È colpa di Bentham.

Il mondo in cui non sono stanca devo riscoprirlo.
Ma…

… Tazza di metallo farcita a caffè farcito con zucchero. Il latte, in questo periodo, viene riservato al the (grazie ad Al per per il Typhoo) o bevuto in solitudine, in uno o due sorsi per finire il bicchiere, testa reclinata indietro e di sottofondo la colonna sonora di una pubblicità salutista a caso. L’importante è credere in ciò che si fa.
Fa caldo, non quanto settimana scorsa ma abbastanza da conciliare il mio sonno seriale. Mi ci sto affezionando, a questo tiepido stordimento, che mi accompagna come una bibbia accompagnerebbe un prete: fa atmosfera e attesta – attesta che sto faticando, o almeno fingo di farlo – no, no, attesta che faccio tutto il possibile, in senso material-temporale, ed è sempre una bella sensazione, tranne quando sei troppo stanco per rimirarla.
È la stanchezza, mentale, che permette il riassunto delle proprie qualità (e difetti). È una stanchezza buona (ci sono stanchezze buone e cattive come buone e male morti) e non ti toglie la voglia di fare. Semplicemente, winzippa le tue attività giornaliere e i tuoi pensieri.
La mia psiche winzippata adesso indossa un fake cappello da capitano (appeso all’interno della porta della camera) e una giacca a vento da tre euro che è così orribile, e dai colori così deprimenti, che la adoro. Mi ricorda guance bruciate dal sole e scavate dal vento.
È stato con psiche winzippata che scrissi una breve e-mail a B., in due minuti, dopo aver riflettuto per un minuto sull’eventualità di farlo, dopo aver commemorato per un minuto il suo ricordo.
L’e-mail cominciava così:

Hey Captain B.

E si firmava così:

Organized Woman aka Serena, whose phone-number is:

Le parole-chiave utilizzate per realizzare lo scopo (lo scopo: riavere B. qui) sono state “The night was great and you are such a nice guy” e “it’d be a pleasure to see you again”. Di mezzo c’era una formalità e un’informazione utile a livello pratico.
Rimiro codesta e-mail, rimirando come io sia riuscita a raggiungere il sincretismo a la forma mentis atti alla stesura di un paragraph per tutt’altro scopo.
Mi sto disciplinando bene, nevvero?

… Il fatto è che amo questa leggerezza – oh, sì, un giorno leggerò L’insostenibile leggerezza dell’essere per capire come le parole “insostenibile” e “leggerezza” possano essere utilizzate assieme in un libro sui rapporti sociali. Wikiwiki mi dice che:

All’origine dell’insostenbile leggerezza dell’ essere è, per Kundera, l’unicità della vita: Einmal ist Keinmal; ovvero, traducendo letteralmente il proverbio tedesco, ciò che si verifica una sola volta (Einmal) è come se non fosse accaduto mai (Keinmal).

A parte l’opinabilità dell’espressione “traduzione letterale” qui utilizzata, wikiwiki non mi aiuta neanche ricorrendo al mio amato tedesco.
Vedete, oh mie creaturine (tutto cominciò con la Kreatürlichkeit malettiana, eoni fa), è questa leggerezza che mi fa sentire sfiorata da una piacevole brezza, di quelle che mi immaginavo avrebbero potuto sfiorarmi su una sponda nordica, guardando il mare per cercare i contorni scandinavi e non trovando altro che l’infinito, un infinito nordico (attimo di romanticismo leopardiano). La vita che ti scorre addosso e dentro senza farti cambiare rotta – e allora è dolce il pensiero di un B. che adesso è a Berlino e che forse rivedrò prima di partire per il Paese dei Puffi. B. stesso è leggero mentre vaga appesantito da droghe e beotitudine post-sesso per la stanza.
C’è stato un tempo – eoni fa, fin dall’inizio dei tempi secondo la mia memoria certamente distorta – in cui una tale visione – quella del B. di cui sopra deambulante con tutti i suoi deliziosi connotati – mi sarebbe apparsa insopportabilmente fantasiosa. Fantasiosa come “fantasy”: qualcosa su cui indugi sapendo che è una distorsione della realtà attuata per personale godimento. C’è poi stato un tempo, certamente, in cui una mia certa immaturità estetica (parlo come un verboso pederasta greco morto, sì) non mi avrebbe fatto riconoscere in B. quello che cercavo. Ce n’è stato un altro, di tempo, in cui un B. mi sarebbe scivolato tra le dita per mancanza di leggerezza, come stringere una saponetta con troppa forza.
È indubbio – e sottolineabile – che io mi stia rifocillando di tali attimi. Faccio scorte per l’inverno. Non che il Paese dei Puffi non me ne offra – ve l’ho sempre detto, creaturine, che a livello di conoscenze sono una persona fortunata, baciata da Dio (qualsiasi Dio, perché chiunque deve invidiare la mia fortuna e a qualsiasi Dio sarei grata) – ma qui mi scorrono attorno e non devo cercare pagliuzze con il setaccio. Non è colpa di nessuno, se non del mio senso estetico (in senso allargato, dall’estetismo del sembiante a quello del carattere), che per anni mi ha fatto anelare mondi fatti di creature come B. o come l’altro o come l’altro ancora o come l’altra e anche quella lì. Era un mondo, quello che anelavo, non una spiaggia in cui accamparmi – la leggerezza di cui godo viene dal rotolarmi tra petali di rose senza più il bisogno di cercarne. Mi piacciono veramente, certe rose, e la sovrabbondanza non mi nausea i sensi. Semplicemente, ci affogo ogni tanto – e come saprete trattenere il fiato, in certi attimi, è piacevole.
Lo saprete?
Accendo un cero profumato in cui otto tra falene e zanzare giacciono cristallizzate. Ho assistito alla loro morte con le orecchie, sentendo le ali sfrigolare nel silenzio per qualche secondo – e poi erano cera. Il mio piccolo museo delle cere involontario.
Mi sono interrogata molto, nelle ultime settimane, su quanto il mio involontarismo modifichi il mondo attorno a me. So essere cieca come un bambino rapito da un gioco stupido ma nuovo, soprattutto se stressata, ed è da mesi che ascolto lo sfrigolare delle cose che scarto per prediligere le mie priorità. Sono piccole e stupide cose (come tutto?), sono il dire “no” a inviti e il non fermarti cinque minuti in più a chiacchierare, il tono derivato dalla necessità di organizzare e via discorrendo. Dicendomi di non avere il tempo di seminare in tutti i campi in cui sono passata, vi ho lasciato cadere le scorie della mia frenesia, l’alone dal nome HoAltroDaFare che non torni a contemplare.
Poi mi trovo – ogni volta – ad ascoltare rapita le conseguenze di quelle scorie cadute per involontarismo. Ascolto un Pimm che, ubriaco, mi pone l’enigmatica domanda:

“Ma se uno volesse conoscerti, come farebbe?”

Sono così lontana dal quadro che lui ha di me, mi è così ignoto, che non capisco neanche la domanda. Ho cercato di indagarla, ma è stata catalogata dal possessore come uno sbotto d’alcolismo acuto, e ora giace ancora – irrisolta – tra i suoi pensieri da non dire a voce alta.
Che intendeva?
Gli risponderei con piacere, e lo farei anche per capire me.
Certe domande sono come album di fotografie, per me persona che non ne tiene. Il mio specchio sul passato è questo blog, e tanto non ho tempo di leggerlo. Chiunque potrebbe ripercorrermi a ritroso fino al 2006 e – posso affermarlo con certezza – dopodiché saprebbe più cose su di me in questi quattro anni di quante ne sappia io.
Il primo post lo ricordo come si ricorda il capitolo di un libro studiato per l’esame: sai più o meno di che parla, hai compreso il concetto, ma non sapresti rispiegarlo senza ripassare.
Parlava di un senso di nordicità ricostruito a tavolino partendo da informazioni su certa gentaglia vivente secoli fa dalle parti della Svezia, e se lo rileggo adesso posso dirmi che ci sono ancora. Aggiungerei qualcosa, cambierei qualcosa parola, ma i concetti sono lì e li riconosco. Solo qualche giorno fa parlavo con Harding di Wyrd e correlati. Mi mancherà, Harding, ora che le lezioni finiscono. Spero in un altro caffè da due ore e mezza. Peculiare come – parlando con lui – il mio inglese vada a puttane. Ciò mi rende tenera, nevvero?
Zefi mi guarda e mi fa sentire tenera – e piccola e innocua e stendimi e fa’ di me ciò che vuoi. Una sensazione che mi mancava da tempo, e che mi ha lasciato sul viso un sorriso beota per mezza giornata – decisamente un notevole lasso di tempo, considerato il periodo, e si sarebbe protratto ancor di più se poi non avessi dovuto tornare alla modalità “concentrati e scrivi al meglio il fottuto Protokoll con Laura che ne capisce meno di te anche se sa più tedesco”. Avrei voluto lasciare anche a Zefi un’e-mail-paragraph simile a quella soffiata in direzione di B., ma non ho neanche il suo indirizzo e-mail. Ma immagino che l’aggettivo nice, per quanto detto con sentita e leggera onestà, non basterebbe a una Zefi. È troppo irrimediabilmente facile da usare, troppo semplice da capire, troppo ingenuo e Zefi mi guarda con diffidenza quando mi metto comoda nella posizione di creatura innocua. Le persone non mi permettono di auto-definirmi tenera per poi farlo loro con me a loro piacere. Ai miei tentativi di rientrare nel cliché ricevo risate aggressive – la risata fredda e all’erta che spazza via l’eventualità. Non che mi faccia soffrire esistenzialmente non potermi dipingere come una tenera creaturina (Dog Eat Dog docet) ma mi domando se smetterò mai di domandarmi il perché di tale meccanismo. Quale visione del mondo viene sorretta dal negare la tenerezza di creature come me? Cos’è esattamente una creatura come me? Cosa fa scattare quella risata a mo’ di allarme? Sarà colpa di Nietzsche? È sempre colpa di Nietzsche per merito di Freud da qualche decennio a questa parte. Perché nessuno dà la colpa a Bentham a parte Foucault? (Anche se Foucault sembra incolparlo come una persona soggetta a sindrome di Stoccolma può accusare il proprio carnefice.) Facciamo una rivoluzione e cominciamo a dare la colpa a Bentham. È colpa sua, ma difendeva i diritti di donne, omosessuali e animali e perciò non possiamo colpevolizzarlo.
Siamo una razza corrotta. (Tutti, però, giacché di razza umana ne esiste una sola.)

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