Münster anabattista e altri delirii di massa.

Nei bordelli dell’impero
Nelle locande straboccanti
Ho brindato con la daga
All’epopea dei nuovi santi

Un profeta fornaio
Un poeta pappone
A ripulire il Tempio
Dai mercanti in confessione

Quello che devo fare
Quello che devo fare
Rivestire la mantella
E cominciare a camminare

Quello che devo fare
Quello che devo fare
Rimboccare la bisaccia
Di ferro, piombo e rame

Ma seminare la gramigna
In una terra concimata
Può portare a fioritura
Una rosa avvelenata

E se il frutto dell’orrore
È annaffiato con premura
Il raccolto di cancrena
È cosa assai sicura

Re Davide scortato
Dagli unti e dai bambini
A partorire il suo delirio
Tra le braccia dei becchini


L’edificio che ospita l’ostello deve essere ottocentesco – è situato al di fuori delle mura che c’erano e che non ci sono più, a Nord.
La camera ha pareti alte, il soffitto decorato a stucchi, e delle allungate finestre percorrono tutta la parete, coperte da tende di velluto che sfiorano il pavimento.
Il lavandino, dio sa perché, è in camera e non in bagno. Esigenze architettoniche quando si ha a che fare con un edificio vecchio. Sbaglio. Vezzo. Mi ricorda un’aula o lo studio di un artista.
(Ed è da due settimane che ho voglia di dipingere – quella voglia che non sentivo da tempo, pretenziosa e assillante, che rende ogni altra azione vana e fastidiosa.)
Ceniamo nel ristorante dell’ostello, un luogo dall’atmosfera tedesca-e-punto. Kiel ha un’atmosfera tedesco-nordica, Monaco un’atmosfera tedesco-bavarese, Colonia svetta verso il nuovo e Lubecca verso il vecchio.
Münster, invece, è tedesca-e-basta. La tedeschità che t’immagini perché così ti hanno venduto la Germania, qualcosa a metà tra le case appuntite di mattoni rossi del nord e i cubi decorati del sud.
Münster è una città piccola – la città delle biciclette e dei conigli, come Venezia è la città delle gondole e dei gatti. Un grappolo di conigli si assiepa dove una volta c’erano le mura. Gli abitanti sono incredibilmente brutti e questa è un’osservazione sommaria e ingiusta. Mi perdonerete: li ho amati lo stesso. Li ho amati anche se sono così tanto cattolici.
Münster è di un cattolicesimo nauseante.
Alle otto e mezza del mattino entro nel Duomo, durante la messa. Mi è sempre piaciuto partecipare a messe, più o meno come a un turista piace indossare il burqa – per vedere l’effetto che fa. La totale mancanza di esperienza cattolica pone uno strano vetro tra me e il grappolo di fedeli rivolti verso il prete salmodiante – il senso di libertà del turista e il suo imbarazzo nel non sapere quando deve alzarsi e quando deve sedersi.
VB, inginocchiata di fianco a me, mi dice:
“China la testa.”
“Perché?”
“Rispetto.”

