Requiem del coccodrillo (a novembre in edicola).


Il corridoio è coperto da un sontuoso tappeto lavorato a trame sottili, precisa dedizione russa.
Non è possibile decifrare l’intricato arabesco camminandoci sopra: bisognerebbe inchinarsi, premere il dito in un punto e umilmente cominciare a seguire uno per uno i fili che si sorreggono a vicenda, sottilissimi a formare quell’intreccio pesante – così tenacemente fitto da sopravvivere a un bombardamento.
Gli angoli sono appena stati smussati dall’esplosione, ma il tappeto non si è mosso. I disegni ingurgitano la polvere che si solleva dalle macerie. Ce n’è sempre, nell’aria. Te ne rendi conto con orrore quando per la prima volta passi la mano sul naso colante – accade il primo giorno, di solito – e la ritrai osservando due sgommate di fuliggine sul dorso.
Cenere alla cenere ai tuoi polmoni.
Quelli di Erich devono essere scuri e rattrappiti, carcasse d’insetto pulsanti. Quando tossisce il ventre s’incava, lo stomaco rientra come un palloncino sgonfio e la divisa aderisce alle costole accartocciandosi in un drappeggio espressionista.
Dicono sia mezzo russo.
Dice che saper parlare il russo, conoscere i russi – qualsiasi cosa siano – quanto conosce i tedeschi e intendersi con entrambi perfettamente non lo rende mezzo slavo. Non che se lo fosse se la caverebbe meglio.
[…]


Sottotitolo: esco a novembre in edicola con Segretissimo, con il racconto il cui titolo è qui sopra.
Dopo tanto tempo che taccio nei riguardi di questa uscita (scaramanzia?), non ricordo più con che parole avrei voluto presentarla, quindi vi accontenterete di un’impressione improvvisata. (Sono belle queste frasi in cui si dà per scontato che il pubblico si aspetti qualcosa scusandosi per il non poterla dare, nevvero?)
Tra l’altro sono pessima nel pubblicizzarmi, dalle radici. Altrimenti non abuserei di prose che chiedono al lettore di affrancarsi un po’ dalla retorica comune, no? Facciamo così: voi vi direte che io sono innovativa, e non l’equivalente di un’asociale nell’ambito della comunicazione, così i posteri mi ricorderanno affascinati.
Dal titolo, ad esempio.
Una delle opzioni prevedeva che fosse mutato in Stalingrado, dato che durante la battaglia di Stalingrado ha luogo. Osservo che alla fine si è deciso di mantenere la mia ben nota tendenza all’essere criptici, e quindi prima di cominciare a delirare dovevo puntualizzare perlomeno il contesto del racconto.
Il “coccodrillo” di Stalingrado, per i non esperti del settore (circa il 98% della popolazione), è questa.

Ho cominciato a scrivere Requiem del coccodrillo mentre studiacchiavo Jochen Peiper, che peculiarmente la Wikipedia italiana descrive in primis come un "criminale di guerra". I tribunali che l’hanno giudicato non l’hanno rilasciato come tale, dopo aver riconosciuto che le confessioni erano state estorte ("All but two of the Germans in the 139 cases we investigated had been kicked in the testicles beyond repair.") e quindi non erano affidabili. Questo dettaglio a metà tra politosociolinguisti e topi da biblioteca di militaria era tra i motivi centrali della mia fascinazione per il personaggio storico, uno tra i tanti SS liquidati dalla storia assieme a tutti quei brutti&inumani crimini del nazionalsocialismo. In realtà ce ne frega poco anche di cosa Peiper credesse e pensasse: è più interessante cosa i posteri hanno pensato di lui.
Dato che i posteri siete voi, non potevo esimermi dal molestarvi facendovi mettere nei panni di un Gestapo di passaggio, approfittando del fatto che l’immersione nella mente del criminale da qualche tempo a questa parte titilla la curiosità del pubblico.

C’è un’affermazione di Peiper che me lo ha fatto scegliere, a suo discapito, come specchio su cui riflettere:

Imagine yourself acclaimed, a decorated national hero, an idol to millions of desperate people, then within six months, condemned to death by hanging.

