Claustrofobie e cenofobie.

"Woman," here and elsewhere, then and now, so elides with a revoked adjectival marker named "white" that we barely notice.

Io l’ho detto che Foucault non andrebbe tradotto in inglese.
Non che questo pezzo sia di Foucault – è di una tale Hortense J. Spillers – ma Foucault lo riconosco dalle virgole e dalle giustapposizioni che infila nei discorsi altrui.
Quando leggi…

… "statements [for Reed] that are no longer accepted or discussed, and which consequently no longer define either a body of truth or a domain of validity, but in relation to which relations of filiation, genesis, transformation, continuity, and historical discontinuity can be established."

… Allora lo vedi, Foucault. Poi leggi la nota e scopri che è proprio lui.
Sono le virgole e le giustapposizioni, ve l’ho detto – e qualcos’altro.
Ma non odio e amo la tizia perché mostra senza pudore influssi foucaultiani (o chi per lui – a furia di usare la parola discourse il proprio discorrere viene marcato e sei riconoscibile), ma perché mi sta facendo usare il dizionario e sentire ignorante. Odio la sensazione di non aver colto appieno il significato di una frase, e pensavo di aver smesso di soffrire di tale malattia in inglese.
Fottuta Hortense J. Spillers.


Daf è tornata, e si nota.
La casa – che ricordo essere per tre persone – si è ripopolata e ne ospita dalle cinque in su. Le serate vengono spese degnamente, ossia all’insegna della raffinatezza citata nella puntata precedente.
Due sere fa, ad esempio, abbiamo lungamente discusso di come nettarsi dopo essere stati al cesso. La discussione era iniziata ilarmente, ma suo malgrado è sfociata in una dettagliata analisi e comparazione, con Pimm che è scivolato sotto al tavolo per la vergogna.
(Pimm è così: è timido e pudico per coerenza al personaggio. Sia io che Daf siamo convinte che in fondo se ne sbatta altamente di tutto, ma il personaggio gli sta comodo addosso.)
Il Leitmotiv degli ultimi giorni è la parola downdown come “handicappato mongolo”, parola che usavano i miei compagni quando ero alle elementari. VB aveva cercato di correggere questa influenza culturale infantile che mi faceva dire down al posto di altre trecento sindromi studiate e non studiate, e io ho ribattuto trasmettendola a Daf.
Anche questo tema, come la pulizia intima, è sfociato nella serietà (parola grossa, sì) e nel cercare video digitando parole-chiave la cui analisi farebbe rendere conto della serietà (sempre più grossa, questa parola) degli intenti. Cose come “down funny” o “down singing“. Lo sapete, YouTube ha sempre qualcosa da offrire in pasto alla vostra demenza.
Voi che mi conoscete meglio di quanto io conosca me stessa (perlomeno virtualmente: io non mi ricordo cosa ho scritto dall’apertura del blog a oggi, quindi un folle che leggesse il tutto di seguito rasenterebbe l’onniscienza rispetto al mio livello di auto-coscienza) saprete che non sono il genere di persona che si lascia andare a questi stupidi divertimenti basati sull’umiliazione (virtuale) del prossimo. (I posteri tacciano.)
Voi saprete, sempre perché siete la mia memoria e questo blog è il mio memoriale, che io sto più probabilmente facendo qualcosa di più complesso e inutile, e infatti è così.
Il tutto inizia, come la maggior parte delle cose sorte nell’ultimo periodo, con Shutter Island. Lo stavo visionando con VB quando ci siamo messe a parlare della strana fascinazione che taluni luoghi di reclusione hanno su di me – che poi ci ricollega a Foucault, alle sue prigioni e ai suoi folli. Ho interrogato questa mia ossessione, e dio sa come siamo finite col parlare del Cottolengo. Sempre perché sono cresciuta in un contesto democratico e che rispetta gli esseri umani, per me “Cottolengo” non è la “Piccola Casa della Divina Provvidenza” fondata da Giuseppe Benedetto Cottolengo, ma quel posto da cui vengono le persone a cui dici “Ma sei down“. Dopo aver googlato il sopraccitato Cottolengo, VB mi ha fatto notare il mio abusare della parola down, il mio usarla a sproposito (ma senza malizia, quella sera), e abbiamo discusso della reazione che le persone con certi handicap causano. VB, politicamente corretta, ha istinti violenti nei confronti dei suddetti, ma nel suo caso sono giustificati dall’esperienza. Anche io posso avere (a scelta) istinti violenti nei confronti dei suddetti, ma l’esperienza non c’entra, a meno che non vogliamo contare il fatto che il compagno con handicap che avevo era rivoltante (ma qui dovremmo citare la nostra amata self-fulfilling prophecy per dimostrare come l’esperienza non dimostri un cazzo se non le aspettative che la precedono).
Comunque, ho così realizzato che non ho mai approfondito il trattamento riservato alle persone con taluni handicap.
(Io continuo a scrivere “con taluni handicap” perché rimango ignorante e non so quali altri handicap facciano venire fuori individui somiglianti a quello che nella mia testa è un down.)
Voglio dire, se elenchiamo le reazioni che taluni individui causano avremo uno spettro di tutte le brutture umane. Dall’umiliazione del tuo prossimo perché è debole, dallo stargli lontano per rimanere politicamente corretti e non fare una faccia disgustata quando si avvicina, al riservargli apposta attenzioni perché “poverino, ha problemi” (e qui sorge sempre la domanda: “E se una persona non ha problemi visibili?” – Fottuto amore del prossimo tuo che sia debole e lo sia visibilmente perché altrimenti non sopravvive). Mettetevi nella testa funzionante di un tal individuo down e rendetevi conto di quanti sforzi debba fare per apprezzare l’umanità, questa creatura che ne vede tutte le più o meno imbarazzanti brutture.
Non deve essere molto dissimile dall’ex-schiavo negro che si trova circondato da abolizionisti benintenzionati e che quando esce di casa si trova circondato e basta, senza buone intenzioni.
Un giorno i down andranno di moda e pagheremo in stipendi per chirurgia plastica che ci dia un sorriso ebete.


