Paradossi.

Sono stati due giorni decisamente devastanti, e per esserlo si sono avvalsi del mio peggior nemico: il sonno.
Ha cominciato scomparendo, e lasciandomi a uno stato comatoso sdraiata sul divano a guardare la televisione. Vedete, ci ero andata per distrarmi, perché una strana depressione mi aveva colto. Non era niente di specifico, perché se così fosse stato avrei potuto interrogarla e – se non risolverla – almeno passare il tempo speculando.
Invece no, era generica e in tutte le mie analisi non riuscivo a trovarne la fonte. Mi sembrava naturale, nel senso di: "Esiste e basta; non è mai nata, non ha origine, è lì e basta". Si è data voce, da sola, facendo una cosa a cui ogni tanto assisto impotente: facendo creare al mio cervello la storia di una vita che va lentamente in rovina. Intendiamoci, la vita non era la mia. Era quella di qualcun altro, di un costrutto mentale oltretutto abbastanza lontano da me. Vi concedo potesse essere una proiezione con meccanismo di difesa aggiunto: ti proietti in qualcosa di abbastanza diverso da te da non potertici riconoscere, ma intanto esorcizzi. Deve essere la Poetica di Aristotele, ma molto probabilmente mi sbaglio. Googlate.
In ogni caso, tali vite che mi figuro e che dalla culla alla tomba procedono verso una dissolvenza senza via di salvezza mi hanno sempre buttato in una depressione viscerale. Nel senso di: sembra partire dal mio intestino e non dal mio cervello. Deambulo per la casa cercando diversivi ma non riesco a distogliere lo sguardo dalla miseria appena partorita dalla mia mente. La mia mente è il mio peggior nemico e io sono la cura – quando non sono io a dover essere curata, come due giorni fa, stesa insonne sul divano per tutto il giorno senza riuscire ad addormentarmi. Sono quei momenti in cui ti dici che la priorità è una: evitare il panico. La sottile differenza tra te e uno di quegli individui che la fiction rende folli sta tutta lì: non andare in panico. Guarda la televisione e distraiti. Il punto critico è quando arriva la pubblicità, ma poi passa.
Alla sera di questa sfiancante giornata è arrivato, finalmente, il sonno. Ho dovuto nascondermi da lui, fingere di non vederlo, rimanere sul divano con i programmi negli occhi perché mi passasse sopra anziché scappare. È stata una caccia lunga, e alla fine ce l’ho fatta.
Ho dormito per diciassette ore, per svegliarmi di tanto in tanto colta da mal di testa. Beh, la prima volta, alle sette del mattino, non l’avevo, ma avevo altro: il pensiero che se continuavo a dormire non potevo ricadere nello stato comatoso del giorno prima. Mi sono riaddormentata. Ho sognato che era inverno, da qualche parte, e la neve scendeva e io ero felice, mi ci volevo tuffare, ma era sporca, annerita da una città che t’ingrigisce, e cercavo invano colline di neve non ancora contaminata, per poi gettarmi su di essa (rim)piangendo (la neve di Kiel). Mi capitano, ogni tanto, sogni così. Nel sogno realizzo di essere lontana da Kiel e scoppio in lacrime. Succede solo nei sogni, più coscienti di me. E io immagino che la botta di depressione venga anche un po’ da lì. Insomma, logica suggerisce ciò. Ma sapete, da sveglia non ci penso tanto.
Il secondo attimo di panico è venuto ieri sera, al risveglio definitivo. Dopo diciassette ore di sonno successive a una giornata di tormentata insonnia non puoi aspettarti di alzarti in piedi pimpante. Ho avuto una convalescenza di qualche ora, cercando di sfuggire al mal di testa e all’horror vacui. Ognuno ha le proprie maledizioni, io quella di aver guardato troppo in fondo a me stessa, oltre il fondo, come sfondare il fondo di un barattolo e trovarsi oltre a sé. A parte che fa male, è alienante. E poi, se l’hai fatto una volta sai che puoi farlo una seconda, mentre ti chiedi come hai fatto a tornare indietro.
Vivo una solitudine interiore assodata. Sono spiacente per chi cerca di avvicinarmi: è inutile. Devo avere la sindrome del gatto malato che va a rintanarsi da qualche parte. Non è una scelta, è uno stato: siete troppo lontani, lì, fuori dal barattolo. Posso usare le memorie che ho di me stessa e con queste interagisco con il mondo. Non me, ma la coscienza di me parla. Me è da qualche parte indefinita. Per procedere fingo di essere a Kiel in uno spazio-tempo in cui mi sono detta che era tutto troppo difficile e stressante ma andava fatto. A Kiel funzionava. Beh, il contesto aiuta quando dà per scontato che ci sono cose che vanno fatte e il prossimo ti dà il buongiorno con un sorriso. Fingiamo. Sta tutto nella mente. Per fortuna e purtroppo.

