Il figliol prodigo.

Non sono morta, anche se ci ho lavorato.

Sul tavolo: lo spazio liberato dai raccoglitori che lo ingombravano, ora sulla libreria Billy™ con soluzione angolare.
È stata una proiezione.
Sdraiata sul mio letto in un risveglio a Kiel ho portato alla mente la mia camera e il vuoto esistenziale mi ha colto. La spiegazione è da dare in pasto alla psicologia della domenica: stanza come deposito di ricordi italiani, vista le ultime volte impolverata e abbandonata, un po’ morta – e morta avrei voluto rimanesse, un corpo senza anima – non tornarci, anima, non tornarci.
Ho optato per la rinascita, che nel campo della psicologia della domenica va di moda.
Avere sei valigie da reinserire in una stanza non è cosa semplice. Psicologicamente e fisicamente. Si necessitano purghe e lutti ben accolti – e sacchi di spazzatura allineati in corridoio.
Mettere a posto significa disseppellire, e la libreria Billy™ ha svolto la sua funzione: darti l’illusione che la tua vita sia ordinata e che tu possa ripescare ogni parte di te in caso di necessità. Io, poi, sono un accumulo di interessi disparati, che sovente si materializzano in file di libri.
C’è una mensola che raccoglie tutti i libri sulla Riforma e sulla Controriforma. In realtà l’etichetta sarebbe A.D.1630, ma chi di voi si ricorda cosa questa tag indichi?
C’è una mensola che parla di norreni, ed è poco nutrita per lo stesso motivo per cui la libertà dell’informazione è un’illusione: in italiano di materiale ce n’è poco ed è tutto uguale, e quando quella ricerca cominciò non avevo la mentalità del ricercatore online.
C’è una mensola che mi ricorda che in teoria parlo inglese e tedesco – at least, I used to. How to practice languages now? I should write in English. I should and I would say that "I must", and once again I think about the difference between "müssen" und "sollen". Manchmal ist der Unterschied zwischen diesen Verben nicht einfach zu verstehen. Es hat nichts zu tun mit meinem schlechten Deutsch, sondern mit mir selbst: Ich hätte, und tatsächlich habe, dieselbe Zweifel, wenn ich auf Italienisch denke. Daf sagte, ich sei faul – ich hatte keine Lust, auf Deutsch zu sprechen, und warum, hätte ich das machen sollen? You are lazy! I am. And I shouldn’t.

Sulla parete: cartina di Münster di quattro secoli fa. Di fianco c’è la solita, vecchia, Germania della Guerra dei Trent’Anni. Ci sono post-it sull’armadio che vorrei ridipingere, bianco&nero. Mi piace, il bianco&nero. Ordine e alternanza. La Germania mi ha reso un’abitatrice fantasiosa ed entusiasta, effetto secondario dell’essere felici di vivere in un determinato luogo. Cerchiamo di importare anche questo. Cerchiamo di importare, importare, importare – sono pigra, l’ho detto, quindi cambiate voi e non fate cambiare me. Fatevi colonizzare, all’antica maniera, con io vi dico che come faccio io è meglio, è più civile, vi organizzerà l’animo e aprirà nuove opportunità e soluzioni.
Insomma, non sporcate i benedetti cessi. (Filosofia politica della latrina, la chiamerò.) Nel cesso di un bar a stazione Garibaldi, con il lavandino rotto e il pavimento cosparso di piscio, leggo sulla parete:

Mi piacciono piedi femminili puliti e curati. Chiamate il: 392XXXXXXX

Credo fosse il motto di una rivoluzione sociale.