Vb è una di quelle, tante persone, che l’esperienza cattolica l’hanno loro malgrado avuta. Una delle tante persone che ne sono uscite. Se non ho pensato che dovevo chinare la testa non era per malizia, ma per ignoranza. Ora che lo so, non la chino comunque, e i motivi stavolta sono almeno un paio.
Uno risiede nel fatto che sono in una città cattolica dopo così tanto tempo e realizzo nuovamente quanto ricco e pomposo e gesuitico (denominazione che agisce retrospettivamente) il cattolicesimo sia. Da non cristiana amo il cattolicesimo: è bello e spettacolare. È barocco. Suscita sensazioni. Non ti convince a parole ma a immagini. Il protestantesimo è troppo nudo e sincero per avere un estetismo che regga il paragone. Una chiesa protestante non la visiti: è noiosa e seria, e ti senti veramente un guardone. A parte la struttura architettonica e i fedeli non c’è molto da guardare.
Il cattolicesimo invece ha pompato nelle proprie casse oro e denari per secoli e – se Dio mi ama anche se io non amo lui – ho perciò il diritto di risiedere nella sua casa. (Oh, Dio non c’entra in questi discorsi; sono i fedeli che istituiscono le regole sociali, non Dio.) La chiesa di St. Lamberti non ha – come altre chiese – la mostra di souvenir per turisti all’entrata: si limita a dirmi che io, turista, sono ben accetta mostrandomi dei depliant acquistabili per la modica somma di due euro.
Rispetto la chiesa cattolica che si vende: compro i suoi feticci e feticizzo la messa vivendola come attimo estetico individuale – e quindi tengo la testa alta per guardare le vetrate.
L’altro motivo sta sempre lì sopra, anche se dall’interno della chiesa non posso vederlo: è appeso sul campanile, sono appese sul campanile, le tre gabbie per i tre capi della Münster anabattista. Jan van Leiden stava in quella più in alto. Morto, dopo essere stato torturato. Niente di anormale, per l’epoca. Le tre gabbie dovevano fungere come monito – devono aver svolto bene la loro funzione, data la concentrazione di cattolicesimo odierna. È triste, no? Non perché io sia anabattista, ma dopo quel che è successo a Münster non è triste un tale totale fallimento? Ma dovreste conoscere quel che successe. Quel che successe è più o meno questo: gli anabattisti presero la città con l’intento di farla divenire il punto d’inizio di una rivoluzione religiosa che avrebbe liberato il mondo dal cattolicesimo deviante. Qualcuno direbbe che il problema consistette nel fatto che Münster stessa deviò, ma è un giudizio un po’ troppo semplicistico. Münster si trovò circondata dagli imperiali e sotto assedio dalla conquista in poi, e la reazione dei cittadini fu guidata dai precetti di una nuova ideale comunità nascente. Più aspre si facevano le condizioni, più estrema fu l’applicazione dei precetti. A un certo punto il profeta in carica, Jan Matthys, uscì dalle porte della città assediata andando incontro alle truppe, dopo aver detto che Dio l’avrebbe salvato. Le truppe lo fecero fuori e appesero i suoi testicoli alle porte della città e io amo questi seri dettagli della storia della Chiesa e delle Chiese. Mi ricordano come gli uomini siano uomini e la sacralità del tragicomico. Ma comunque. Jan van Leiden prese il suo posto e le riforme continuarono, passando per aneddoti a metà tra il vero, l’immaginato da chi era lì, l’immaginato da chi era in quel tempo ma non in quel luogo, immaginato dai posteri. Chi sa? Quando si dà l’etichetta di diavolo a qualcosa quel qualcosa accoglie in sé tutte le peggiori nefandezze immaginate. Io guardo il quadro generale e credo di capire