Ho i bicipiti a pezzi, hangover dei pacchi DHL portati alle poste e ora diretti in Italia.
Fabian ha gentilmente aiutato me e VB, avendo tre scatole da 17 chili da trasportare e avendo io realizzato che non riesco a reggere 17 chili per braccio sollevato per tutto il tragitto che avrei dovuto compiere. Fastidioso, direi. Ma per fortuna c’è Fabian.
Fabian è un ragazzo tedesco con la faccia da orso buono. È alto e largo, e due occhi azzurri che sanno trasmettere due sentimenti: altruismo incondizionato e violenza cieca. Fabian convive, credo, con il terrore di Mr Hyde. La sua testa pensierosa va in loop per ogni minima cazzata, e torna con letale cadenza allo stesso Leitmotiv: rapporti di potere. A letto, in società, fisici o sentimentali. Fabian è, suo malgrado, un fedele della chiesa del “cane mangia cane” – ne è terrorizzato e quindi è pronto a mordere a sangue.
Ed è adorabile e tenero come burro (tedesco).
Me lo porterei in Italia. Come souvenir. Si è già discusso dell’eventualità di mettere Daf in un pacco e spedirla mezzo DHL in Italia. È piccola, ci starebbe. Lascerei entrambi liberi per la casa, per sentire le loro voci e trovarmeli in cucina con Pimm e poter così giovare di quei dialoghi rilassati e inconcludenti che caratterizzano una convivenza che procede bene. Troppo bene. Ci mancheremo. Ma l’ho già detto, infinite volte. È che vorrei che lo capiste, e quindi uso il metodo più svilente: ripetere. Vorrei che lo vedeste sì da potervi dire “Anche io voglio realizzare quella cosa lì.” e magari realizzarla nelle mie vicinanze. Voglio portare un ramo di Germania in Italia e piantarlo, sì che la specie si diffonda. Non è questione di nazionalismi, ma di lampade e saluti al mattino. Cercherò di spiegarvelo anche di persona. Cercherò di tenermelo dentro come un fungo e poi colonizzarvi. I tedeschi sono pessimi colonizzatori, è questo il problema.
Ho discusso con Fabian di come a Colonia la gente ti guardi. “Ommioddio, guarda, perché ci guardano? Ve l’ho detto che Colonia è una città viva e sociale – e la gente ti guarda. Ossia fa più o meno quello che la gente fa in Italia, quindi non allarmatevi, ma contestualizzate: a Kiel e Amburgo e Berlino la gente non ti guarda.
A questo punto bisognerebbe decidere se la prima domanda nata sia “Perché la gente ti guarda?” o se sia “Perché la gente non ti guarda?”, ma è la storia dell’uovo e della gallina ed è – al momento – abbastanza inutile. Il fatto è che io sto per tornare in Italia e la gente mi guarderà e io ricomincerò a tenere una mano sulla borsa quando sono in metro – e non ne ho, nonono, non ne ho voglia.
Il mio istinto di sopravvivenza, intanto, si è attivato, e io ho cominciato a riempire la sacca denominata “motivi per gioire all’idea del ritorno”.
Quelli negativi ve li ho elencati nelle puntate precedenti, e me li elenco ogni giorno quando mi sveglio e quando vado a dormire. Per questo sono le 8:17 del mattino e io sono qui a scrivere, insonne. L’elenco mi ha scosso prima che il sonno potesse cogliermi. Sono scivolata dal letto lasciando il corpo dormiente di VB a riscaldarlo.