È l’esprimere con parole profane il principio del nulla poena sine lege (che io, ancora, con abitudine tedesca pronuncio leghe), la chiave che i “criminali di guerra” potevano usare per spiegarsi: non puoi essere incolpato per qualcosa che nel tuo sistema giuridico non era considerato illegale (la storia e la legge la fanno i vincitori).
Ma la mia passione per la giurisprudenza deriva da Foucault, e quindi abusa della giurisprudenza per capire altro. La citazione presa da Peiper mi serve per rompervi le palle criticando un po’ la supposta assolutezza dei principi di “giusto” e “sbagliato”. Mi serve per vendere in pillole 4dummies la banalità del male arendtiana. Voglio dire, chi si leggerebbe la Arendt?
Mi rammarico anche della pesantezza di Le benevole di Littell, che è poi una delle principali fonti d’ispirazione – per il contesto, per l’intento e per la prosa. L’influsso della prosa non era voluto, ma, dopo aver letto 943 pagine di un libro che ha la cadenza immutabile della quotidianità e che va a capo tanto spesso quanto io scrivo come Manzoni, era veramente difficile liberarsi di quel ritmo. Veramente, veramente difficile – anche e soprattutto perché Le benevole funziona perché è un martello che ti batte sulla testa finché il chiodo non entra. L’ho consigliato allora e lo consiglio adesso, e mi rammarico del fatto che sia così tanto pesante, perché contiene in sé esattamente ciò che il pubblico superficiale necessiterebbe per smontare una pre-digerita idea del Nazionalsocialismo e del Male in generale, quello stesso superficiale pubblico che scarterebbe Le benevole trovandolo troppo noioso. La donna che me lo regalò lo trovò invece troppo insopportabile, o meglio, trovò troppo insopportabile la prima persona narrante per continuare a leggerlo, e ho a posteriori pensato che è forse esattamente questo che chi compra un libro sulla narrazione in prima persona da parte di un SS si aspetta di trovarsi davanti: un carattere ributtante. Ecco, credo che Littell abbia finto, perché Aue non è insopportabile come lo è nelle prime pagine, ma si necessitava il modo di porsi di un cattivo da operetta per rendere quel libro convincente.
Bel paradosso, vero…?
Leggetelo.
E se non avete voglia di leggerlo e leggerete il mio racconto, beh, mi sentirò utile nella mia arte di inserire riassunti di sensazioni.

Altrettanto assurdo sarebbe consigliarvi di vedere Stalingrad, e riconosco da subito che quel film è un mattone per chiunque non ricerchi proprio proprio quello (un po’ come Valhalla Rising, che io ovviamente ho adorato a morte).
Stalingrado (la battaglia) fa genere a sé. Stalingrado, mi piace dirmi, ha creato un genere. I suoi palazzi devastati e la costante trincea esistenziale hanno dato forma a un’estetica che poi è stata utilizzata come imperante.
Barate e guardatevi Enemy at the Gates, che ha masticato e risputato il tema in una versione molto più godibile per il pubblico profano (mettendo, ad esempio, una trama tra un’esplosione e una morte grottesca) con un’estetica stupenda (beh, anche Saints and Soldiers è visivamente un capolavoro, ma lo brucerei per il ruolo che dà al mio caro Peiper).

Fingendo di saper dare una struttura a ciò che scrivo, e nel caso specifico circolare, torniamo a Peiper, che conobbi all’Hoepli mentre cercavo tutt’altro. Tutta la faccenda inizia difatti con Tanz, personaggio del romanzo Die Nacht der Generale di H. H. Kirst, che trovavate in italiano. Kirst è uno dei miei autori preferiti in assoluto, ma soffre dell’essere fuori catalogo. Ho diversi suoi libri, recuperati in vari modi, e se siete abbastanza nel genere vi consiglio Fabbrica di ufficiali.
Ma comunque.
Venne tratto un film da Die Nacht der Generale, nel lontano 1967, con Peter O’Toole (sempre sia lodato) nel ruolo di Tanz. O’Toole, che io adoro, soffriva credo di una strana malattia d’attore, per cui sapeva interpretare due ruoli: l’inglese (e non lo era) facile all’imbarazzo e lo psicopatico – o le due cose assieme. Nel caso di Tanz tese ottimamente verso lo psicopatico, e per miei personali psicopatici motivi Tanz divenne una proiezione della mia coscienza.
Fu qualche mese dopo, all’Hoepli, che vidi la mia coscienza sul retro di un libro. Non sapevo, allora, che O’Toole era stato scelto avendo Peiper come ispirazione, per questo mi trovai a vivere un momento di perplessità. Le diedi corda e portai un video di Peiper a un esame di storia contemporanea – festeggiai il 30 comprando quel libro.
Peiper non è stato a Stalingrado (fortunatamente per lui), ma aveva un viso abbastanza gradevole da rimanermi in testa. Insomma, non abbiamo sempre e soltanto nobili motivi, no? E poi quell’uomo era la rappresentazione in carne dell’ideale ariano che le SS avrebbero dovuto nobilitare – e, nel quadro del Nazionalsocialismo, l’ha fatto. Non ho mai trovato – nel proseguire delle mie ricerche – in lui quel genere di acuto e tagliente carattere tipicamente tedesco che si può trovare in un Kirst. Le sue parole possono finire citate nella firma di qualcuno su internet, ma non fanno intravedere germi di sottile critica. Era un uomo, per quel che di lui è rimasto da sapere, collocato nella vetta della grande piramide della “media”, ma senza uscirne. Sarebbe stato disarmonico, uscirne. Ovviamente, lascio agli esperti l’elogiare le sue abilità di stratega – io non ne ho i mezzi.

