Pre-post-moderno.

Attualmente, in un interstizio tra Haiti e il Congo di Leopoldo – che nella mia testa sono abbastanza vicini – c’è Me che siede dietro a una scrivania finanziata dall’ufficio di Chamberlain (Joe). Chamberlain è un idealista non updatato ma sta a Londra e a Londra si decide, e cambiare qualcosa a Londra partendo da questa scrivania è come ribaltare la massima “Come in cielo, così in terra”. Avviene, certo che avviene, ma ci vuole tempo e un Dio morto, e Nietzsche non è ancora arrivato.
Me però non si altera, essendo di natura fondamentalmente pacata. E comprensiva. Comprende tutti noi, miseri esseri umani, e la miseria che ci contraddistingue non è da imputarci come colpa più di quanto lo sarebbe l’umanità. È così e basta – un sacco di cose sono così e basta e sono perfette così, da Dio fino ai più truci e squallidi risvolti della vita quotidiana – e quindi Me non ce l’ha con nessuno.
“Mondo cane”, potrebbe dire con un sorriso da profeta martirizzato, “Quest’umanità è una merda. Non è commovente?”
Intinge il pennino nell’inchiostro e, mentre compie il suo piccolo delizioso dovere quotidiano, mi dice:
“Dovresti accettarlo, prima o poi.”
“Sono in carenza di zucchero.” dico.
“Come l’Europa prima delle Indie Occidentali. Fossi in te, andrei a strafarmi di coca su una spiaggia sudamericana.”
“Il Sudamerica è ampio. Dove?”
“Che cambia? Tanto non lo conosci. Potresti anche andare a Haiti.”

C’è un pezzo di Haiti in ogni grande città occidentale. È un pezzo a forma di bordello, ed è un raffinato bordello in un pessimo quartiere. Soho, ad esempio. La Soho appena disertata dai nobili centocinquantanni fa. Ma non conta il tempo, perché questo bordello ricalca un’idea di Haiti atemporale, la Haiti raccontata dai padri francesi espulsi dalla Rivoluzione (haitiana, non francese) ai figli cresciuti nell’inquinata Europa. Così, Haiti era un paradiso. Era tutto bianco, anche la Morte, specialmente la Morte. Nel bordello invece è tutto affumicato e non si riesce a respirare senza ingerire fumo d’incenso, per non parlare dei residui di pelle altrui che si attaccano alla tua cute quando ti sdrai su un divano – ma ti mancherà tutto questo, come ti è mancata la Haiti che non hai mai veramente conosciuto.

Adesso che – là fuori, nella RdF (Realtà di Fatto) – Haiti è veramente in ginocchio, i Loa possono finalmente entrare nella Rete e compiacere Gibson. Some Gods will mount any horse, così Me si siede su una poltrona troppo grande, che fa sembrare Me un infante borioso e mi dice di essere di razza.
“Quale razza?” domando.
“Quella dei Loa.” risponde.
Chiacchiera fittamente sottovoce con Le Baron e ridono guardandomi. Le Baron ride sempre, non avendo né pelle né carne a coprire i denti. Me, invece, ride deliberatamente, estasiata come una vecchietta europea a caso che spettegola sorseggiando il tè, eccettuando la malizia.
“Io non ho malizia.” dice Me. “A che mi serve?”

Chamberlain, invece, senza malizia non sopravviverebbe. Lo dice firmando il documento che Me gli ha spedito.
“Deve capire che è come il laudano.” mi dice. “Necessaria in piccole quantità. A tal proposito, gradisce del tè?”
“Lo berrei con piacere, ma non posso ingerire zucchero.”
“La capisco. Tutte queste importazioni un giorno ci dissangueranno. Io sono per il vecchio mercantilismo, ma a partire dalle piccole cose. Non vedo ad esempio perché dovrei stare a sentire il parere di uno Zulu quando lui non è neanche in grado di capire il mio.”

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