Ambra di Venezia.

Mi manca Venezia ed è colpa di Zefi.
Venezia mi manca sempre, come la puttana preferita nel bordello preferito ai confini dell’Impero.
(Siate clementi. Sto scrivendo un paper su un libro chiamato The Imperialist, il mio estetismo al momento è vagamente vincolato.)
Venezia che è il riassunto del mio patriottismo italiano. Lo riassume così bene che finisce tutto lì.
Venezia che, grazie a Zefi, scopro piacermi perché atemporale. Anacronistica, ossia: di molti tempi e quindi nessuno. Galleggiante sull’acqua e nel tempo.
Venezia deve avere fatto un patto con il Diavolo, e deve essere andata così:

Tu che vuoi esistere dove le città non possono esistere, sull’acqua, mi ripagherai, un giorno. Mi prenderò il tuo tempo.

Non so quando sia avvenuto. Forse in più tempi. Quando una certa decadenza l’ha colta, dopo l’apogeo della sua gloria, Venezia ha smesso di mutare. Altri palazzi sono stati costruiti, i turisti hanno cambiato vesti, ma Venezia – inesorabile – risucchia come un buco nero tutti i tempi facendoli galleggiare sul vuoto.
Non scambiatela per una di quelle città che vi delizia perché vi strappa dal vostro tempo per catapultarvi in ere che ignorate abbastanza da poterne godere. Venezia non è una città antica – è una città oltre il procedere del tempo, in cui la storia è sincronica.
Non avrei la vestaglia che indosso, se non fosse per Venezia. È stata Venezia a sussurrarmi che anche nel più umido e ammuffito palazzo ci devono essere stanze calde, in cui il fuoco è quello della luce riflessa sulla laguna, e una vestaglia di seta ti serve per ondeggiare al ritmo delle onde che schiaffeggiano i palazzi. Amo quell’acqua nera e densa, sporca di ogni genere di morte, a pochi metri da sale sontuose all’eccesso, decorate di infinite inezie perché la sana e schietta monumentalità le farebbe crollare.
Ci vivrei, a Venezia, dove l’umidità raschia dalle ossa il prezzo che devi pagare se vuoi averla. Venezia dalle mura sottili che non permette segreti mentre le sue calli li incitano. Venezia che è l’unica che causi in me il desiderio avido dell’amore geloso – la vorrei per me, solo per me, le entro dentro e le sussurro che solo io la capisco, solo io, solo io e lei.

Venezia e un romanzo nel 1630 che chissà se scriverò mai.


Merletti intrecciati a mano come una melodia secolare da ricomporre con dovizia e fedeltà.
Perle di sabbia fusa e colorata, amalgamata in vetro liquido nei colori che porta il mare: rosso, della porpora; turchese, delle pietre tinte di cielo; giallo d’ocra ravvivato con pagliuzze d’oro; e lo stesso verde del velluto, e l’arancio del tramonto che arroventa l’orizzonte, e la trasparenza pura delle perle più perfette, specchi che riflettono il mondo guardandovi attraverso.
Stoffe di Cina, seta sottile e fredda che, appena svestita, esala in fretta il calore di chi l’ha indossata; e pellicce delle steppe a Nord, piume del Mondo Nuovo, penne d’oca che nelle banche delle Province Unite hanno firmato un lasciapassare perché tutta la magnificenza dell’oro si riversasse a rivestire questi miei patrizi.
Venezia ti mette radice nel cuore e lo lascia aperto alle spire del mare fino alla morte.
Venezia ti battezza prima suo e dopo, solo
dopo, nel nome di Santa Madre Chiesa.
Venezia t’insegna che devi fedeltà a un unico padre, doge tuo, e gli sarai fedele in qualsiasi luogo tu possa finire.
Venezia è una despota signora vanesia affamata di lodi, e io, in fondo, non ho cuore che per una dama alla volta. Un solo cuore, una sola dama; l’ho sposata dando il mio pegno al mare, che affondasse a sollevare questa laguna; non era un anello, non è ancora il mio corpo. La torre dell’Orologio è l’unica che può contare il mio tempo.
Caspare, a prora, sfiora il fondale con il remo e conduce. Muove il legno nella forcola come lo muoverebbe in un’amante intoccata, appoggiandosi appena per indicare la via; e la gondola, ondeggiando il bagnato scafo, scivola nel canale.
Lo sciabordio è il rumore del tuo cuore che batte. La vita entra ed esce in continuazione, e rintocca a ogni attimo concesso. In mare il tempo non viene contato, ma scivola. Caspare indaga il fondale nel canale buio, a occhi chiusi, la corona di candele brillante a prua guida me, non lui. Illumina l’acqua nera della notte, la fiamma si riflette sul manto e si frammenta – l’acqua vince sul fuoco – Caspare sussurra parole di conforto all’infreddolita gondola, rilassa le spalle curve, inchina il collo forte e apre le labbra scure e sottili.
“Di quel che avete fatto, Honorato, avete più che la mia gratitudine.”
La voce di Caspare biascica veloci tenui suoni. I suoni dello sciabordio.
La mia si è inferocita nella troppa degenza a terra. Senza gondole come guanciale di riflessione, senza vetri in cui specchiare il mondo, senza merletti a racchiuderne le piccole forme. Senza Venezia. La mia è la voce di chi ha perso il suono del primo sangue versato: quello della madre che lo ha partorito.
“Non posso avere più della tua gratitudine, Caspare.”
“Avete la mia fedeltà. Sapete cosa intendo.”
“Non avrò la tua fedeltà. Non ho la mia stessa. Resta fedele al remo e avrai dato tutto ciò che puoi darmi.”
“Quel che vorrete, Honorato.”

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