l’ottica, ovviamente perché la condivido. È sempre la stessa ottica, da la Repubblica di Platone passando per tutte le città ideali. Contempliamo stupefatti come, quando tali ideali si applicano, sfocino nell’incubo. Io mi chiedo invece cosa ci fosse nella testa di Matthys quando uscì dalle porte. Credeva che Dio lo avrebbe salvato? O si martirizzò con coscienza prima di poter deviare dal proprio percorso? O era un atto di vandalismo nei confronti di se stesso, dopo tanti atti di vandalismo negli altrui confronti? Chissà se Jan van Leiden lo sapeva? Mi piace immaginarlo solo, dopo essersi autoproclamato successore di Matthys come unico modo per mantenere un senso in quella città, solo a chiedersi quali fossero i piani di Matthys, a chiedersi come procedere ora. Simpatizzo per lui, e gli do un’intelligenza impreparata, o troppo preparata per quegli eventi.
Ma comunque.
Le tre gabbie sono ancora lì, dio sa per quale motivo. Sono tre gabbie, non pezzi d’arte. Le guide parlano male tanto del regno anabattista quanto dei cattolici che li trucidarono. Ma le gabbie sono lì. Ho detto a VB che mi sarei fatta artista e avrei fatto un’installazione: mi sarei fatta mettere nella gabbia di Jan van Leiden. Un altro artista mi ha preceduto e ha fatto porre tre bulbi luminosi nelle tre gabbie. Fuochi fatui, si chiamava l’installazione. Si ha l’impressione che nelle tre gabbie ci sia qualcosa, debba esserci qualcosa, anche senza bulbi luminosi. Che senso hanno, d’altro canto, tre gabbie vuote? È come disegnare tre vertici di un triangolo senza unirli: la mente completa l’immagine e si ha l’impressione di vedere un triangolo fatto e finito. Che ricordano quelle gabbie? Sono il memento che erano, o ora simboleggiano la crudeltà dei cattolici? Cosa significano in un’epoca in cui mostrare la sofferenza altrui è crudele?
Comunque, ho fatto il mio pellegrinaggio. Non mi sono, come avevo detto, arrampicata per raggiungere le gabbie in un attimo di com-passione venendo arrestata. Non ho attuato alcun revival, mettendomi ad esempio a pisciare sulle chiese o rompendo statue. Ho anche lasciato che il responsabile dell’ufficio “comunità della chiesa – cultura e dio sa cosa” mi infilasse in un “noi” parlando di cattolicesimo anziché urlare che per me Münster è anabattismo. Insomma, non ho commesso alcun gesto stupido e catartico, limitandomi a lasciar apparire di tanto in tanto un sorriso ebete sul mio volto. Ho anche brindato, con VB, dopo aver chiesto una birra tipica della zona per fare la turista.
Si viaggia soli, si dice, e significa questo: che ogni viaggio è un’esperienza intima (con mia grande frustrazione, io che vorrei tutto condividere – ci sarà un motivo per cui la Münster anabattista mi ha affascinato così tanto, no?). Ho discusso a lungo – in passato e durante questo viaggio – con VB di cattolicesimo, anabattismo, feticismo, indulgenze, materialismo e affini. Trovo il feticismo un peccato morale, e mi ci scaglio contro come certi sermoni si scagliano contro l’idolatria – ma ho il temperamento di un profeta rompicoglioni che bussa alla porta altrui, non del prete cattolico comprensivo che mormora leggendo. Ho la stessa tolleranza della Münster anabattista, interiormente – Null-Toleranz – ma lo sapete. Sapete che disprezzo, amo e odio tutti voi e che non è nulla di personale. È che, insomma, voi siete esseri umani e quindi fallaci, io sono un essere umano e quindi so odiare e amare e disprezzare.
Il problema è che per motivi opposti saremmo tutti capaci di rimettere in scena la Münster in cui le truppe imperiali sono entrate.


