviamente puntualizzando che ciò non era frutto dell’intenzione di Eco (volete dare a Eco dell’antisemita?), ma piuttosto di una sua mancante consapevolezza di tale risultato – il che, se io fossi Eco, sarebbe per me un’offesa peggiore.
Ho preso a cuore questo libro perché lui ha preso a cuore me.
Vagavo difatti per quel di Lecco alla ricerca di un pessimo libro di letteratura italiana per un corso universitario e, entrando in una libreria, mi sono trovata davanti a una pila di copie del Cimitero. Mettetevi nei miei panni. No, ok, non potete. Servirebbero molte premesse per fare ciò, a meno che non siate fedeli lettori della sottoscritta.
Diamoci quindi alle premesse.
Ho un ambiguo rapporto con Eco per simmetria di interessi e approcci, ossia: quell’uomo s’interessa agli stessi temi a cui mi interesso io, alle stesse questioni, con simili approcci. E parlo anche e soprattutto di bazzecole, davvero, come il fatto che lui inizia il Baudolino mettendo su carta tentativi di comporre un linguaggio e io prima di leggerlo ho scritto questo. Entrambi sono ambientati nel 1200 ed entrambi hanno una struttura simile nel disseminare personaggi secondari. Ovviamente le trame sono diverse e – badate bene – non sto cercando di fare un paragone tra me ed Eco. Eco è una pietra sacra della semiotica, e perciò ha una consapevolezza che io mi sogno, nonché anni di erudizione che io comunque alla sua età non avrò (siamo di generazioni diverse). Un tale accostamento non mi serve a dire che io sono come Eco, ma a spiegare l’ambiguo rapporto che ho con quest’autore. Per la cronaca, qualsiasi postero dotato di intelletto che rispetta minimamente il mio, di intelletto, saprebbe che sarebbe stupido da parte mia fare similitudini a mio vantaggio quando le prove di linguaggio di Eco nel Baudolino sono il riflesso di studi linguistici mentre il linguaggio con cui io ho scritto quell’inutile racconto non è altro che un qualcosa d’impreciso che finge spietatamente d’essere d’epoca (il pubblico sia clemente: avevo 18 anni).
Spiegate le premesse, torniamo alla libreria, ove io sfoglio il Cimitero e provo sulla pelle le implicazioni che l’espressione “come un bambino di Dickens” portano. Sono in un periodo caratterizzato da mancanza di tempo (devo studiare), di spazio (fisico, ho una pila di libri da leggere) e fondi.
Tornata a casa, ho scoperto che il Cimitero era uscito proprio proprio quel giorno, e il duraturo influsso dell’ottica new age di Mater, che vuole che ogni cosa al mondo sia un segno del destino, mi ha fatto rimuginare sulla faccenda. Quando finalmente sono riuscita a eliminare quest’ipotesi, il giorno dopo, sono passata davanti a un’altra libreria e ho trovato il romanzo al 15% di sconto. Insomma, il mio cervello non è totalmente fatto di speculazioni nietzschiane e playmates, ho anch’io le mie debolezze.

Nel frattempo, ho concluso la prima correzione de Gioco della rosa, a cui seguirà un importunare alcune persone per avere critiche utili per migliorarlo. Ci sono migliorie che già so di dover apportare, ma necessitano ch’io mi distacchi dallo scritto. Non secondariamente, devo constatare che la prima parte è scritta meglio – o almeno dal mio punto di vista, per cui “meglio” forse significa “inutilmente involuto”. Gioco della rosa è molto più approcciabile del Requiem, soprattutto per mancante pesantezza esistenziale a scandire il tempo – il che credo sia un meglio per il grande pubblico, non so per i posteri (i posteri apprezzano sovente ciò che non capiscono).
Matre Cermania mi ha lasciato un certo entusiasmo per l’organizzare (ossia, mi ha insegnato a non demotivarmi a priori), e così ho contattato M. proponendole di farmi un video di promo per Gioco della rosa. Per senso democratico crucco (non è vero, l’avevo anche prima) e per fede nel fato (anche questa l’avevo prima), lei ne trarrà vantaggio se di vantaggio ne trarrò io, e viceversa. Sono ben cosciente del fatto che la presentazione di un prodotto è molto (The medium is the message), per questo quello che ho chiesto a M. è di investire in me. E poi amo queste collaborazioni, da eoni – amo il mescolarsi di propensioni.
L’idea del video è figlia del fatto che Gioco della rosa ha già una sua grafica, che una pubblicazione probabilmente deleterebbe. Ha un suo concept di base, scandito dai capitoli e dalla grafica a essa legati. Non vorrei perdere l’idea alla base, perché è quella che mi ha aiutato a scrivere.
M. è un’artista come piace a me, ossia è totalmente indifferente il fatto che possa essere chiamata tale: mi piace come mette in scena idee. E poi con M. ho condiviso Rule of Rose:

E M. è una di quelle persone capaci di capire cosa significhi volere un po’ dell’estetica di un prodotto applicata a un secondo prodotto che, infine, ha ben poco a che fare con la fonte d’ispirazione. (È la formazione artistica che te l’insegna.)
Insomma, il progettare mi mette di buonumore, cosa utile in questo mio stato di cattività. Sì, la parola “cattività” mi piace.
Settimana scorsa ho fatto una buona azione e un esperimento.
L’esperimento si rivolgeva, ovviamente, al nostro discorrere del Lebensraum (spazio vitale), che come sappiamo varia di cultura in cultura. A Milano è di cinque centimetri oltre la tua pelle. Difatti, in fila dinnanzi alla macchinetta del caffè, con 30 centimetri tra te e la persona davanti, le persone cercheranno di passare in mezzo. Con 30 centimetri di spazio, come intuirete, sarebbe impossibile non toccarsi – per questo la persona che passa si dà al contorsionismo e tu dovresti sbilanciarti un po’ indietro.
Ho quindi sperimentato, cercando di capire cosa succede se non ti sbilanci. Insomma, dato che la fila è lunga (siamo in Italia), volevo approfittarne per leggere (ottimizzare il tempo ottimizzare il tempo ottimizzare il tempo), e leggere riesce difficile se devi continuamente spostarti per far passare qualcuno perché questa persona non ha voglia di girare attorno alla fila.
Cosa succede?
Succede che la persona non controlla – come da norma milanese – come il resto dell’umanità si disponga nello spazio, e quindi inciampa. Inciampa. (Come un bambino goffo.) Poi ci sono due opzioni: o prosegue come se nulla fosse o balbetta un veloce “scusa”.
Un giorno scriverò un saggio su ciò – e sui cessi italiani, miei due grandi amori.
La buona azione è consistita nell’aiutare una signora con due enormi valigie a immettersi nel flusso della scala mobile in ora di punta. La signora, stupita, mi ha tenuto d’occhio per tutto il tempo – sia mai che le frego la valigia. Non la sto criticando, anzi: io non sono stata attenta dieci secondi e mi hanno fregato la borsa.
Conclusione: a Milano chi pensa male del prossimo ha statisticamente ragione. Bell’humus.

… Ma, finalmente, vado a Venezia. Avete letto bene? Vado a Venezia. Dopo una tale attesa dovete come minimo saltellare entusiasti sulla sedia per me.
Che faccio, ora, vi tedio di nuovo con le meraviglie di Venezia? Tanto non potreste capire, ma non è colpa vostra. Per capire dovreste avere, a Venezia, una fanciulla dal sembiante di folletto (quelli ambigui, che non si capisce bene se sorridano o ghignino alle vostre spalle) che vi attende per farvi da guida e da ospite. Non ce l’avete e – lo so – è ingiusto. Il mondo è cattivo – le persone vi spingono in metro, gli uffici pubblici vi rendono disservizi, il vostro ragazzo non vi capisce e la vostra ragazza lamenta che non la capite, il prezzo delle sigarette aumenta e la fame nel mondo interrompe mezzo pubblicità i vostri programmi preferiti, ma per fortuna esiste ancora un equivalente del “riposo del guerriero” (espressione che credo sia stata usata al 99% da borghesi che non hanno mai neanche partecipato a una rissa, ma con le metafore si giustifica ogni abuso).
Venezia è un’ancora di salvezza esistenziale perché risiede in Italia ed è la città che in assoluto preferisco. Essere contraddetti è necessario, o si sprofonda nelle proprie convinzioni. Mi piace essere contraddetta a morte da Venezia – mi piace che esista un “qualcosa” che abbia tale diritto irrevocabile su di me. È la versione condita di dispotismo del lasciarsi andare nelle mani di qualcuno – e, per amor del paradosso, nelle mani di chi se non in quelle di una città destinata ad affondare?

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7 comments

  1. “Tornata a casa, ho scoperto che il Cimitero era uscito proprio proprio quel giorno, e il duraturo influsso dell’ottica new age di Mater, che vuole che ogni cosa al mondo sia un segno del destino, mi ha fatto rimuginare sulla faccenda.”

    Rimurgino spesso sulla faccenda…

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