Sono a dieta per pigrezza. Sbarcata in Italia ho aperto la dispensa e ho contemplato una serie di ingredienti alternativi che ti fanno domandare: “Come faccio a ricavare un pasto da queste cose?” È in quei momenti che capisci il fascino dell’alchimia.
Mater segue una strana e alternativa dieta di cui è entusiasta, il cui principio è mangiare fino a sfondarsi evitando certe sostanze. Niente sale e niente zucchero. Stomaco pieno e nausea e carenza di zuccheri. Apatia che avanza. Sollevo il trolley e mi sento le gambe deboli. Deambulo per la casa con sguardo rincoglionito. A metà mattina e a metà pomeriggio mangia un limone senza buccia: l’adrenalina aiuta il processo di dimagrimento. Anziché disgustarmi il palato, posso fare a botte? Le diete alternative propongono alternative limitate all’alternatività dell’alternativo che le ha create, e siamo punto e a capo: siamo tutti chiusi mentalmente. In cinque giorni ho perso 2,2 chili, tra cui la mia pancetta tedesca (in Germania puoi pesare 49 o 94 chili: la pancetta è un must). Ci ero affezionata. Mi affeziono in fretta all’effetto boxeur in pensione: gli addominali scolpiti sopra e una striscia di pancia lì appesa. Mi fa venire in mente uno spirito allenato che si mette comodo perché di cose ne ha viste abbastanza. Affronto la nostalgia dandomi all’autocompiacimento e corro nuda davanti allo specchio urlando: “Spartani!”.
Una nota a margine, dato che siamo di nuovo nei dintorni di Milano e nel Paese della moda e della bellezza: non credete a chi vi dice che gli addominali di 300 sono fake. Come al solito, non importa se lo siano o meno, ma importa quel che il parlante sottintende, e il parlante in questo caso vuole dirvi che non potete aspettarvi da lui una tal tartaruga perché è finta, o per farla bisogna fare esercizi che sviluppano solo l’estetica e non la resistenza, o che dovrebbe prendere steroidi ed è insano, meglio una sana e normale e non così definita tartaruga. Cazzate. Il parlante non può permettersi quella tartaruga o perché è nato nel modo sbagliato o perché è pigro. Ditegli che è un pigro ipocrita di rango infimo e che per sua fortuna esistono degenerati che trovano sexy le maniglie dell’amore.
Comunque, mi manca la mia pancetta tedesca, e questo è proprio feticismo. Meno feticista è la mancanza che provo nei confronti delle quindici zollette di zucchero a giorno sciolte nel caffè. È interessante osservare quanto lo zucchero sia per me importante. Sto mangiando abbastanza carne da fare commenti su una futura gotta, ma i miei muscoli hanno le potenzialità aggressive di un chihuahua, e non possono neanche abbaiare.
A proposito delle enormi quantità di cibo ingeribili, avevo avvisato Mater che l’abitudine tedesca andava oltre alla sua immaginazione. Che il mio “mangiare tanto” non era il suo “mangiare tanto”. Dopo quattro giorni della sperimentale dieta sono riuscita a trovarne i limiti: per sfamare me serve un mutuo. Anziché fare una dieta dovrei darmi alle scommesse: vincerei. Soprattutto con la birra. Ricordo con tenerezza i tre litri di Paulaner bevuti a casa di Seb la sera prima di partire per Milano. Se lo dici sembrano tanti, nevvero? La trovo, con moderazione, una buona media. Dico “moderazione” perché dopo tre litri non sono ubriaca.
Insomma, accetto scommesse di bevute. Se bevo più birra di voi senza ubriacarmi mi date €30 oltre a pagarmi tutta la birra. Potete anche essere alti un metro e novanta e pesare centoventi chili, non importa: vincerò per inerzia.

Mi mancano Daf e Timm e Fabian. Tantissimo. Tante emozioni ora sono “tantissimo”, ma la personale soluzione, dettata dal terrore, è ignorarle. Ho ignorato quel che la partenza di VB poteva causarmi perché non avevo la più pallida idea di cosa potesse causarmi, e non voglio averla. Questo mi causerà uno di quei traumi interiori che rendono le persone, verso i quaranta, ciniche e amare – ma tanto lo sono già, no? Credo nel cinico idealista. Il cinico fine a se stesso è un’astrazione atta a giustificare la sensazione di sentirsi maltrattati e ignorati senza capirne il perché. Il cinico è una creaturina troppo pura e idealista per questo mondo dalle corruzioni banali quotidiane, e quindi deve rifugiarsi in una corazza tagliente come pelle di squalo. Credeteci, tanto lo fate già, credeteci e riempitemi di attenzioni e cucinate per me e concedetemi i vostri corpi migliori.
Mi mancano Daf e Timm e Fabian e quello che sono stati capaci di fare. Ad esempio, rubare una bandiera con lo stemma di Kiel delle dimensioni di una parete per regalarla a VB. Contestualizzate, por favor: siamo a Kiel, città specialmente ordinata e ligia nell’ordinata e ligia Germania. Ti danno una multa se passi con il rosso. E loro hanno rubato una bandiera. Non so da dove. So che sono stati fuori l’ultima notte per rubarla e poi portargliela ancora umida. Prenderei Timm, con il suo accento nordico incomprensibile, lo solleverei da terra e comincerei a farlo girare (ma cadrei: sono in mancanza di zuccheri).

Il mio motto a Kiel era “I don’t care.” e non so tradurlo. Ora come faccio a essere me stessa?

(Per il lato pratico: sì, sono in Italia, ma sono fottutamente impegnata. Sì, voglio assolutamente vedere alcuni di voi, quindi non avetemene a male se non vi ho contattato subito: sapete come funzionano le mie priorità e pensate che conta il pensiero, e che io penso tanto, ma proprio tanto.)

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