(Echidna.)

L’Isterica passeggia per il giardino accompagnata dalle degenti più anziane, che si appesantiscono con piacere le ossa dure a calcificare per aiutare lei ad abituarsi alla stampella. Si fa trascinare da una panchina all’altra seguendo le strisce di sole tiepido ritagliate dagli edifici alti, gravi e soffocanti con cui la rivoluzione industriale ha riempito Kiel. Rosenau ringrazia Churchill per aver abbattuto la maggior parte della città, liberandola da quei palazzi che – in qualsiasi salsa li si metta – ricordano fabbriche e caserme dalla dignità troppo celebrata. Riempiti di gente in camice bianco e vestaglia che passeggiano tra le facciate in bugnato color mattone finiscono inesorabilmente con il richiamare alla memoria le cartoline color seppia dei manicomi ottocenteschi, con la loro estetica grave e placida, le loro finestre allungate e i muri spessi. L’amministrazione ha cercato di indorare la pillola con un prato all’inglese che si snoda sull’accennata collina che ospita la clinica, e panchine da lungomare attorno agli alberi piantati, ma i vecchi edifici scampati hanno radici troppo profonde per poter essere potate dalla razionalizzata gestione contemporanea. Si propagano facendo spuntare angosce ostinate come le erbacce che hanno colonizzato il versante est, quello che confina e si mescola al vecchio giardino botanico. I ragazzi che entrano nel giardino di notte passano da lì, asserisce l’Isterica, che per provarlo si è fatta accompagnare da un infermiere lungo la stretta striscia di terra e sassi che contorna l’edificio a est, tra cespugli morti aggrappati allo strapiombo che dà sulla zona del porto.
«In effetti un passaggio c’è.» ha riportato l’infermiere a Rosenau, con il contrito tono sospeso di chi – scoperto un segreto – si aspetti di essere introdotto a chissà quali taciute macchinazioni.
«E tu l’hai anche accompagnata?» ha risposto, professionale per evitare ulteriori confidenze, Rosenau. «Se fosse rotolata fino al porto cosa avresti detto al primario? Riportala nella sua stanza.»

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