Di svogliati istrionismi.

Sedlacek non studierebbe cose come la suddivisione aristotelica dei tipi di retorica – judicial deliberative epideictic – non perché abbia qualcosa contro tal argomento (non ha niente contro nulla e nessuno), ma perché il suo percorso di studi è stato graduale e lineare come qualsiasi carriera che parte con te minorenne che sai che lo studio di tuo padre diventerà tuo.
Vi parlo di Sedlacek perché non ho voglia di parlare di me. Né di voi. No, forse di voi un po’, ma dovrei estrapolarvi dal contesto e piazzarvi altrove, atteggiamento tipico dell’alienante società dei consumi.
Sedlacek è, di base, un personaggio semplice. Il 90% delle mie creazioni sono, di base, semplici. Una professione basta e avanza per darsi un’idea di un carattere, una professione basta e avanza per domandarsi come sarebbe un tuo personaggio in quella professione, che è il riflesso distorto di quel che saresti te.
Amo alcune branche del diritto e non farei mai l’avvocato, il che elimina ogni possibile proiezione di me in Sedlacek.
Detto ciò, mi sento infastidita da residui di saggi letti e lezioni ascoltate che mi dicono come si dovrebbe scrivere. A me. Non perché io sia una scrittrice affermata, ma perché nella scrittura m’impegno personalmente, e tali percorsi non andrebbero ortopedizzati da un docente che ti dice che un romanzo tutto al presente è eccessivo e difficile da leggere (ah-a).
Sedlacek se ne sbatterebbe. Ecco, i personaggi servono anche a contemplare diversi punti di vista. Contemplarli e basta, in tal caso, perché Sedlacek riuscirebbe a fare nell’intimo quello che io so fare esteriormente: sorridere senza giudizio dell’uscita da parte dell’autorità e cercare di ingraziarsela. Badate bene, non è un tentativo artificiale che necessita sforzo o intenzione per essere attuato: mi piace avere un atteggiamento conciliante e comprensivo e pacato con tutte quelle persone che stanno su una cattedra, dietro a una scrivania di mogano, nell’ufficio all’ultimo piano della sede di una multinazionale e via discorrendo. C’è del mockery in ciò, ma anche una certa com-passionevole simpatia.
Il docente dei romanzi al presente, ad esempio, non può starmi simpatico perché fa monolitiche lezioni frontali non permettendo interventi o finisce il tempo a disposizione – quel tempo utilizzato per diluire conoscenze trite e ritrite, citazioni da altri docenti, a duecento studenti-fotocopia. Gli direi che è quello che fa a consistere in una perdita di tempo, ma vedo anche il suo tentare di coinvolgere, di scendere a patti con il pubblico, di essere progressista. Che poi fallisca non è colpa sua, lo sappiamo – non è mai colpa nostra quando ci sentiamo nel giusto.

È un periodo pesante, e voi quindi perdonerete il mio umore e il mio sparire dal blog e tutto il resto. (Non è colpa mia.)

Sono un’osservatrice, ovunque.
In Germania, quando passavo piacevoli momenti con amici e conoscenti, non potevo fare a meno di osservare come il contesto dipingesse le loro espressioni e i loro gesti. Ma il vedere in loro quel contesto non poteva che farmi provare una certa intenerita compassione – oh questi crucchi costretti a essere piacevoli e civilmente non criticabili.
L’osservare il contesto qui è altra faccenda, e mi parla di piccoli stress quotidiani consistenti nell’evitare che il tuo prossimo ti rovini addosso perché non ha ancora scoperto cosa sia la visione periferica. So che insisto sempre su questo maledetto “spazio vitale”, ma continuate a venirmi addosso, con gesti e suoni e sguardi, come i bambini che corrono senza vedere altro che il divertimento, urlandolo e cercandolo nei bulbi altrui con insistenza. Ma loro, perlomeno, si divertono.
Vorrei farvi vedere tramite i miei occhi il mondo. Per sadismo, a questo punto. O per sentirmi meno folle.

