Competenze interculturali.

Indosso una felpa del NYPD originale (officially licensed), regalo di Weir, a cui sarò sempre grata per ciò. In realtà era un regalo per Horton – Horton Cody, lo sbirro neutrale, Horton Cody, di cui ho scritto tanto ma mai niente di organico – e per questo sarò sempre grata a Weir. Il problema è che è una XL americana, e quindi mi fa da vestaglia.
La indosso perché è caldissima e ho freddo. Sono spaccata in due: da una parte il soggiorno tedesco mi ha abituato a vivere in una stanza ben areata, dall’altra a vivere in una stanza calda. Le due cose sono collegate: il riscaldamento a Kiel era nordico, e quindi potevo sempre tenere una finestra aperta pur rimanendo al caldo. Qui no. Qui è ottobre e sto morendo di freddo. Muoio di freddo in casa e di caldo fuori. Sono abituata al contrario. Vedete, è bello congelare nella neve quando sai che i luoghi chiusi hanno una temperatura tropicale. Un bell’effetto sauna. All’inizio ti stende, poi ti ci abitui e trovi temprante e necessario tale sbalzo di temperatura.
Mi manca, ovviamente.
(Che novità.)

VB sta scrivendo. Un racconto. VB sta scrivendo meglio di me e la adoro per questo. VB deve continuare a scrivere e la incito a farlo. Attendo che scriva per leggerla – mi rischiara le giornate il cinismo di Van Vaals – che è suo, vi ricordo – e il modo in cui mette sulla scena personaggi miei. Giochi di specchi. Non avrei amato il mio Pearce così tanto se non l’avessi visto tramite lei. Non ci avrei visto un tale potenziale. Che potenziale puoi vedere in un personaggio nato per essere un cattivo da operetta? Mi era venuta a nausea la mia tendenza a fare da avvocato del diavolo e dare motivazioni a qualsiasi personaggio: volevo un cattivo da operetta senza mezzi termini. Ovviamente non m’è riuscito. Il Male è sempre pronto a farvi male dimostrandovi che non è poi così tanto male. Ah-ah-ah. Resuscitate Hannah Arendt e sparatele.

La docente madrelingua di francese è brava e simpatica e gentile ma non è Kokott. Kokott era il mio insegnante di madrelingua tedesco, che germanicamente ci insegnò la sua lingua con metodo, ossia: facendo ripetere a tutti, uno per uno, i fonemi, le prime parole di quella lingua barbara e quant’altro, per correggerci uno per uno. I crucchi son pedanti: danno per scontato un forte impegno personale da parte tua e quindi ti ripagano con grandi attenzioni personali. Devo tutto a Kokott. Mi piacerebbe avere tempo per andare a trovarlo e dirgli in crucco quanto gli sono grata, ma ovviamente non ce l’ho.

Il corso di "Letteratura e cultura nell’Italia contemporanea" mi porterebbe al suicidio per motivi che potrete intuire. In realtà credo non mi farà male affrontare razionalmente questo nostro "Bel Paese", ma sapete che ho un rapporto idiosincratico con lo stesso. A livello accademico si manifesta in modo strano: mi tira fuori la studentessa svogliata e strafottente che non sono. Mi accadde anche con "Storia contemporanea" e lo studio del fascismo. Odio il fascismo. Lo trovo imbarazzante. Anche il nazismo lo è, ma bisogna studiarlo bene per arrivare a vederlo così: di facciata è inquietantemente rispettabile. Il fascismo no. L’Impero romano in un Paese di contadini. Mon Dieu. Sì, sì, sì, sono di parte. D’altro canto mi interessa la letteratura italiana contemporanea quanto potrebbe interessarmi… Non lo so, non ho paragoni. Ci sono eccezioni, ovviamente, e diverse, ma sono così tanto contemporanee che i corsi universitari non se le filano (Eco, Luther Blissett e Wu Ming, altri che ora non mi vengono in mente). Il docente ha però sottolineato una cosa interessante: l’Italia fa caso unico in quadro europeo per la tendenza delle sue scuole superiori a ignorare la contemporaneità. Di solito si arrivano a studiare la storia e la letteratura fino alla Seconda Guerra Mondiale, o poco dopo. Poi c’è un vuoto che non ho mai compreso. È interessante, no? Osservare questo lato dall’esterno fa nascere riflessioni, perché appare come una censura o una considerevole noncuranza che andrebbe analizzata.