… Detto ciò, passiamo a un po’ di mera quotidianità per esorcizzare. Ora, la mia quotidianità è abbastanza becera, dato che il mio contatto con il mondo reale è mezzo paper. Il paper mi porta a cercare i pensieri altrui su un dato argomento e io spulcio Jstor. È qualcosa.
Come pausa dipingo scatole. Ci sarà pur un motivo per cui agli alcolizzati in cura si fanno intrecciare cestini, no? Il lavoro manuale distrae. Qualcuno (Bentham, ci scommetto) deve aver concluso che il lavoro corregge l’animo. Intrecciate voi cestini per otto ore al giorno e poi parliamone. Ma comunque, io dipingo scatole perché non so intrecciare, e poi trovo i cestini di vimini abbastanza inutili. Non che le scatole siano utili, ma se adotto uno spirito Ikea il tutto acquisisce una parvenza di senso. Le faccio kitsch apposta, un kitsch dal gusto fetish. Impilate su un altarino improvvisato non darebbero una brutta immagine di un angolo dedicato ai Loa. Utilizzo acrilici di dubbia qualità e in quantità limitata, cosa che dovrebbe ottimizzare la mia creatività e darle dei limiti. Ci piacciono, i limiti: semplificano il sentiero. Osservo i risultati notando finezze dovute a una formazione artistica. Non stanno nei dettagli, ma nel metodo. È quel genere di abilità che riconosci per mancanza di dilettantismo. Forse le preferirei dilettantistiche e basta. Osservare abilità in tali beceri prodotti dà il gusto di vedere una sopraffina padronanza della rappresentazione usata per disegnare folletti sulla testata del letto. Non ho niente contro i folletti, è che in questo spazio-tempo sanno spesso di voglia di fuga piuttosto che di profonda conoscenza del loro simbolismo. Deve essere il dilemma di Picasso, che ha cercato di disegnare come un bambino e tanto alla fine non ce l’ha fatta. Povero Picasso.
Il paper mi ha causato non pochi problemi. Me li causa anche ora, ma dovrei essere andata oltre il primo Grande Blocco. Il Grande Blocco è quel momento in cui strutturalmente sei in panne. Le informazioni gravitano nel tuo cervello ma non riesci a dar loro un’ordine che ti convinca sullo schermo. È il problema che lo strutturato paper per come è stato strutturato mi pone. La strutturante docente mi ha anche detto che l’introduzione deve essere lunga due pagine. Mi vengono in mente i dadaisti che cercavano di abolire le lungaggini dell’esecuzione perché queste ammosciavano la capacità espressiva dell’artista. Ho scritto due pagine, come introduzione provvisoria, che si concludono dicendo che il mio atto di scrivere uno strutturato paper basato sul sistema di citazioni mette in atto l’esatto contrario di ciò che di bello e interessante Reed avrebbe portato alla nostra cultura, la negazione del concetto ipse dixit, e paradossalmente è per quel qualcosa che è bello e interessante che noi scriviamo saggi su di lui. Insomma, siamo dei cretini. Il fatto è che ero arrivata al climax dell’introduzione scrivendo:

Were we to follow the Manifesto, then we should search for no univocal definition of “Neo-HooDoo”, since the latter “would rather ‘shake that thing’ than be stiff and erect” (2297), thus eluding any formal compilation. Nonetheless…

… Ma a quel nonetheless non riuscivo a far seguire nulla. Proprio nulla. Solo il ripeterci che siamo dei cretini. Bisogna essere dei cretini per scrivere un ben strutturato saggio su Reed dopo aver letto montane di sue de-costruenti affermazioni. Deve essere una lettura che non coinvolge la riflessione, ma piuttosto il riflettere in senso transitivo: leggi una cosa e la rifletti nel saggio che scrivi, mettendo fonte e pagina citata.
Ho cercato di mettere in parola il Ceci n’est pas une pipe di Magritte.

6 comments

  1. [In ogni caso, tali vite che mi figuro e che dalla culla alla tomba procedono verso una dissolvenza senza via di salvezza mi hanno sempre buttato in una depressione viscerale.]
    I feel very Jesuit when I read these lines.. I get the urge to write things like “no life is wasted in the Lord”; “if we have faith in the material, only ash will be left to us, but if we follow His ways the tombstone will become a step stone”
    But then I’m a rabid fanatic that should be shot down.
    Actually [facendo creare al mio cervello la storia di una vita che va lentamente in rovina.] is often a font of general depression also for me, and the solution of physical activity usually works (empty the mind of useless thoughts with creativity is my motto in these cases.. but then.. are they really useless?).
    Television instead worsens the feeling of futility, perhaps because I see (or think to see) the life’s behind the masks.