C’è altro, alla base del Requiem del coccodrillo. C’è un’enorme fetta di gratitudine espressa dal fatto che ho dedicato questo libro a Maletta, docente di letteratura tedesca alla tedesca, ossia con un critico approccio interdisciplinare e specificatamente freudiano. Solo in Germania, due anni dopo, avrei scoperto quanto tedesco era il suo rapportarsi alla germanistica. Maletta che è quella donna che anacronisticamente io continuo ad amare profondamente (una delle poche persone che mi fanno dire “Amo lei più di X, Y o Z”), e che si è amalgamata ai traumi coevi e successivi al Nazionalsocialismo.
Chissà se è viva.

Ve l’ho detto che non so commentare organicamente – oh mia coscienza sgravata.
Ho scritto qui sopra rileggendo il Requiem del coccodrillo perché ho una pessima memoria e non ricordo quello che dico o scrivo. Ho ritrovato altri riferimenti che avevo rimosso – non solo avevo rimosso i riferimenti, ma anche ciò a cui si riferivano. Ho ritrovato un’immagine presa dal nome stesso degli Einstürzende Neubauten, che mi ha ricordato quante cose mi attraversino lasciando tracce impercettibili dopo anni. Ho ritrovato costruzioni di frasi che ammiccano a modi di vedere il mondo che a malapena ricordo – e allora tutta la critica letteraria sa di vanitas, se l’autore stesso si dimentica cosa intendeva.
Ok, sto tendendo verso il serioso, cosa intollerabile dopo una entry ossessivamente incentrata sulla Seconda Guerra Mondiale. (Non ricordavo di essermene interessata così tanto, tra l’altro.) Spero che i cultori del genere godranno delle ricerche da me fatte e non saranno infastiditi da possibili sommarietà che il mio occhio non così esperto non sa vedere neanche ora.

Un grazie a Giorgio di Cienzo e Hyoga per il supporto in qualità di esperti, che mi hanno aiutato nell’eliminare imprecisioni ed errori da principiante (non sono un’esperta di Stalingrado). Qualsiasi errore storico e altra imprecisione è ovviamente mia e solo mia mia mia responsabilità.
Grazie alle persone a cui ho messo in mano il Requiem per avere commenti e che l’hanno letto.
Grazie alle fonti di cui ho abusato e al Baron Samedi – ingraziarselo non fa mai male.

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10 comments

  1. Un grandissimo piacere averti a condividere questa uscita in edicola.
    Ho letto il racconto a suo tempo ma mi concederò il piacere di rileggerlo stampato..ovviamente con vodka (quella che sai…) e sigaro. E mi sa che ci scriverò una nota…

    1. Se avessi preventivato di averti qui a leggere avrei speso qualche parola di gratitudine – di nuovo, sì, per l’ennesima volta. Hai notato che mi piace essere grata? Per i motivi che non ci si aspetta, di solito. Solitamente sono grata per cose che le persone non hanno fatto intenzionalmente, sono le migliori. E non intenzionalmente sei l’amico che sei.
      Essere grati fa venire voglia di festeggiare – da cui l’idea del grog. Va festeggiato il finire a braccetto in edicola. Adoro anche festeggiare, sì.

      1. anelo al grog… avremo occasione di festeggiare…il regalo più bello che puoi farmi è continuare a scrivere( quando hai finito gli esami..e anche durante se vuoi). buona giornatissima( o buonissima giornata’9
        s

        1. stamattina durissima. ieri sera purtroppo una serata con alcuni aspetti …spiacevoli che mi hanno un po’ rattirstato. . ne riparleremo inaltra sede. non ti distraggo ulteriormente. Grazie delle osservazioni in fondo alla mia ultima nota…ormaimi sento spinto a realizzare un reven in solitario

          s

        2. oggi durissima. ieri serata ‘difficile’ poi ti dirò. grazie per la rispsota alal mia ultima nota.
          ti scrivoin un momento in cui no ndevi studiare..
          s

        3. Ghghgh.
          (Tradotto: suono inarticolato atto a esprimere soddisfazione&compiacimento.)

          Scrivi quando vai, al massimo rispondo in ritardo – credo valga lo stesso per te, con le tue pause più organizzate delle mie.

        4. penso che il mito della mia organizzazione nel lavoro sia una delle leggende che meglio ho costruito..in realtà…
          Spero di riuscire a procurarti frugando in archivio una copia di l’ombra del corvocheè un raven al 50%

          ghghghggh anche a te

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