Io ribadisco che la mia vita è noiosa, ma su Facebook ci sono un po’ di foto di ultimi ritrovi e feste.
C’è stata la presentazione di 354 racconti erotici per un anno in quel di Milano nella rara e piacevolissima compagnia di Kijomi. So che “piacevolissima” più che un complimento è una formula, ma è semplicemente piacevole averla accanto. E anche “semplicemente” va aggiustato, come termine, perché non sia sminuente ma sottolinei quella piacevolezza genuina.
Ma comunque.
La serata era qualcosa di necessario per la mia vita sociale interiore da profugo (in quella esteriore mi do da fare moderatamente, ma in quella interiore sono sull’eremo). Mi sono fatta trascinare sul palco per regalare battute salaci non richieste. Non è colpa mia, ovviamente, ma della Germania, che mi ha insegnato che un tizio che ti presenta come papabile oggetto di desiderio è poco socializzato e quindi bisogna semplicemente rispondere pacatamente e logicamente sottolineando il suo disagio. Ovviamente scherzo, non sono una persona che si prende così tanto sul serio, semplicemente sfrutto occasioni per fare scena. (Se mai il tizio dovesse leggere questa roba non si senta offeso: è un tizio che mi sta simpatico e che ammiro per le abilità da primadonna, solo che le primedonne a discapito degli altri attori vanno moderate – cane mangia cane.) Per tale mia uscita mi hanno dato della British, il che è chiaro sintomo che c’è qualcosa che non va in me. Mondo, smettila di riempirmi di britannicità, grazie. No, non è colpa mia. Grazie.
C’è stato il furto della mia borsa per mia disattenzione per dieci secondi e questa è colpa mia. Piccolo spiacevole episodio che va ad aggiungersi a un periodo economicamente molto poco prosperoso, e sì, le angosce finanziarie colpiscono anche me distraendomi. Chissà, magari daranno un tocco dannato alla mia estetica da recluso.
(A proposito, per coloro che non sono su Facebook: il mio numero di cellulare è lo stesso, ma vi prego di rimandarmi il vostro.)
C’è stata una festa di compleanno a tema (Kitsch) ed è stata una bella serata con belle persone. Diciamo la verità: la festa era bella perché l’idea era bella, e un sacco di invitati hanno mostrato un’inventiva pari alla quantità di Martini in un Martini Cocktail. Sapendolo preventivamente (come se non vi conoscessi, miei repressi lombardi) avevo posto la regola che chi non fosse venuto addobbato a dovere sarebbe finito sotto le manine degli altri festeggiati (io, infine) per essere truccato in modo deprecabile, il che ha ravvivato quelle facce rispettabili. C’è il tempo del dovere e quello del piacere, dice Madre Germania. Non so se sia vero, ma smettetela di scopare nel cesso dell’ufficio. O, perlomeno, dopo pulite.
C’è stata una VB qui, mio toccasana. L’ho salutata con un umore molto molto molto smorto. Non era il rimpianto del momento, il “Oddio, sta ripartendo!”, ma una più lenta e amara riflessione sul fatto che con la sua partenza le cose sarebbero tornate come prima. Non che la sua presenza cambi le cose, ma mi distrae. Mi fa anche mangiare bene.

Nota per i posteri: smettetela di considerare me e VB una coppia – aperta o chiusa o strana o alternativa che sia – perché non lo siamo.
Non sminuite il nostro rapporto, che è esattamente uguale a quello che era all’inizio, ossia un rapporto di intesa senza trituramenti di gonadi dell’altrui persona mezzo aspettative e diritti reclamati. Io e VB abbiamo un rapporto, l’una con l’altra, come ne abbiamo con altre persone. Ogni rapporto fruttuoso è una cosa stupenda, non ingabbiatela nell’idea di una coppia, è falso. Non sono la sua metà né la sua compagna elitaria designata né “l’unica persona nella sua vita che…” (beh, forse sono cose come “l’unica persona nella sua vita che sa essere tanto volgare rimanendo seria”, ma vale?) e lei non è il dono sceso dal cielo che stavo aspettando.
Oltretutto, se diffondete questa sviante immagine, mi svuotate la piazza. Poi le persone penseranno che sono occupata/semi-occupata/diversamente-occupata e non si aprirà a me, gambe incluse. Oltretutto, le persone con cui ho stupendi rapporti penseranno che una parte di me è adesso loro preclusa, il che è terribile, non oserei mai fare una cosa del genere, dovrei essere un mostro – e, in questo, non lo sono.
Infine, se mi sentissi racchiusa nel rapporto con VB, questo diverrebbe insostenibile. E poi volete toglierle la gratificante (…) esperienza di deridere i miei tentativi di portarmi a letto il prossimo?
Se avete un’idea tutta vostra dell'”ammmmmmmmmmmmmmore”, e vedete nel rapporto tra me e VB quell’idea, tenetevela per voi e non infliggetemela, grazie, anche perché di norma la vostra idea dell'”ammmmmmmmmmmmmmore” è per me meschina e mi causa disprezzo. Io non distorco i vostri rapporti vedendo pansessualismi poliamorosi ovunque, giusto? Magari.
Fine della nota ai posteri.

