Del seguire buoni esempi e altre cose.

Tentativo relax mezzo LJ.
Perché, vedete, mi sto lawrencizzando.

Lawrence De Ros Lehzen è un bravo ragazzo.
È da quando è alto come la mia scrivania che sa quello che deve fare, e lo fa.
Non si sa se lo faccia particolarmente bene per innata abilità o se lo faccia con una tale particolare attenzione e dedizione da migliorare in automatico i risultati, ma sono i risultati che contano, per Lawrence. Le buone intenzioni possono salvare altri, non lui.
Lawr si sveglia dalle 5 alle 6 del mattino, ogni giorno. Di prassi. Lawr si sveglia di prassi prima degli altri, per questo ha imparato a cucinarsi la colazione.
Lawr finisce di lavorare – quale sia il lavoro – quando il lavoro è finito. Ciò non accade prima delle 6 di sera.
I pasti sono brevi intermezzi frugali, a meno che un’altra prassi non richieda altrimenti.
Lawr ha un’umiltà derivata dalla disciplina, quella che ti insegna che solo tramite l’umiltà si migliora. Ne eccede, a volte, cosa sconsigliata a un ufficiale uscito dall’Accademia: a volte si traveste d’umiltà quella che è incapacità di giudizio. Gli capita.
Lawr è fedele a chi e ciò che deve, ciecamente. È la via migliore. Forse è la via migliore perché la più semplice, non lo sa: non ha mai provato altrimenti. Questa, comunque, a volte è terribilmente bruciante da seguire.
Lawr è il genere di persona che salva fanciulle, aiuta sottoposti, lascia il posto alle vecchiette sul tram, fa il primo turno di guardia e – britannicamente – non usa mai la parola “no”.

Non ho la sua integrità. Neanche la sua costanza. Per non parlare della sua pazienza. Mi limito a prendere in prestito la sua ottica per abituarmi alla sveglia alle 5 del mattino, ai viaggi milanesi, agli inconvenienti della vita.
Questa, ad esempio, era partita come una buona giornata. Non mi sono svegliata drizzandomi sul letto senza dubbio come Lawr farebbe, ma ho ingranato a dovere. Sono uscita di casa di buon umore, impaziente di recuperare un deliziosissimo testo di diritto pubblico comparato (sapete del mio rapporto erotico con alcuni rami della giurisprudenza) per studiarlo nell’oretta che mi sarebbe rimasta prima dell’inizio delle lezioni – ritardo cronico del treno già calcolato.
La metro non funzionava. Suicidio dalle parti di San Babila, dissero. La rossa è la linea dei suicidi – e un tizio mi ha spiegato il perché, un’ora dopo, quando sono giunta in università in pullman. Leggende metropolitane e macabre consuetudini. Comunque, ho preso l’agognato testo e mi sono diretta a lezione, dandomi a irrisolti preliminari nei cinque minuti liberi che avevo a disposizione.
“Mediazione linguistica e cultuale” è una facoltà a numero chiuso. Per fortuna. Le aule sono piene e tra una lezione e l’altra ci sono folle di persone orbitanti. Ma dopotutto mi piacciono. Una fauna variegata, gente da diversi Paesi – la varietà rende rispettosi per dubbio. La gente ti viene addosso comunque, ma amen.
Dopo due ore a studiare e poi leggere, quindici minuti ad attendere che un docente arrivasse a lezione per firmarmi una richiesta scritta di trasferimento (dalla sua lezione a un’altra) per motivi di sovrapposizione. Vedete, mi è rimasta l’impostazione tedesca: il mio orario settimanale è stampato, a colori, e ci sono post-it con intra-impegni che s’intersecano in moduli da 15 minuti liberi. In Italia tutto ciò è vanitas – dopo quindici minuti di attesa siamo stati avvisati che le lezioni del tal docente sarebbero iniziate il giorno seguente. Il pubblico mi ha dato un esempio dell’impegno italiano nello studio esultando.
Qualche decina di minuti dopo, attendendo per un ricevimento – per cui mi sono portata dietro tre tomi di diritto e due malloppi di appunti – ricevo una telefonata del vicino che mi avvisa del fatto che la porta di casa è aperta e il cane è uscito, stato riportato dentro e chiuso dentro. Telefono a Mater chiedendole se ha chiuso la porta di casa chiedendomi se dovevo anche stressarmi all’idea di un furto (e la risposta è “no”), e poi entro dalla docente, che ignora tutto il materiale che le ho portato (non sa il tedesco – e sapeva di non sapere il tedesco quando mi ha detto di portarlo) per leggere il programma stampato del corso (in tedesco che non sa) e chiedermi di che parla.
È bello avere servizi che funzionano, veder rispettato il proprio tempo e vedere apprezzati i propri sforzi fisici.
Ho fatto sedere una signora in tram cedendole il mio posto e Dio mi ha ringraziato facendomi trovare un’e-mail del mio adorato emerito professore canadese con la valutazione del paper. 1,3. Il massimo è 1. Oh, ma il punto non è questo. Il punto è che mi ha detto di sistemarlo – dopo avermi fatto un commento e una correzione degli errori con tanto di spiegazioni lessicali – perché pensa che andrebbe pubblicato. Mi chiede di pensarci. Mi dice che either a German academic journal or a Canadian Studies journal in Canada could be interested. Capite? È il primo paper in inglese che scrivo, e l’emerito oggi è stato la mia polis. Quella che ho lasciato a Kiel e mi spronava. Quelle cose che non sono te ma spronano te ad andare avanti.
Non perché l’ego si fa un trip. L’emerito ha sottolineato più errori di quelli che avrei tollerato notati da me stessa, ma quando ciò avviene per migliorarti ti lawrencizzi.
Non perché l’emerito aiuta te perché sei tu e sei umanamente simpatico, ma perché ti aiuta a realizzare quel “tu” – e allora ti lawrencizzi.