Münster è stata una meta decisa all’ultimo, quando ho realizzato che era sulla strada per Colonia. Bella città, Colonia. Belle le persone, bella la vita per le strade. Mi sono sentita incredibilmente di Kiel al terzo sguardo ricevuto, alla terza volta in cui mi sono domandata: “Ma perché mi guardano?” Colonia è estroversa, e comunque da una certa latitudine in giù il Nord della Germania diventa quel luogo dove “le persone sono fredde e chiuse”, e io ho risposto che “no, non è vero, è solo l’apparenza”, ma la differenza è visibile, la si tocca, come a Colonia tocchi le persone e a Kiel no.
Sono tornata a Kiel con sollievo, chiedendomi se avessi introiettato la mentalità della persona di campagna che vuole vivere nel suo remoto paradiso. Ed è probabile. Ho persino capito come mai la gente tenga tanto all’omogeneità: quando vivi in un posto in cui tutti sono simili, tutti alti e con gli stessi tratti facciali (e gli stessi colori) non c’è nulla di visibile da temere. Quando vivi in un luogo in cui una sola cultura regna, non c’è nulla che tu non conosca. È rilassante – e noioso e sulle lunghe rende meno elastici.
Non potevo comprendere questo amore per l’omogeneità prima: l’omogeneità del luogo da cui vengo ha caratteristiche che non apprezzo, e quindi è stata rifiutata a priori. E continuerà a esserlo, e io ho addosso quest’umore fatalistico e grigio – manca così poco al ritorno. Ed è strano, strano abbastanza, perché ho avuto abbastanza dalla Germania. Ho compreso il modo in cui si annoia osservandosi, in cui abbisogna di esotismo, i suoi limiti. Non starei comunque qui a lungo. Ma non è in Italia che voglio tornare, e quindi siamo punto e a capo. Vacillo nel nulla da cui sono partita. Parlo con persone che hanno avuto esperienze all’estero (la maggior parte, qui) e mi chiedono se non sono felice di tornare a casa. Mi parlano dell’importanza della madrepatria e no, non li seguo. Dico loro che è frustrante partire ora, ora che parlo tedesco, ed è veramente solo frustrazione. Daf dice che sono pigra, perché chiedo sempre alle persone se conoscono l’inglese, perché non ho voglia di parlare in tedesco. È vero. Ho dato le mie tre annualità di tedesco, sono a posto, fatemi parlare in inglese, è più rilassante. Parlate in tedesco, vi capisco, e fatemi parlare in inglese, tanto mi capite. Si dice che una traduzione non possa rendere le sfumature di una lingua, ed è vero, ma siamo sinceri: neanche i miei connazionali mi capiscono quando voglio rendere quelle sfumature in italiano. Non basta essere madrelingua, bisogna trattare la lingua in un certo modo. La Münster anabattista è una sfumatura della cultura tedesca e i tedeschi non la conoscono. Spendo ore della mia vita analizzando inglese e tedesco per trovare parole che nessun inglese e tedesco usa – o quasi. Dovessi mai (ci sto lavorando) avere una padronanza dell’inglese da livello C2, avrei lo stesso problema che ho in italiano: solo una fetta dei parlanti mi capirebbe. Anche se questo discorso è un po’ datato: dopo mesi all’estero il mio italiano si è impoverito. Centinaia di parole sono diventate passive, e io correggo l’uso dialettale delle preposizioni di VB prima che contagi anche me. Mi tappo le orecchie quando usa parole a me sconosciute perché dialettali – non le voglio nel mio vocabolario personale. Sta già messo abbastanza male. Ho avuto anche l’intenzione di correggere la mia pronuncia, togliendo le “e” e le “o” pronunciate alla nordica, ma mi è mancato l’entusiasmo. Nella paranoia della lingua ho scoperto che “settimana prossima” è la versione nordica del corretto “la settimana prossima”, ma dato che l’uso è ormai diffuso a breve anche “settimana prossima” sarà corretto – sono pigra, la televisione diffonde la parlata del Nord Italia e io mi metto comoda, a breve nuovamente circondata da italiani il cui hobby è correggere “gli” che è “le” al femminile (italiani che fanno i linguisti della domenica – fossero veri linguisti saprebbero che ormai “gli” è accettato come corretto italiano, e a quel punto non rimane che dire “eh, ma a me piace più com’era prima” anziché “eh, ma a me mi piace più com’era prima” – perché gli italiani sono linguisticamente così passatisti? Hanno la pedanteria di un professore che nessuno ascolta e poi dicono “beach” anziché “bitch” – non è paradossale?).
… E mi sto facendo pedante. (Beh, lo sono.)

