Post-colonial studies & gender studies.

Oggi ringraziamo la persona che anni fa mi regalò Trilogia della città di K. – sempre che costui se lo ricordi, altrimenti i miei ringraziamenti andranno ai posteri assieme a tutti gli scarti di me – libro che ho iniziato a leggere questa mattina e ho divorato per metà. Non è la mia copia, che è in Italia, ma mi fa feticisticamente piacere sapere che ne ho una copia.
Il libro ve lo consiglio, ma anche stavolta non so come indurvi a leggerlo. Il riassunto non basta. E poi i riassunti tendono a moralizzarmi la trilogia, quando a me piace perché non moralizza. (IBS mi dice che la “Trilogia della città di K” ritrae un’epoca che sembra produrre soltanto la deformazione del mondo e degli uomini, e ci costringe a interrogarci su responsabilità storiche ancora oscure, e io voglio di nuovo del napalm. Ma comunque.)
Mi fa piacere sia scritto da una donna. Riflettevo amaramente qualche giorno fa su come io tenda inesorabilmente ad apprezzare scrittori di sesso maschile. I Grandi Scrittori, intendo, ma anche i piccoli scrittori che leggo per svago. Posso spiegarmi perché apprezzo un Hugo e non una sua contemporanea (contesti storici e dei limiti che arrecano al sesso e al gender), ma oggi dovremmo aver finito di settorializzare per organo sessuale.
(Insomma, è gusto personale: non voglio sentire tracce di femminilità in ciò che leggo, perché non apprezzo le caratteristiche di quella femminilità. Inventatene un’altra, che meno impacciatamente tenti di giustificare una serie di caratteristiche che nel corso dei secoli sono state appioppate al sesso debole – non mi piacciono i deboli.)
Ma comunque.
Uno dei critici di Reed analizza la slave narrative nel contesto del 1800 – sì, donne e negri esperiscono resistenze comuni nel tentativo di prendere un po’ del potere egemonico, e hanno storie simili in rapporto alla formazione dell’identità di gruppo e del diritto di aver riconosciuta la capacità intellettuale di scrivere cose sensate.

Vi piace il termine “negro”? Significa: “Che appartiene, che è caratteristico della popolazione negride o, in generale, negroide, originaria del continente africano a sud del Sahara e caratterizzata dalla pelle scura, dal naso largo, dalle labbra carnose e dai capelli folti e crespi”. La connotazione, come sapete, è negativa.
“Mongolo”, invece, significa “che appartiene alla popolazione della Mongolia”. Anche questo termine ha connotazione negativa.
Dire “nero” anziché “negro” addolcisce – andiamo a spiegare ai posteri perché generalizzare il prossimo usando il colore della sua pelle anziché un’imprecisa denominazione scientifica sia meno offensivo – di certo non perché meno superficiale.
“Caucasico” e “ariano”, invece, guarda caso non sono offese – eppure ricordavo che per definizione i cattivi erano gli ariani – ridicoli esseri umani che prima decidono di chiamare un tizio “negro”, poi decidono che è offensivo e passano a un’altra generalizzazione togliendo una “g”.
Un dì una tizia mi criticò offesa perché usai il termine “negro”. Mi disse che ero razzista. Le chiesi se aveva amici negri, perché io ne avevo, e si chiamavano “negri” ridendo e ridendo con loro li chiamavo “negri”. Sprono inoltre le persone a chiamarmi una “sporca bianca” – sprono le persone ad abusare delle parole proibite, a ripeterle finché non sono che una sequenza di suoni, finché non hanno alcun potere e risultano un po’ ridicole.
Ma comunque.