Sono una creatura da università e quindi le lezioni sono interessanti, ma andarci è come andare a letto con una frigida: ti piace il sesso, ti piace lei, ma per qualche motivo è stata rovinata alla base e le prestazioni sono opinabili. Cioè, lei fa quel che deve, quel che è supposta fare, ma la sfera metafisica dell’atto è stata fottuta da qualcosa.

La docente della terza annualità di inglese ha un accento italiano così forte che alcune parole non le ho capite. Ho dovuto trascriverle mentalmente e cercarne di simili per trovare quelle originali in inglese. Nella sua bocca “it’s” diventa “eet ees“, parole ben separate. In due semestri imparerò il suo inglese? Ha fatto tutta la prima parte della lezione, sul programma e sulle “informazioni utili”, in italiano e io mi sono semplicemente chiesta il perché. Quando ha sfiorato la differenza tra pronuncia inglese e americana per sbaglio, lì lì per fare un esempio, ha tentennato e ha concluso con un: “… Tanto lo avete studiato”.
Intendiamoci, non la critico da un pulpito. Sono inferiore a lei. Il problema è che lei è una professoressa. Il problema, insomma, è che io imparo da lei. Il problema è che devo migliorare e correggere i miei errori e imparo da lei. Io non so fare una non grottesca imitazione di pronuncia britannica e americana, e vorrei veramente imparare a farlo – non leggendo su un libro i simboli IPA “che tanto ho già studiato”.
Dicono sia, nello scritto, tutto ciò che non è nel parlato. Probabilmente è un genio quando scrive. Allora perché fa lezioni frontali? Non voglio sminuire nessuno, mi limito a pensare funzionalmente. L’angelico berlinese con cui sono andata a letto aveva una pronuncia dieci volte migliore e una fluency impeccabile. Non si può chiedere a nessuno di essere impeccabili, ma potrei chiedere a lui di leggere quello che lei scrive.

Lawrence non si farebbe tutte queste seghe mentali. Il lato positivo è che con seghe mentali ho scritto quel paper.

So che devo ancora vedere tanti di voi, e se non vi vedo non è per motivi personali, ma per mancanza di tempo e testa. Probabilmente avrei un paio di ore libere al giorno, ma le uso per tenere assieme il programma della giornata e organizzare quella seguente. Ho anche chiesto a una docente se mi dà una proroga per la consegna del paper. Insomma, non vi odio. Siete stupendi anche se non ve lo riconfermo cercandovi – o comunque siete quel che sareste anche se non vi cercassi.

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