Inutilità fondamentali.

(Scritto ieri.)


Jpod è, come genere, una rappresentazione verosimile della mia vita.
(Mafia cinese esclusa, purtroppo.)

Esco dall’aula dove si è svolta l’ultima lezione con la losangelesina (settimana prossima: esame) e inciampo con lo sguardo nell’allampanata e composta figura del mio adorato canadese.
So che non ho un cazzo da dirgli – non ho avuto tempo di cercare i libri che mi ha suggerito, né quello di cercare informazioni bastanti a formulare domande sensate sull’università canadese – ma settimana prossima il britannico canadizzato torna in Canada e quindi il mio pensiero è:

😦

Neanche lui ha granché da dirmi. Non ce l’aveva neanche quando mi ha gentilmente messo in mano, lunedì, due articoli di giornale. Uno aveva senso – era sulla nazione canadese, utile per il mio paper – l’altro era un articolo sulla casa che Dario Fo ha in Umbria. La casa che Dario Fo ha in Umbria. Voglio dire, e chi se ne frega? L’unico senso era quello di una gentilezza (per quanto a random).
Così, oggi, il dialogo è stato più o meno dell’inconsistenza dell’articolo sulla casa di Fo. Non ho niente da dirgli e gli chiedo quando sarà in ufficio. Lunedì, prima della sua partenza, alle 5 nel suo ufficio? Ok. E non ho un cazzo da dirgli e non ha un cazzo da dirmi e balbettiamo frasi piacevolmente.

Sono in aula. Ultima lezione su schiavitù e identità nordamericana – e ancora cerco un argomento su cui scrivere il paper. La lezione è un dibattito riassuntivo composto da un’ora e mezza a questa parte dalle 3 alle 6 persone. Me compresa, ovviamente. Altarino al multitasking.
La docente mi tedia – mi tediano le sue pose da scuola British con forte accento tedesco. Adorerei l’argomento e l’approccio, ma mi tedia il suo metodo. Mi stenderei sul prato qui fuori e dormirei. Per giorni. Settimane. Finché non dimentico cosa avrei dovuto fare prima di addormentarmi.

Il seminario di linguistica tedesca invece è, come immaginerete, un mattone. La docente che lo tiene, però, lo alleggerisce. Ciò nonostante è pur sempre l’ultima lezione, e la mia attenzione è altrove – sul prato a dormire, o seduta davanti a una pizza (qui in Germania ho trovato le pizze surgelate più buone mai mangiate) e a un mazzo di carte.
Io e VB ci divertiamo giocando per ore a bridge. Sì, in due. Si chiama “disturbo di personalità di gruppo”. Abbiamo giocato in tre con Pimm (tanto il morto non gioca) e aspettiamo Daf per giocare come si confà. Ma chi vuole fare il morto? Lo eliminerei, se non mi piacesse come elemento del sistema. Ma chi vuole fare il morto? Il bridge è un gioco schiavista. Un po’ imperialista.
La mia vita fatta di -ismi.
(Ho fame.)

Queste pause mentali, queste sacche di divagazione che ora riempio scrivendo, in questo periodo stanno venendo riempite da riflessioni su persone. Singole. No, quindi, non speculazioni sull’umanità. L’adorato britannico-canadese è una singola persona. Lo è Al. Lo è Zefi.
E io vivo parzialmente di persone.
Sotto il sole umido, tra una lezione e l’altra, ho riflettuto sui miei entusiasmi per le persone, su come si accostino l’uno sull’altro, si montino a vicenda (sì, come cavalli o Loa), così che alla fine è impossibile dire chi è più importante di chi – viaggiamo su scale diverse.
E mi sono detta, spegnendo la sigaretta prima di entrare, che tanta mancanza di monogamia ha disciolto non solo il concetto di elitarismo, ma con questo l’importanza di dare nomi diversi a diversi generi di rapporti. Di dar loro compartimenti stagni. I postumi di una notte di sesso e quelli di una discussione di tre ore sull’Impero britannico non si fanno poi così differenti, se le persone a cui devo essere grata sono egualmente (quantitativamente) interessanti. È il livello qualitativo (le categorie) a essere andato in esilio. Metterei le tre sovraccitate persone nella stessa stanza e ne contemplerei la vicinanza fisica, perché sono così meravigliosamente differenti.
Accolgo persone come pagliuzze d’oro in un setaccio che tengo sempre in mano, anche mentre dormo, soprattutto perché mentre dormo persisto con il fare incubo sul mio futuro soggiorno italiano. L’ultima citabile ha raggiunto un grottesco apice: dicevo “Paese dei puffi” con le lacrime agli occhi. Sì, è ridicolo. E tragico. Tragicomico.

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