Anche a lei dovrò dire “ciao ciao”, a breve. E quindi al sesso e alle carezze al mattino e alla colazione a letto e a dei cosiddetti “veri pasti” (sì, mi trattano bene). Nonché agli elementi elencati sotto la voce “sfera emotiva”, e a un sacco di altre cose che risiedono nel cratere che porta il nome di “abitudine” e che – come Foucault insegna – è il Male dei Mali.
Ma comunque.
Mi mancano le mie bestiacce. No, non è corretto: non mi mancano, piuttosto l’idea di rivederle mi risveglia un certo entusiasmo. Mi risveglia un certo entusiasmo anche l’idea di rivedere Mater e di passare con lei e VB qualche giorno di vacanza (che non saranno giorni di relax perché devo scrivere i papers, ma mi sono auto-propagandata lo slogan “vacanza”).
L’istinto di sopravvivenza mi ha mosso il culo virtuale e ho buttato esche per rivedere persone che non vedo da tempo.
A tal proposito, in una pausa di cinque minuti, tra un saggio da leggere e Fabian in arrivo, ho aperto MSN dopo eoni e ho contattato Caine. Il mio orologio biologico deve avermi detto che era passato abbastanza tempo dall’ultima volta che l’avevo sentito. Il suo orologio biologico mi ha ricordato che ho un suo HD esterno, e gli ho detto che poteva darsi, chi si ricorda, devo controllare, e lui doveva avere un mio libro, chi si ricorda quale, ah sì, Fabbrica di ufficiali ha ricordato lui, e in questo semi-sonnambulismo ho capito che prima che poi lo rivedrò. È passato abbastanza tempo.
Non so esattamente perché il rapporto tra me e Caine sia fatto di brevi periodi di frequentazione scanditi da lassi di tempo lunghi il quintuplo (o più). La ragione deve risiedere nel fatto che Caine è esattamente quel genere di persona con cui in astratto andrei d’accordissimo, ma che in concreto nella mia vita esiste per il tempo di conoscersi, dirsi che la si pensa in maniera simile e quindi reputare inutile un approfondimento. Per lo stesso principio, io non so quasi un cazzo di materialmente utile di Caine e probabilmente viceversa.
Caine ha, probabilmente, un valore simbolico. E il valore di una mano quando ogni tanto, totalmente ubriaco, per assicurarti del fatto che esisti, la tocchi. Il ogni tanto in questo caso prevede anni, ma la sensazione è quella: tocco Caine (non fisicamente, peccatori) e mi tornano in mente cose di me. L’importanza della non importanza dei concetti di bene e male, ad esempio. Caine è l’unica persona che conosco decentemente che vi sia andato oltre. Per oltre intendo l’andare oltre alla fase che tutti passiamo, quando vogliamo dimostrarci che sappiamo fare il male e rompiamo i coglioni al mondo a tal fine. Di solito avviene nell’adolescenza, ma il mio essere alternativo attira schiere di persone fatte e finite con un’irrisolta esigenza di trasgressione. Depreco la trasgressione: è marca del fatto che ci siano limiti rispettati malgrado la tua volontà. L’oltre è quel posto in cui i limiti che non ti sei scelto tu sono all’orizzonte, a malapena li vedi. Non che sia utile lavorativamente parlando, l’oltre, ma dona una certa rilassatezza spirituale. E Caine è rilassante, come il vuoto quando non sei soggetto all’horror vacui.

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