Capisci l’abitudine al multiculturalismo osservando come i docenti universitari si rapportino alle minoranze. Mediazione ne è piena – grazio a Dio piena di studenti stranieri – e così il docente dice, con un italiano convoluto e serioso da italiano (amiamo le complicazioni linguistiche, sono "cool", e poi non sappiamo decifrare un SMS), che gli studenti stranieri devono andare da lui a fine lezione. Alzino la mano, dice. Alcuni alzano la mano. Una studentessa italiana gli fa notare che gli studenti internazionali sono molti di più e probabilmente non l’hanno capito. Lui ripete le stesse cose nello stesso modo. Un’altra studentessa italiana gli fa notare che dovrebbe parlare più lentamente. Lui imbarazzato si spazientisce (come fosse colpa dell’ultima studentessa italiana che ha parlato) e delega agli studenti il compito di spiegare agli studenti internazionali quel che devono fare. Cosa avrebbe dovuto fare, mi chiedete? Di soluzioni ce ne sono tante. Puoi scrivere alla lavagna in italiano semplificato quello che hai detto a voce. Puoi dirlo in inglese (o potresti, se la cosa non ti imbarazzasse). Ci sarebbero molte soluzioni e gli italiani abusano del condizionale.
Ma non è il peggio.
Il peggio è sentirgli dire che non vuole che la sua voce sia registrata perché ha sentito di studenti che vendono tali registrazioni. Tutto a norma, mi direte, anzi, furbo lui che se n’è reso conto, perché è plausibile che succeda. Il problema è che una tale disposizione sottintende che il pubblico a cui stai parlando sia fatto di malviventi di cui non ci si può fidare, perché non basta dire – con rispetto – "è vietato vendere le registrazioni", no, la soluzione estrema è risolvere il problema alla radice facendo il poliziotto che non scende a compromessi e vieta direttamente l’uso di registrazioni. Ma siamo in Italia, e quindi il poliziotto aggiunge: "Quindi, se volete registrarmi, nascondete bene il registratore".
Non do la colpa a lui. Anzi, lui è simpatico e sembra comprensivo e alla mano e cercare di instaurare un rapporto di rispetto reciproco. È che è nato nel posto sbagliato, probabilmente, e reagisce al contesto in cui vive.
E io potrei, dopo eoni, citare di nuovo V for Vendetta, non alla lettera perché la mia memoria fa pena:

"Ogni azione ha una reazione, eguale o contraria."
"Stai dicendo che è tutto così, un mero meccanicismo?"
"Quello che mi hanno fatto è mostruoso."
"E tu sei diventato un mostro."

