Del candore.

Leggo la Yourcenar e mi chiedo il motivo dell’articolo determinativo prima delle autrici donne. Lo so, lo so, si usa anche con alcuni autori di sesso maschile, ma con le donne è quasi regolare. Perché?
Mi opporrò e dirò:
Leggo Yourcenar e mi dice:

Sorrido all’idea che spesso va così: ci crediamo puri sinché disprezziamo quel che non desideriamo.

Leggo Yourcenar e mi chiedo perché io sia maledetta da una predilezione per i francesi. Ho adorato Hugo, adoro Rimbaud, adoro lei e adoro Foucault. Cos’hanno i francesi quando scrivono…? Tutti e quattro hanno una particolarità: riescono a farmi soffermare ogni tre righe su un qualcosa che non hanno scritto ma dato per scontato scrivendo di altro. O su un appunto. Su una considerazione secondaria. Su un inciso. Yourcenar non sarebbe neanche francese, quindi deve essere la lingua. Cos’ha il francese che…?
Non so perché venga acclamata per Memorie di Adriano. Ho preferito L’opera al nero, senza dubbio. Me lo regalò Joglar dicendomi qualcosa sul come io dovessi leggere di Zénon per scoprirlo o di come dovesse leggerne per ri-trovarmi. La seconda, in ogni caso, ha vinto sulla prima.
Mi domando dove Joglar sia finita. Aveva, in comune con Yourcenar, un’intelligenza acuta accostata a un modo d’esprimerla leggero, noncurante, totalmente mancante di autocompiacimento. La ricordo l’ultima volta al telefono in lacrime – no, quella era la penultima, una telefonata durante la quale piangeva, credo, ancora lacrime di gelosia. E non so che altro. Il suo ragazzo aveva dormito da me, ipotesi che non le arrideva. Per questo il suo ragazzo gliel’aveva detto dopo. Credo che il suo ragazzo volesse così agire performativamente e prendersi una rivincita al contempo mostrando i propri diritti. Chissà. Non era la prima volta che le gelosie di Joglar s’interponevano tra me e qualcuno, e non credo di essere mai stata io il soggetto della sua gelosia. Lo spero. Strano come io non mi sia mai interrogata seriamente sul come la facessi divenire gelosa. Una volta e mezzo ho rinunciato a una scopata da sogno per lei. "Da sogno" nel senso che me la sognavo spesso: non avendola mai messa in pratica non so come sarebbe potuta essere. Quell’evento mi ha segnato. Mi aveva segnato anche il fidanzarsi di Joglar. Significava che non poteva più darmela. È stato allora che ho cominciato a mettere in dubbio il presupposto che voleva me anti-monogama come la stronza della situazione. Devo esserci rimasta male, di principio, per principio, soffrendo anche del sentirmi stupida. Comunque. Comunque alla penultima telefonata ci era rimasta male perché sapevo che il suo ragazzo avrebbe dormito da me senza dirglielo prima e c’era rimasta male. Ricordo un conato di vomito – nei confronti di lei e del ragazzo. La sensazione di aver messo le mani in feci non tue. Intendiamoci, tra l’altro: non ho fatto nulla con il suo ragazzo se non addormentarmi guardando un trash film sul Vietnam. Comunque. Dinnanzi alla nausea ho optato per la soluzione candida, ossia: perdono per le brutture umane e dirle di chiamarmi se aveva altri dubbi, comprensiva, gentile e irremovibile. L’ultima telefonata è quindi consistita in lei che mi chiedeva se io e il suo ragazzo avevamo dormito assieme. La nausea ha preso il sopravvento sul candore – e anche sull’amor proprio. Lo chiedeva a me perché non credeva al suo ragazzo – a me, odiata, per non essere stata dalla sua parte. Ho visto un baratro, quella situazione in cui non hai nessuno di cui fidarti e necessiti delle risposte certe. E non l’ho più sentita.
L’ho incontrata, tempo dopo, sul treno. Ho visto dopo anni il freddo che viene calato su di te da un’altra persona. Capitemi, non sono una persona rancorosa, né una persona che dimostrerebbe d’essere stata disillusa: le considero brutture e debolezze.
A posteriori, ossia oggi, mi chiedo cosa non avessi visto in Joglar. Perché c’è qualcosa nell’immagine che ora ho di lei che ai tempi della nostra frequentazione non esisteva. È una pesantezza che in lei non avevo mai visto. Una morbosità che non ho mai preso sul serio, forse. Mi ha agghiacciato, sul treno, quello che in Gioco della rosa descrivo come:

Al bancone lo aspetta Natalie facendo finta di non aspettarlo, come finge di non sapere che sono a dieci metri da lei, o forse finge di ignorarlo palesemente.

È il fingere di ignorarti. Una complessità ripiegata su se stessa troppo paradossale per la semplice creatura che sono. Sì, emotivamente sono una creatura semplice, ricordatelo, e voi siete complessi. Joglar era una creatura complessa che scriveva poetica prosa, delicata e tagliente, ed esigua. Frustrantemente esigua. Non so se fosse la ricerca della perfezione o l’incapacità di essere ispirata a comando o cos’altro, ma i suoi scritti andavano invocati a lungo.
C’è una cosa che non ho mai capito di lei: le poche pretese. Si proiettava in un futuro semplice, senza sogni. So che questo ha probabilmente accomunato molte tra voi creaturine, ma Joglar era un essere troppo involuto e sognante universi paralleli perché io riuscissi ad accostarle una tale semplicità di aspettative. Quasi mi offendeva, l’esiguità dei suoi propositi.


Van Vaals non è un personaggio semplice. Ho scritto freneticamente sul taccuino ragionamenti liberi supposti nel suo cervello per capire quale prosa possa renderlo. Adoro Van Vaals per la sua brutalità, che sottintende una distanza dalle cose che io non ho. Ho adorato Van Beumer per motivi simili, anche se la sua brutalità era servita con guanti bianchi. Quella di Van Vaals no, è servita di malavoglia – il che rende paradossale la terza persona immedesimata, mio antico amore. Come far narrare se stesso a un personaggio che non trova utile dire niente? E rincorro il suo umore per capire la sua ironia.
Nel contempo, leggo la Yourcenar che è l’opposto di Van Vaals. Nel frattempo ho scritto un paper tanto impegnato nella causa (la causa: a morte i Nazionalismi) quanto Van Vaals non lo è nella propria. Nel frattempo ho una Zefi che pop-uppa nelle mie giornate e che mi ispira autocompiaciute e vellutate lodi. Il mondo degli estetismi che non s’interrogano non attecchisce da tempo in me, amo troppo l’ironia. Come si fa a prendere sul serio la vita quando una cavalletta, a venti centimetri di distanza, deposita uova nel post-it che hai attaccato all’armadio? E questa è un’osservazione alla VB, che deve essere entrata nella mia coscienza. Stanotte sognerò uova depositate sotto la mia pelle. Ah, VB mi ha comprato dell’incenso da chiesa. L’incenso da chiesa mi fa lo stesso effetto della formalità nel linguaggio e della briosa musica classica: mi fa pregustare la trasgressione. Me la fa pregustare e basta, perché anche per trasgredire bisogna prendersi sul serio, e io lo faccio, ma nel mio caso prendersi sul serio corrisponde a un dirsi: “E a cosa trasgredisci? Sentiamo, quali limiti vorresti valicare?” Ma dicono che la ricerca della trasgressione sia un normale umano metodo per ricavare piacere. Forse ho estirpato da me tutti i semi che potrebbero farla nascere, ho disseccato il terreno in cui farla crescere, ma lei se ne sta lì pronta ad apparire a sorpresa, aggrappandosi a quelle due o tre cose rimaste. Il linguaggio altamente formale, briosa musica classica, incenso da chiesa. Potrei scrivere una formalissima lettera ascoltando sbarazzina musica classica con dell’incenso da chiesa che brucia. Probabilmente avrei una visione e vedrei Jan di Leida scendere dalla gabbia e darmi i suoi testicoli.
“Dammi anche il tuo latino.” gli direi.