    1. I think I’ve found out what we have in common: a strong faith in our frame of reference. In your case your FoR corresponds more or less to a recognized faith, that’s all. I think we’re blinded by this faith, since we interpret the world through our FoR, and we have spent ages working on it, both spiritually and intellectually, it’ll be hard to change our minds.
      You take for granted that the problem stems from an incorrect, maybe untrue, relationship with God: whatever the solution is, the problem lies there, because God is the pillar of your FoR. Unfortunately I have faith in the God Who Laughs, who has never told me that life itself – whether spiritual or material – is worth something. It’s up to me, It’s got no responsibilities. If I fail, It will laugh. If I succeed, It will probably laugh.
      And stop saying “Lord”, “His”, “He”, fucking sexist or whatever. 😛 You can tell me that it’s just a word, that in your mind God is no man, but the neighbor who reads your comment and probably gets interested in it and maybe searches for more info will think about a God with a penis.

      [Television instead worsens the feeling of futility, perhaps because I see (or think to see) the life’s behind the masks. ]
      My headache didn’t let me do something more active. And I couldn’t concentrate, as I wrote. Television is immoral because it doesn’t ask you to think, just to absorb.

      I wonder whether you could understand me. I mean, I wonder whether you’ve never felt as guilty as I felt years ago. Don’t think about “sins” in the common sense: my “sins” come from my FoR. My hell is not your hell – have you ever let yourself spend some days in your hell? I think it’s fucking important to be sinner – to understand our Good and our Evil, whatever they are – and to experience them. Even though now I’m scared.

      1. [ it’ll be hard to change our minds.] but still I feel compelled to confront our FoR’s because.. I do not know.. Initially when I first contacted you I wanted to test my faith, (a vacillating faith because of some choices that risked to destroy me spiritually) since you were the first person that was able to make me reconsider some of my point’s of view. My faith survived the test, you changed again some of my views but I find the fact positive. Stagnation is death, evolution is one of the things that makes life worth living IMHO
        Then maybe I will decide that “the truth” the right “FoR” stand’s in the middle, I don’t know. For now I follow the wave (as Italians say), assimilating information to reconsider with calm.
        [If I fail] if you may fail there must be some rules. I believe that they were shown to us but we were left free to choose our destiny. Not a lot different from your view except for the first part.
        [And stop saying “Lord”, “His”, “He”, fucking sexist or whatever] It’s been days that I’ve kept using these terms on purpose asking myself when I would get on your nerves XD
        I’ll use God, because also “You shall not pronounce his name in vain” in our conversations this is not the case.
        [I wonder whether you’ve never felt as guilty as I felt years ago] I will never know, because I will never be able to compare the intensity of your feelings with mine.
        I can only tell you that years ago I purposefully disobeyed God’s will (nothing written in the bible, I asked him how to proceed and then ignored the response).
        A shadow tangled my soul and drag me down a black pit of guilt that nearly destroyed me, before I felt forgiven only a few months ago.
        But still, if I had not done that choice I would be blind to the real nature of the sin I am speaking of, and today I would not be in the position to advocate against it (even if this could seem hypocrite). The dark side of the coin is that for the rest of my life I will live on the brick of destruction, because the temptation will be forever there to give in to the evil I discovered.
        So yes I agree with you. No I don’t know if I understand you fully, but “maybe” a do at some level.
        [Even though now I’m scared.] I would like to ask you to explain this phrase, but maybe this is not the place.

        1. You see? You’re ready to be a Jesuit in some heart of darkness. A Walmart, probably. Every Zeitgeist has its heart of darkness.

          And, btw, “temptation of Christ”. You’ve spiritually abused me, used me as the devil. That’s not fair.

          [I would like to ask you to explain this phrase, but maybe this is not the place.]
          Let’s say you’ve been sent to prison. Would you like to go back there?

          [I’ll use God, because also “You shall not pronounce his name in vain” in our conversations this is not the case. ]
          ITS name.
          Stop it or I’ll call him “penis” (do you remember Jpod? The alphamother?).

          [A shadow tangled my soul and drag me down a black pit of guilt that nearly destroyed me, before I felt forgiven only a few months ago.]
          I will be your confessor – except the fact that I have no secrets, therefore it’d be like a Cathar confession.

        2. [You see? You’re ready to be a Jesuit in some heart of darkness. A Walmart, probably. Every Zeitgeist has its heart of darkness.] … without hope.. completely without hope (me or her is still to be decided)
          [You’ve spiritually abused me,] hope so
          [used me as the devil] no not the devil! I do not believe you to be evil.. just that you look at the world in a different way, with mind processes very similar to mine (I still have to solve this paradox)
          [[Let’s say you’ve been sent to prison. Would you like to go back there?] pit of guilt – I will live on the brick of destruction] maybe I understand
          [ITS name.] Come on!! It was a “citation” from a test thousands of years old!! If you have to cite Shakespeare do you modernise his language?? (his because Shakespeare was a man…)
          [do you remember Jpod? The alphamother?).] yes! XD why , why did they block the series??
          [I will be your confessor – except the fact that I have no secrets, therefore it’d be like a Cathar confession.] Let me think about it… NO!!!

        3. [Come on!! It was a “citation” from a test thousands of years old!! If you have to cite Shakespeare do you modernise his language?? (his because Shakespeare was a man…)]
          Why not? I hate the “ipse dixit”

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