Kieler Woche(nende).

Rilassarsi è impossibile, perché è tutta una questione d’impostazione mentale.

B. mi guarda dalla macchina fotografica e mi dice:
“Organized woman.”
Ha capelli lunghi biondi e una camicia bianca sbottonata sul petto pallido. Ha quel genere di conformazione che – quando la luce è tenue – rende il busto una macchia chiara su cui qualcuno ha disegnato due cerchi rosei. Ha un sorriso che la parola “tenero” riassume bene, ma anche “dolce”. “Tenero” puzza d’intenzione di sminuire, e non è la mia.
B. ha le braccia appoggiate alla parete e guarda verso il basso, verso l’obiettivo, rilassato, candido. Nella vita gioca a fare l’alternativo moderato, ma adesso è troppo strafatto e rilassato per avere l’espressione di chi sta sulle sue. Gattona sul letto cercando un bacio e poi torna a terra con una cartina in bocca, e con candida indifferenza si concentra per chiudere una sigaretta.
B. ha decisamente l’aspetto del putto cresciuto solo per compiacere anche il pubblico adulto secolarizzato e mi dice con la voce impastata:
“Organized woman.”
Segno qualcosa sull’agenda e la ripongo sul comodino.

Colleziono frammenti che sanno di antipasto senza pasto a seguire. Sono quel genere di momenti che ricorderai sempre con piacere, perché non hanno avuto il tempo di rivelare la propria tridimensionalità. Sono scatti fotografici.

Sulla macchina fotografica, prima di B., ci sono foto da delirante party a tema “Moulin Rouge rivisitato”. In mezzo c’è un Pimm vestito da ginecologo che non c’entra nulla e sta benissimo così. Le foto di me in biancheria e collant a cavalcioni su di lui che tento di fargli togliere la maglietta (“Vuoi togliere quella fottuta maglietta?!”) in giardino sono sulla sua macchina fotografica, purtroppo. Io ho quella in cui mimo l’atto di infilargli la lingua nell’orecchio, mentre lui – indifferente come sempre – regge degli occhiali con stanghette rosa e azzurro prémaman.
Pimm è crollato a un certo punto della serata sul proprio letto, nella propria camera, la stessa dove era state messe le casse (aggiuntive) collegate al suo computer. Nessuno sa come abbia fatto a dormire, ma l’ha fatto. Alle 6 del mattino, quando B. ha accettato di rimanere a dormire qui (maledetta sia la mia gentilezza), in tre in un letto, ho con affetto pensato all’eventualità di infilarmi nel letto con Pimm e dormire angelicamente con lui.
Adoro Pimm (e chi non lo adora?) e i suoi genitori, sul cui yacht siamo andati sabato mattina alle 11, dopo il party, per partecipare alla regata. Alle 11:30 è stata aperta una bottiglia di champagne, poi è seguita della birra e poi il grog. Alle 14:40 sono saltata dallo yacht sulla banchina dei traghetti trovandomi davanti una folla di gente in attesa dei suddetti, corsa alla stazione, recuperato Al, e poi saltare di nuovo sullo yacht bevendo altra birra.
Avrei voluto portarmi anche il tizio quarantaquattrenne pelato e tatuato, a cui mancava solo una benda sull’occhio e una sciabola, che è pop-uppato in mutande e canottiera in camera mia sabato alle 9:30 chiedendo:
“Il tizio è ancora qui?”
Non ho ancora ben capito chi fosse. Lo sapevo, ma ho rimosso. Credo si possa dire verosimilmente che era un pirata.

E il fatto è: ci sarebbero troppe cose da raccontare e s’intersecano e confondono e alla fine stai abbastanza bene da smettere di essere analitico, oh tu mente paranoica.

Giovedì sera, a fine lezione, entro nell’ufficio del mio adorato emerito anglo-canadese con 3 minuti di anticipo. Mi guarda e sta per dire qualcosa, tace, sembra imbarazzato – sarò troppo in anticipo, gli serve ancora tempo? – esita, si decide, e mi chiede se possiamo andare alla caffetteria dell’università anziché stare nel suo ufficio.
Come faccio a non amarlo, dopo due ore e mezza di chiacchiere?
L’incontro era inizialmente pensato per discutere del tema del paper che devo scrivere, ma colpevolmente abbiamo divagato in maniera indegna. Mi ha detto che, se ho intenzione di studiare in Canada, posso rivolgermi a lui per la lettera di presentazione (si chiama così, in italiano? Uff) e nel fine settimana mi ha mandato due e-mails riempiendomi di informazioni dopo aver rotto le palle ad altri due professori.
Come faccio a non amarlo?
Me lo sposerei – se non fossi antimonogama, se non fosse un vecchietto e se non fosse indelebilmente britannico.

Con e dopo tutto ciò sono fottutamente piena di impegni e la spada di Damocle dello stress mi sussurra suadente che mi avrà. Che mi ha già, dopotutto, sono sua. Faccio esercizi fisici per sfogare ma il mio essere è così depauperato che sono regredita allo stato di scimmia. I piccoli diverbi quotidiani con VB vengono risolti con un filosofico “I don’t care” seguito da un sorriso rivolto a me stessa, tagliente a mo’ di minaccia, che sussurra:
“Scivola… Scivola…”
… In quei momenti in cui non ho voglia di confronti, di discutere, di parlare, di niente (tranne che di dormire) e al vuoto mentale corrisponde un prurito muscolare. È qualcosa che conosco. È la vecchia storia della persona eccessivamente speculativa che quando arriva agli sgoccioli cerca salvezza nell’opposto di ciò che la sua quotidianità è. Non sono mai stata così tanto impegnata con così tante cose diverse come ora, e probabilmente ciò accade perché sto meglio, e quindi posso reggere di più – e di conseguenza, essendo rinomatamente una persona moderata, continuo a fare quanto più posso. Non che sia male, a tratti, perché le priorità prioritarie sono così tante che quelle secondarie scompaiono, rivelandoti che non erano poi tal fonte di preoccupazione. Il pagamento, foucaultianamente, sta nella minuscola quotidianità, nel mio stringere i denti e contrarre mascella a mandibola fino a che non mi dolgono i muscoli. Da sveglia. Da addormentata non è cosa poi così strana per me. Piccole psicopatie ben inquadrate.
Ma ne vale la pena. Sempre.

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