VB è stata anche trascinata a una pizzata che doveva essere organizzata molto tempo fa, ed è stata procrastinata soprattutto per colpa mia. VB mi ha spronato a vestirmi in un modo tale che… che… Beh, ci sono le foto su Facebook.
Ci mancava l’accogliente casa di E., e l’ospitalità stessa di E., nonché i sigari e i superalcolici. Non ho bevuto molto (ho scoperto di reggere ancora in modo encomiabile), ma ho ceduto al Talisker, che è Il Whisky, ma che il mio corpo assorbe malissimo stendendomi a letto il giorno seguente.
Mi mancano molte cose, invero, e me ne rendo conto ora.
Me ne rendo conto con Poker Face in auto che mi ricorda l’ultima volta che l’ho sentita a Kiel e piombo in un momento di tristezza molto simile a quella, soffusa, che fa sì che io non abbia più scritto su questo LJ. È un’amarezza che semplicemente ti toglie le parole di bocca.
Me ne rendo conto parlando a E. e E. di Kiel, per raccontare loro della mia convivenza con Daf e Pimm, e mi trovo a invidiare la me dei tempi, a realizzare che non sono passati gli eoni che percepisco tra l’oggi e quei momenti.
Non sono una persona nostalgica – l’ho detto spesso.
Il punto è, più probabilmente, che prima di quest’esperienza avevo poco che potesse mancarmi. Quando sono andata in Germania ho avuto i miei momenti di sconforto, ma era sconforto dinnanzi all’impegno quotidiano richiesto quando vivi in un Paese dove esistono parole come Vergangenheitsbewältigung, non nostalgia. Me ne sono andata dall’Italia libera come un neonato – o quello avrei voluto essere, e invece avevo ancora brutture addosso. Kiel mi ha purgato, e non in senso staliniano, e ora non sono più abituata a quel confondersi di stress e indefinibile angoscia che mi frena dall’infilarmi nel letto di sera. Non parliamo del senso di inutilità.

Sogno la neve di Kiel come si sogna la neve bianca di una cartolina – troppo bianca, troppo fitta, troppo soffice per essere vera. Appartiene all’infanzia – a quell’ammasso distorto di ricordi infantili che abbelliamo e quindi crediamo più soffici del presente. La parte dolorosa è il realizzare che quella neve non è qui – quella angosciante è il realizzare che esiste, in realtà, ma non qui.
Insomma, la preventivata grotta platonica.
La cosa (ovviamente) sta diventando patologica. Catalogo secondo principi fisiognomici (ovviamente ho approcciato anche questa disciplina, poteva mancarmi?) i passanti elencando in loro i tratti latini. Guarda la fronte bassa, i pori larghi della pelle, la bocca rossa e carnosa che può essere sensuale o volgare, le sopracciglia folte dalla curva arcigna e gli occhi allungati che possono essere acuti o bestiali, le spalle larghe e il bacino stretto e quei visi ovali che dipingono profili delicati o privi di carattere, a scelta.

Ci sono poi anche sofferenze stupide, intendiamoci. Come quelle derivate dal gusto estetico, per cui qui il 90% della popolazione maschile non mi piace e il 90% di quella femminile mi piace con sospetto (Hallo, paranoia). Per una creaturina da letto come me ciò significa un netto taglio a livello di risorse.