… Il critico di cui sopra analizza la slave narrative nel 1800 e osserva come quando si leggeva un testo si dava per scontato che fosse scritto da un bianco. Se non era puntualizzato altrimenti, il testo medio era scritto da un bianco. Un bianco uomo, passando nel terreno dei gender studies. La categoria “neutrale”, ossia quella non di genere, era scontatamente scritta da uomini bianchi. Non c’era bisogno di ribadire il fatto che fossero uomini e che fossero bianchi.
Ora, come sapete io amo la categoria “neutrale”. Lotto nel mio piccolo perché il prossimo si renda conto che nel mondo di sessi ne esistono tre, solo che il terzo viene ridirezionato appena possibile dopo la nascita verso uno degli altri due. Almeno nella nostra società. Parlo di sesso, non di gender. Di gender se ne possono inventare a decine, dall’uomo alla donna alla dragqueen al dragking – so che l’ultimo lo conoscete poco, è così infimo che non viene neanche riconosciuto dalla cultura popolare. L’ermafrodito più che come gender viene riconosciuto come creatura mitologica dalla nostra manichea cultura. Parlare di sessualità, ossia di gusti sessuali, quando si è usciti dalla visione manichea del sesso e del gender, smette di avere senso. Noi siamo così tanto manichei che quando a una donna piacciono le donne si sente in dovere di trasformarsi in un uomo per ristabilire il sacro equilibrio manicheo. Le donne tali per sesso e per gender sono una categoria del porno. Ma c’è anche l’effetto inverso: una donna mascolinizzata si sente in dovere di diventare un po’ lesbica. Non che abbia molto da perdere, a quel punto: socialmente è già bollata, e le sarà comunque difficile diventare un uomo. Ma senza il dualismo uomo&donna (sesso) e maschio&femmina (gender) i gusti sessuali diventano una categoria un po’ inutile. Se si riconoscono tre sessi e cinque tipi di gender, e se si riconosce che sesso e gender non devono per forza coincidere (ossia se si riconosce che una donna può decidere di essere maschile come gender pur rimanendo una donna) come cavarsela a definire i gusti sessuali? “Mi piacciono le donne maschili, e gli ermafroditi femminili, e gli uomini ermafroditizzati.” È un tentativo un po’ goffo, non trovate? È simile alla mia situazione.
(Per quanto riguarda le “razze” è stato più semplice: a furia di accoppiarsi con schiave negre i bianchi hanno riempito il mondo di creoli, e – dato che siamo esseri non superficiali – ci riesce difficile negare che il creolo sia diverso dal bianco e dal negro, dato che ha la pelle di un colore che sta a metà tra i due.)

L’autrice della trilogia, tale Agota Kristof, ha una scrittura neutrale.
La neutralità è per me importante non perché mi piace andare a letto con diversi sessi e perché mi piacciono bianchi, neri, gialli e verdi, ma perché fermarsi al genere – sia il gender o la “razza” – limita il pensiero. Se devi ribadire al pubblico che sei uomo e sei bianco non potrai permetterti i punti di vista che il pubblico bollerebbe come neri e femminili. Le generalizzazione non sono – come viene insegnato – Male, sono semplicemente stupide perché limitanti. È come decidere che il mondo è diviso tra persone che camminano su due zampe e persone che camminano su quattro, e poi – per definire la propria identità – decidere che noi apparteniamo alla prima categoria. Il fatto che siamo goffi nel camminare a quattro zampe perché nessuno ci ha mai insegnato a farlo (o addirittura ci è stato vietato di farlo) riconferma il nostro pensiero: la mia natura è a due zampe.
Camminando a due zampe non possiamo però vedere molte cose; non possiamo vedere le scarpe delle persone, il modo in cui tengono i piedi, i dieci diversi modi di battere la suola per terra quando si è nervosi, se le scarpe sono lucidate da un maniaco o se sono sporche di fango. Non sapremo arrampicarci così bene, e quante volte dovremo dirci che lì sopra non ci posso andare, la salita è troppo ripida.

Vi consiglierei di leggere Una strana confessione – Memorie di un ermafrodito presentate da Michel Foucault circa sesso, gender e sessualità, ma dovreste leggerlo con Michel Foucault e con il suo amore per la destrutturazione, perché altrimenti riconfermerà lo scontato allineamento di sesso/gender/sessualità (ossia che le donne sono femminili e apprezzano gli uomini – che le donne sono femminili in quanto donne e in quanto donne apprezzano gli uomini – che le persone femminili in quanto tali apprezzano gli uomini – che chi apprezza gli uomini, in quanto tale, è donna dentro o fuori – che bel gioco di sillogismi aristotelici, nevvero?). È stato pubblicato nel 1800, epoca del nostro amato (…) positivismo (lo stesso amato positivismo che ha battezzato con la scienza la divisione per razze), e i dottori che hanno seguito il caso hanno potuto felicemente dimostrare che un ermafrodito più uomo che donna doveva quindi apprezzare le donne. Amata Self-fulfilling prophecy. (Vi siete mai chiesti perché più uomini che donne sanno ruttare a comando? Ruttare è un’arte, richiede esercizio – non una predisposizione all’essere volgari né una differente conformazione fisica. Nel primo caso, le donne saprebbero ruttare ma si esimerebbero – invece non sanno proprio farlo.) Nell’epoca degli amati schiavi negri bastava una goccia di sangue negro per rendere un figlio un negro – sempre per la nostra visione poco manichea.

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