Un tizio che sa essere pedante quanto me, da qualche parte, parla del rapporto Italia-Germania, dell’invidia italiana per la Germania e viceversa. Scrive che:
“[…] Varcare il confine non ha cambiato una virgola di voi. Siete materialmente ancora gli stessi stronzi di prima.”
Lo leggo cercando punti di vista di persone che si sono trovate nella mia stessa situazione, e mi dico che non sono mai stata la “stessa stronza di prima”. C’è una cosa che chiameremo “il comportamento del turista”, per cui ci si comporta in un certo modo nella propria madrepatria e in un altro all’estero. In Italia sei timido e all’estero sei espansivo. In Germania segui le regole e in Italia no, tanto non è il tuo Paese (e più parlo con tedeschi più ho la convinzione che in Italia si comportino meno civilmente per lo stesso motivo per cui in un Paese musulmano non offrirebbero vino: osservi le abitudini e le imiti credendo di fare la cosa più adatta). In Madrepatria cerchi di mediare e all’estero pretendi servizi. E via discorrendo.
Ma non puoi essere lo stesso stronzo di prima se prima non eri uno stronzo. O forse sì: forse un Paese può farti così schifo che per nostalgia diventi più italiano di quanto lo fossi prima. Beh, non è il mio caso. Non buttavo cartacce per terra prima e non lo faccio ora. Non abbandonavo bottiglie di birra vuote per strada e non lo faccio ora – a meno che non sia vicino alla stazione o dove so qualcuno passerà a raccoglierle (le bottiglie hanno il vuoto a rendere, quindi può capitarvi di vedere qualcuno che gira con un carrello raccogliendo bottiglie per arrotondare; sono barboni, spesso – intendo, quei pochi barboni che vivono qui). Ho imparato delle cose, qui, e spero di poterle applicare anche dopo (ho imparato a organizzare al secondo, e questo in Italia non è fattibile). Non ho imparato ciò che trovavo stupido, anche se la Germania ha rincarato la mia dose di pedanteria. Sono pedanti-pedanti-pedanti i tedeschi. Moralmente e non solo. Ricordo Kokott chiedere agli studenti se non si vergognassero, quando venne fuori che all’università per passare un certo esame bastava comprare i libri del relativo professore. Nuovi, ovviamente – il professore li segnava a fine esami per riconoscere un usato. “Non vi vergognate?” ha chiesto Kokott, e dinnanzi a una tale manifesta vergognosa corruzione il suo atto è parso eroico – e lo era, in Italia. Qui sarebbe pedante, perché prima di partecipare manifestatamente a una tale corruzione devi essere sicuro di sbattertene del giudizio comune, e non è facile sfuggirvi.
Il tizio in Rete scrive:
“Che cos’e’ l’umanesimo? Mi spiace per il leghisti, che straparlano di “radici cattoliche” senza conoscerle, ma “umanesimo” e’ il nome di quello che (a mio avviso, e NON sono cattolico) e il piu’ bel lascito storico , o la piu’ bella tra le radici cattoliche del paese. Si tratta effettivamente di una cosa che e’ solo italiana, e cioe’ la convinzione che la ratio debba fermarsi di fronte alla dignita’ della persona.”
E scrive:
“La dura durissima verita’ puo’ sembrare bella se si criticano i politici, ma nel quotidiano significa essere sempre vasi di ferro tra i vasi di ferro. Il giorno in cui siete deboli in un mondo ove tutti non sono abituati a trattenere l’ascia, puo’ essere un problema. Quando il tedesco diventa vecchio, ci parlerete molto volentieri. E scoprirete che il vostro umanesimo somiglia molto alla delicatezza che il tedesco acquista quando, dopo una vita a gridare e sentirsi gridare sempre e solo l’amara verita’, e piu’ e’ amara piu’ si grida, capisce di non essere di ferro, e capisce che trattarsi con meno ferocia forse e’ piu’ conveniente.”
E mi chiedo che dignità ci sia da preservare quando si paga per passare un esame con un buon voto. Intendiamoci, quella situazione era peculiare. C’erano due possibilità: o dare l’esame con Cercignani comprando i suoi libri o dare l’esame con Maletta senza libri nuovi da comprare. Maletta è sempre la solita Maletta, che parla in modo incomprensibile e quindi mette a disagio le persone. Che non ti dice cosa devi studiare perché se studi per sapere sai già cosa devi studiare. Meno di un decimo delle persone ha fatto l’esame con lei, e il giorno dopo Kokott ha infierito sulle altre:
“Quanti libri ha comprato?”
“2”
“Ha preso 28?”
“Sì.”
“Quanti libri ha comprato lei?”
“3.”
“Ha preso 30?”
“Sì.”
L’atto di Kokott è stato eroico perché è andato oltre il timore di mettersi contro Cercignani (boss del dipartimento) e perché è andato oltre il cosiddetto “silenzioso rispetto”. Non c’era niente da rispettare, se non un must sociale, quella cosa che nella mia testa è battezzata “ipocrisia”.
Ma sono di parte. Sono per la logica e per la verità. Per dare a ognuno la propria responsabilità, anziché vendere un’indulgenza di massa per un peccato collettivo. Finché ho la coscienza a posto nessuno giudizio veritiero può scalfirmi – prego il prossimo, al fine di rispettarmi, di essere sincero.
Come fai a rispettare una persona che ha pagato per prendere un buon voto? Il 90% degli studenti l’ha fatto. Il novantapercento. È una generalizzazione il dire che più della metà degli studenti è pronta a partecipare alla corruzione? Mi si dice che l’Italia deve risollevarsi, che il problema è la classe dirigente, i politici, ristretti gruppi di persone cattive e malintenzionate – e io ho in testa quel 90% degli studenti. Non credo che la classe politica possa veramente rappresentare il popolo, è utopico, ma nel caso italiano ci vorrebbe una purga sociale. Se si multassero tutte le persone che lasciano in giro immondizia si potrebbero implementare i bellissimi cessi che ho trovato a Colonia, premi un pulsante e ti igienizzano il cesso cosicché puoi sederti tranquillo (anche se era già pulito prima, ma son paranoici). Se si licenziassero tutte le persone che svolgono servizi e ti trattano con poca gentilezza rimarremmo senza personale – e forse è questo il problema, non Berlusconi o chi per lui. Berlusconi è un tizio. Non è lui il coglione, ma chi lo difende quando se ne esce con un paranoico “è colpa dei comunisti”. Sarebbe coglione se non si difendesse, considerato quel che gli farebbe una fetta di popolo se fosse depauperato; il coglione non è l’attore che impersona il clown, ma il pubblico che crede che quel che è detto in scena corrisponda a verità.
Odio l’impersonalità del mancato civismo. Qui a Kiel c’è l’impersonalità del civismo: la sera prima c’è stato un party con 40 persone e il mattino dopo è tutto pulito. Non sai chi è stato, il luogo è stato pulito. Salgo sul treno Lecco-Milano e non so chi è stato, ma cartacce sono state incastrate (con dovizia) tra i sedili e sono stati imbrattati i sedili con scritte oscene.
Quando sono partita per Colonia ho lasciato allo Hausmeister il modulo apposito compilato con scritto che la lampada in camera mia non funzionava più. Sono partita, sono tornata e la lampada è stata aggiustata. È stato un fantasma: non ci sono segni dell’entrata di qualcuno, il pavimento non è sporco, nessuna delle mie cose è stata spostata. L’ho fatto fare nel weekend, quando sarei stata via, così non avrei dovuto sorbirmi la presenza di persone in camera che aggiustavano. Dalle mie parti, come si suol dire, se avessi fatto così al mio ritorno di lampade ne avrei trovate due – ironico modo di dire che avrei trovato la camera derubata.
Non ho, semplicemente, voglia di rinunciare a tali comodità in tale rilassata atmosfera, considerato che sia in Italia che in Germania do alla società (e che, in Germania, pago meno). I nazionalismi non contano (il nazionalismo se l’è inventato un crucco due secoli fa), e neanche la cultura (che è un modo gentile per dire al tuo prossimo che è diverso da te ma può migliorare e lo aiuterai). È solo… la lampada in camera.

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5 comments

  1. Al

    [Non ho, semplicemente, voglia di rinunciare a tali comodità in tale rilassata atmosfera, considerato che sia in Italia che in Germania do alla società (e che, in Germania, pago meno). I nazionalismi non contano (il nazionalismo se l’è inventato un crucco due secoli fa), e neanche la cultura (che è un modo gentile per dire al tuo prossimo che è diverso da te ma può migliorare e lo aiuterai). È solo… la lampada in camera.] I love this piece!

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