E io ho paura delle conseguenze delle abitudini prese a Kiel, quella ad esempio di considerare me e il professore di turno come pari e trattarci di conseguenza. Oh, lo facevo anche prima, in Italia, ma a quei tempi non lo facevo per abitudine, ma per principio: sapevo dove stava il limite che oltrepassavo, sapevo di stare oltrepassandolo. Ora no. Posso addurla come causa? “Scusi, professore, se le dico che mi sta trattando da deficiente malvivente e non ne avrebbe il diritto, ma sono ancora abituata alla norma tedesca, e lì non si è colpevoli fino a prova contraria”.
Parlavo con un conoscente che mi sta molto a cuore, l’altro giorno, in uni, di come i docenti italiani sembrino aver paura degli studenti. Questa cosa me la disse Kokott e io non la capii. Fino al contrario è comprensibile – che gli studenti abbiano paura dei docenti – per quanto dovrebbe essere un cattivo sintomo e non un dato di fatto da non analizzare, ma il contrario…?
Dopo aver asserito su questo LJ che le lezioni italiane sono come l’andare a letto con una frigida ho cominciato a riflettere sulla mia passata carriera universitaria, cosparsa di rapporti ottimi con i docenti, e mi sono resa conto della mia “attività lubrificatrice preliminare”. “Attività lubrificatrice preliminare”: il docente a cui ti rivolgi deve essere rassicurato circa il fatto che non sei “come tutti gli altri studenti” e che lo capisci, e allora si aprirà. Smetterà di balbettare e di minacciare. Un po’ come una ragazza insicura a letto. Sono esperta in entrambi i settori. Il docente italiano universitario si rivolge a te con una simpatia tagliente, imposta con sorrisi minacciosi. Non è la simpatia vera e propria, quella che s’instaura in un dialogo: semplicemente, impone la sua immagine come “alla mano” e ti tratta come se ti conoscesse, ti intuisse, quasi ti fosse amico. Dato che si sta rivolgendo a ottanta studenti e gli studenti, si sa, non hanno voglia di studiare, barano e sono superficiali, il suo comunicare che “li conosce” implica il comunicare che sa che non hanno voglia di studiare, barano e sono superficiali. È come la ragazza in mini vertiginosa in discoteca che s’atteggia a modella di PlayBoy ringhiando che sa che tutti gli uomini vogliono portarsela a letto e ferirla. Poi ci vai a letto e diventa una cerbiattina impacciata (sì, sto generalizzando e drammatizzando, all’inglese, dramatize; concedetemelo per amor della metafora) che deve essere rassicurata. Il docente ti guarda amichevole come uno spacciatore portoricano dall’alto della cattedra e poi, in sede privata, evita di guardarti negli occhi. Non trovate insopportabili le persone che non vi guardano negli occhi quando parlate loro? Ispira istinti nietzschiani, soprattutto se sono le stesse che in metro ti fissano e che, quando ti hanno appena conosciuto, ti trattano socialmente come se fossi un vecchio amico. I crucchi sono ipocriti dell’ipocrisia classica: se sono sul lavoro e sei loro cliente ti salutano con una gentilezza calda e convincente anche se ti odiano. Direi di più: non prendono in considerazione l’odio che può scaturire a pelle, quindi è facile ignorarlo. L’ipocrisia italiana è diversa: si diventa amici dopo due incontri, nominalmente, ma di fatto no, quindi vieni trattato come un membro acquisito della famiglia e abbracciato e baciato anche se di base non c’è nessun sentimento (e come potrebbe? Non ha avuto il tempo di svilupparsi). È strano il darsi tre baci alla lombarda, un caso culturale da studiare: sporgi il viso per dare i tre baci guardando il nulla alle spalle della persona, che non ti guarda negli occhi quando parli.
Ah, i tedeschi sono pedanti. Come me.
Ora, se ben ricordo, ai tempi analizzavo tali ipocrisie istituzionalizzate, e risolvevo dicendomi che c’era in fondo un che di “cool” in ciò. C’era un che di “cool” nel saper costruire così bene tale facciata, ed era divertente comprendere tali machiavellici meccanismi sociali degni di un “Le relazioni pericolose”. I paragoni salvano le nostre visioni del mondo: danno alla mera quotidianità un senso teatrale. Mi viene in mente un avvocato che drammatizza (sempre all’inglese) l’ingrato mestiere che fa (ingrato perché siamo in Italia e la corruzione impera) associandosi a cliché tratti dalla fiction. Li conoscete: l’avvocato senza scrupoli, il cinico che si trasforma in genio sociale, il male contemporaneo liricizzato. Il dramma è la libertà di scelta: siamo liberi di scegliere a quale rilettura associarci. Io posso, e cerco di, spiegare le implicazioni del sessismo all’italiana a una tizia che si sottomette al cliché dominante, ma nella sua testa accade qualcosa che io non posso controllare: anziché associarsi alla visione negativa di quel cliché di cui le parlo, lei si associa alla visione positiva. Una donna-cliché all’italiana può essere due cose: una raffinata e delicata principessa o un’incapace “femmina” che si fa sottomettere dal “maschio”. Indovinate quale delle due le vostre menti predilige. Per questo non riesco a spiegarmi: perché ora sono all’interno di un mondo in cui mancano i riferimenti a cui mi rifaccio. Come posso spiegare la differenza tra ciò che si è in grado di fare e ciò che si è supposti fare in italiano? Ghiro mi fa notare che sono probabilmente l’unica italiana che usa la forma “essere supposti”. Come vi rendo la differenza tra können e dürfen? Come posso spiegare al docente che s’impegna che sta sminuendo il suo prossimo reputandolo un malvivente, e che ciò non lo rende un docente furbo ma un docente che porta avanti una cultura basata sull’essere colpevoli fino a prova contraria? Poi ci sono i meccanismi di difesa. Una visione idealista in Italia non è letta positivamente, ma come una forma d’ingenuità. D’altro canto “chi ce la fa” deve sicuramente aver avuto “le conoscenze giuste”. C’è un costante sminuire il prossimo rendendolo un individuo bieco o ingiustamente premiato. Sì, sono pedante. Sono pedante perché un meccanismo di difesa italiano rende così i discorsi seri che non si fanno avanti a spallate di sarcasmo e ironia. Mon Dieu.
Vivo paura. La paura che nei libri trovate descritta da reporter che si inseriscono in qualche società corrotta da Terzo Mondo che si traveste da Civilizzato e che si rendono conto che i meccanismi che governano i vertici sono diffusi a tutti i livelli. Li puoi annusare, li puoi toccare. Li vedi riflessi nel microcosmo quotidiano, nelle occhiate diffidenti del passante, nella disillusione dell’amico.
Non ho più gli anticorpi per tutto questo.