“Il mio latino è sempre stato pessimo e meraviglioso.” mi risponderebbe.
“Lo so. Voglio scriverci un’eretica lettera di passione.”
Jan di Leida, stampato e appeso sulla parete, guarda a sinistra con i suoi occhi tristi e cadenti. Il ritratto gli è stato fatto prima dell’esecuzione. Lo hanno fatto vestire da Re qual era diventato, tutto ingioiellato e abbellito da simboli sacri – e poi l’hanno ammazzato. E sapete qual è la cosa peggiore? Lui si è messo in posa. Oh, lo avrei fatto anche io, probabilmente.
Sapete cosa mi piace di lui?
Che se ne sa così poco che anziché diventare un personaggio storico è diventato un Giano bifronte, rimanendo più umano di molti personaggi storici su cui abbiamo archivi di informazioni. Jan di Leida è la pensierosa creatura che cerca un senso troppo fine per le masse e il saltimbanco analfabeta che le stordisce con effetti speciali di dubbio gusto. Il fatto che la sua promiscuità sessuale sia una delle prime cose che gli vengono appioppate lo salva da un destino comune a molti Grandi della storia: essere liquidato con una perversione a caso mai appurata. Volete demolire Giulio Cesare? Dite che si faceva inculare da Marcantonio. Funziona con tutti, quali fossero i loro gusti sessuali. È una marca della nostra società: epicizzi personaggi storici e li butti giù a colpi di sfintere sfondato – tutto questo perché non stigmatizziamo l’omosessualità. Non lo facciamo come l’Europa della Conferenza di Berlino non faceva guerre: in Europa nessuna guerra, tutte nell’oscurità del cuore di tenebra africano.
Con Jan di Leida non puoi farlo. Cioè, potresti, ma dopo tutto quello che ha fatto che cambia uno sfintere integro in più o in meno? Con Jan di Leida si può, finalmente, mettersi a speculare seriamente.
Ecco, io avrei voglia di scrivere di tutto questo. Di Giulio Cesare, di Jan di Leida, lettere di passione e imprecazioni van vaalsiane. Mi ero detta che il ritorno in Italia avrebbe risvegliato la vena letteraria. La fiction è, anche, una fuga. Meglio gli orrori partoriti dalla vostra mente che quelli che non potete scegliere. Da qui deve venire la mia abilità a dipingere cose disgustose. Lo squallore, poi, in forma scritta acquisisce un senso. Genet docet. Guardavo un film dei ’70 su una scuola elementare di disadattati senza soldi che rovistavano in discariche come lavoro e ho capito Pasolini. Non lui-lui, lui mi è troppo lontano esteticamente per capirlo, ma ho capito quel che tentava di fare. Guardo poi un coro di bambini e penso “prostituzione”. Lo penso guardando il film, quando il maestro chiede di scrivere un tema sulla famiglia e tutti iniziano enumerandone i membri. 4, 5, 6. La mia famiglia è composta da… La formula “è composta da” è sperma adulto in bocche fanciulle, come i lenti canti di Natale inculcati a bambini delle elementari. Marmocchi modellati secondo il gusto estetico adulto e messi in riga a ripetere la stessa battuta con minacciato candore. Se fosse amore, i bambini non userebbero in coro la stessa formula ma userebbero il proprio, sperimentale e scorretto, incipit. È prostituzione perché gli metti in bocca un pezzo di te.
Insomma, siete proprio dei porci feticisti.


Harding mi ha scritto che il paper sembra substantial e thoughtful, il che può significare che sembra di valore e accurato o che sembra un mattone noioso.

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