Non sono ancora andata a Venezia. Una tale lunga attesa ha creato un effetto preventivabile: l’insorgere di onde che sussurrano un climax e che si accalcano facendo emergere in superficie piccole scintillanti pietre dal fondale. Arrivano per telefono e via e-mail, e sono come turgide rose dietro al vetro di una serra – frustrazione, ma il godere della promessa.
Colei che causa in me tali poetiche (siate compassionevoli: per un carattere che va sul cinico/sarcastico come il mio questa è mielosa poesia) sa per fortuna che devo essere perdonata (perché è colpa mia) per tutte le sfumature liricizzanti con cui la dipingo. L’età mi fa accostare a quei caratteri che si riversano in ogni esperienza totalmente senza chiedere preventivamente quanto sia elegante tanto impudico entusiasmo. Sarà per controbilanciare l’effetto British su palco – o forse viceversa. (O forse sono in pieno romanticismo inglese – non lo saprò mai perché non voglio approfondirlo.)
Non sono ancora andata a Venezia e non ho smesso di cercare un weekend per farlo, e ora dovrei averlo trovato. Il mondo si è impegnato e si impegna per complicarmi le cose, ma forse serve a drammatizzare il tutto. Oh, non riuscirei a vivere senza un po’ d’istrionismo – non qui. In Germania non avevo bisogno di vestirmi da deficiente in camicia con pizzo e foulard bianco, potevo divertirmi stupidamente anche in abiti civili; non ne avevo bisogno per essere notata, mi ascoltavano comunque. (Non è vero: alla lunga avrei cominciato a farlo anche lì con ogni tutta probabilità. Fatemi contraddire me stessa per rimanere un po’ più realistica.)

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6 comments

  1. Tornerò presto.
    Sei “l’unica persona nella sua vita che…” ma son cazzi miei e non lo scrivo ne per i posteri ne per divinità varie.
    Io sono “il dono sceso dal cielo che stavi aspettando” solo che era stato cambiato l’ordine e sei rimasta fregata.
    Per il resto son cazzi tuoi e mi manca Sedlacek.

  2. After having worked myself through that automatic translation big G offers I feel like leaving a short and insignificant comment:
    1. Most likely there won’t be those loads of snow in Kiel this year, just like in the winters before that last one. Maybe it was you who had an idea of a cold north that lead to all this snow? (Felt better than gulf stream problems or other climate problems… 😉 )
    2. I believe that as soon as one makes a place that is what some call “home” one starts with histrionics. Ok, Italy might be especially ‘operettenhaft’ or whatever the appropriate way to call it is, but still, I imagine once one thinks that one might never ever leave that prison one’s in this makes ‘play-acting’ a necessity.
    3. Three.
    4. Regards, P.

    1. 1) I do know that usually in Kiel didn’t fall all that snow – people kept repeating it to me. What was strange (and wonderful) was that that snow was so white – that means, not darkened by smog and garbage and so on.
      When I came back in December last year I stared at the dirty snow in Milan, and I asked myself why it was so horrible, so… sick. As far as I remember, every time snow fell in Italy I thought that I had to hurry to play with it, because the day next it would have been gray.
      Snow is a metaphor. I could speak about the streets here and there, but my mind takes advantage of this white thing, maybe because it’s easier a symbol.
      Sometimes I think of you and wonder which elements you would use to complain about you country. I can list some of them, but, well, _I_ am the person who misses Germany.

      2) I think you got the point.

      3) I wouldn’t have thought that an automatic translation could translate my LJ, that’s interesting.

      4) My English is fucked up.

      5) Bis bald.

      1. 1. White is great when compared to grey, agreed. Compared to black it’s a different thing, and I don´t want to mention all these cultural meanings…
        Most likely snow will be grey again here this winter. I assume the last one was exceptional. But who knows. Maybe the huge climate change thing starts and Kiel will be covered with ice all year soon (2012? 😉 )
        2. Great.
        3. It doesn’t. I had to point the cursor at the translated sentences quite often and when my latin/french-knowledge didn´t do it, I had to guess or use leo.org
        4. Mine too. I am reading/trying to read Gaddis’s “The Recognitions” now and have to use my OALD quite often. I think I have to write those missing words and explanations down and start learning vocabulary again.
        5. A presti. (source mentioned above)

        1. [Compared to black it’s a different thing, and I don´t want to mention all these cultural meanings… ]
          Oh, please, do it.

          3) I’m sorry. I’m complicated.

          4) I’m reading a lot (uni), but you know, when you don’t speak English every day, well, it’s different.

          5) It’s “A prestO.” 🙂

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