Horton, caratterialmente, è caratterizzato da una duplice caduta nel cinismo.
Cresciuto in una famiglia capeggiata da un padre violento e che minacciava si è sviluppato nel cinismo. È entrato in polizia per il principio “non vieni minacciato se puoi minacciare”.
Poi è accaduto “qualcosa” che lo ha “salvato” e gli ha dato speranza. Horton è riemerso, dal cinismo accecante e da una visione del mondo che non lo tartassava quotidianamente con una sottile paura interiorizzata e tramutata in indifferenza.
Poi quel “qualcosa” che lo salvò è stato distrutto dai meccanismi del mondo che temeva e lui è ripiombato nel cinismo. Questa volta è andato incontro al Grande Buco Nero con lucidità, sapendo dove si stava dirigendo. Non è stato un viaggio ingenuo, ma ben ponderato. È stata, insomma, una scelta, nel caso di Horton definitiva.
Io non voglio tornare a essere quello che vedo attorno a me. Non voglio. Mi distrugge dentro. Non voglio diffidare del mio prossimo mentre gli bacio le guance, non voglio dare per scontato il peccato nel mio prossimo perché la media matematica mi suggerisce ciò, non voglio evitare investimenti perché la maggior parte viene fatta naufragare da un sistema inefficiente. Non voglio, capite? Non voglio quella scorza addosso. Non è “cool”: è il lascito abbellito di un mondo marcio. È il marchio di una cultura che sminuisce il prossimo sminuendosi, decorato con formule sociali ed estetiche degne di barocchismi dinnanzi a un horror vacui. È ridicolo, ridicolo, pretendere di essere serviti quando si va in un bar – anziché prendere con le proprie manine un vassoio e poi riporlo nell’apposito spazio, sarebbe umiliante, nevvero? Neanche fossimo servi – quando poi davanti al dipendente statale che ti tratta come se fossi una merda che vuole fargli perdere tempo non si ha il diritto di lamentarsi – no, “lamentarsi” è un italianismo, il termine corretto è “rivendicare i propri diritti”, ma in Italia è una barzelletta, non una frase, nevvero? È grottesco. È così palesemente, chiaramente, evidentemente paradossale da farmi girare la testa. Vivo in una follia. Kafkiana. Il problema non è il disservizio – se fosse quello, il problema, starei implicitamente sputando merda su più di metà mondo. Il problema è vivere nel disservizio cronico, anche a livello umano, e sentirsi “cool”. Lasciare cartacce per strada e lamentarsi perché il barista questa volta non ha decorato il cocktail a dovere. È una scimmia pulciosa vestita da sultana che pretende il baciamano mentre siede sulle proprie feci. Mi distrugge. Io provo a parlarci per cercare una soluzione per quelle fottute feci, ma sono date per scontate, e la scimmia vuole solo essere trattata da sultana, e si fotta l’evidenza dei fatti, perché se non la tratti come tale si rende conto di essere nella merda.
Ho mal di testa. Non devo pensare. Mi pesa il cuore. Fisicamente.

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2 comments

  1. Secondo me il problema è solo che conosci troppi italiani cagacazzi 😀

    Disarmante invece il tuo racconto dell’università, ricordo anche quando parlavi die prof che assegnano il voto in base ai libri acquistati. E non sei nemmeno l’unica da cui sento questa storia.

    Al Politecnico quasi tutti i libri delle materie di base sono stati scritti da gente morta 20 anni fa, quindi nessuno rompeva le palle 😀

    Gab.

    1. Nay, gli italiani che frequento me li scelgo, quindi tendenzialmente mancano di caratteristiche che non tollero. Il problema, come sempre, sta in ciò che non scegli di incontrare.

      Quello era Cercignani. C’era stato uno scandalo, con tanto di articolo su testata studentesca.

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