Caverne e laghetti pietistici.

Sul tavolo: thermos da mezzo litro di caffè, solubile, con zucchero. E un dizionario italiano-tedesco.
Mi vergogno un po’ a dire che sono occupata, perché non dovrei esserlo; ho meno cose da tradurre dal tedesco, più da leggere in inglese, e ciò mi riporta (quindi/però) a standards più vicini ai miei soliti, ossia: studiare di più.
Anche se si tratta perlopiù di leggere e riassumere e cercare un metodo. Ho troppi libri da leggere (8 o 9), e non posso applicare il mio solito puntiglioso metodo. Le lezioni sono interessanti, sono partecipativa, ma non so bene esattamente cosa devo fare.
La mia vita cambia leggermente, ma qui non si tratta di cambiamenti dovuti a Kiel, quanto più a VB – VB che fa la spesa e si domanda cosa mangiare. Non è una domanda scontata. Non quando implica fantasia. Non ho molta fantasia nel decidere cosa mangiare. Con VB come ospite mangio meglio – e cucino, anche se il mio cucinare consiste nel buttare ingredienti più o meno a caso, perlopiù patate e cipolle, nell’adorata Pfanne senza alcun condimento, tanto c’è la salsa BBQ Jack Daniel’s.
Sono diventata anche una saltuaria bevitrice di latte freddo, che viene ingoiato d’un sorso dal bicchiere, al mattino. Prima di andare a dormire sistemo la camera; la sistemo quando torno a casa; nel fine settimana la pulisco. Di pomeriggio, dato che solitamente ho lezione al mattino, studio; la sera ceno abbondantemente alla tedesca; poi studio di nuovo.
Parvenza di una vita regolare.
E massacrante, dato che per tre (o quattro, dipende dalla settimana) giorni di fila dormo pochissime ore a notte. Stamattina, quando mi sono addormentata, era l’alba, e avevo la sveglia alle 7. Tanto, mi dico, tanto ce la faccio. Tanto devo farcela. La maggior parte delle lezioni hanno frequenza obbligatoria con massimo due assenze, a meno che non si porti certificato medico. Non so se mi sento alle elementari o se al lavoro. Ci sono cose dei tedeschi che odio, sì.
Ogni tanto c’è la pausa, che, per riequilibrare, di solito consiste in una serata a ingurgitare alcol, cosicché il giorno seguente viene passato a non fare nulla. A parte riprendersi, nel caso. L’ultima volta – sabato – mi sono vista tutta la seconda serie dei Tudors. Sottotitolo: non fare nulla.
Insomma, il Tanz che è in me – per chi se lo ricorda – ha ripreso il controllo, salvo il perderlo ogni tot giorni per farmi rilassare. La mia tendenza all’ordine sta diventando una mania, ossia: redarguisco VB se lascia cose in giro. E le faccio i complimenti se fa le cose in modo giusto – ed è questa la parte preoccupante, il sentire di dover fare complimenti e una giustizia (secondo chi, a parte me e basta, dato che l’esercito non ce l’ho?) presupposta.
Non sono neanche particolarmente gentile, a dirla tutta, troppo impegnata e stressata per esserlo. Mi faccio perdonare dalla mia coscienza tramite atti utili, fare cose al posto di VB, fare cose per VB – sempre più Tanz, Tanz, Tanz.

La mia vita sociale continua ad assomigliare, più o meno, alla mia vita sociale.
Nuove conoscenze di cui sono entusiasta, o conoscenze approfondite, e poi una miriade di gente di contorno che non riconosco, e che quando riconosciuta non ha nome, dato che la mia memoria è quella che è. Tale amnesia costante ha i suoi lati positivi: Kiel è piccola, ma a me sembra sempre di parlare con persone nuove. Adduco sempre la mia amnesia costante come scusante, perché il pubblico non pagante capisca che non c’è malizia né intenzione nei miei “Ah, sì… Aspetta, aspetta… No, non mi ricordo”, o, peggio, nel mio sorridere a priori a tutti più o meno nello stesso modo, sì da evitare di essere scortese con chi mi conosce e sta per sorridermi.
Si potrebbe dire che la memoria è selettiva e che, quindi, io do scarso valore alle persone; non è esattamente (solo) così. Ho una memoria scarsa e selettiva, i cui criteri di selezione mi sono spesso ignoti (ho sovente bellamente rimosso persone che la volta successiva ho trovato interessantissime).
Sono anche riuscita, da ubriaca, a non riconoscere VB. Per credo una ventina di secondi. L’ho anche baciata, da sconosciuta. A posteriori le ho detto che è stata una prova del fatto che mi piace, dato che mi è piaciuta anche quando non l’ho riconosciuta – ciò nonostante, non posso che essere perplessa. Soprattutto, mi trovo ad avere un problema: in testa ho questa persona, questo Doppelgänger di VB, che io ho baciato e che non esiste. Mi è piaciuto un fantasma alcolico. Mi sarei scopata una proiezione della mia testa.
Anyway.
Non ho discorsi compiuti da riportare qui, ma solo frammenti.
Ho un tornare a casa a piedi nudi, per una ventina di minuti, di notte, e rendermi conto di quanto le siringhe dell’era dell’eroina abbiano segnato il mio camminare, abbiano psicotizzato i miei piedi – fino a Kiel.
Ho una Germana e un Germano che quotidianamente vengono a reclamare cibo starnazzando davanti alla mia camera. Qualche giorno fa il coinquilino ha chiamato VB (io dormivo), dicendole qualcosa come:
“Senti… Ho un problema.”
“Cosa?”
“Vieni a vedere… Ho delle anatre in camera.”
“Germano! Cosa ci fai qui?!”
“Ma è tuo…?”
Ho anche un gabbiano, che viene a raccogliere briciole di pane. I gabbiani sono, ho deciso, brutti e inquietanti. Rapacemente minacciosi. Il gabbiano che sosta qui ha un collo da mastino. Oggi ha tentato di scacciare Germano per prendersi le briciole di pane, ho aperto la porta-finestra, si è allontanato facendo finta di niente. L’ho richiusa ed è ripartito all’attacco. Ho rifatto la stessa cosa tre o quattro volte, concludendo che il suddetto gabbiano è un simpatico figlio di puttana (e Germano lo scemo del villaggio, nonché pavido, che si faceva difendere da me guardando con aria di sfida il gabbiano).
(Sì, ho così poco tempo per scrivere di me che finisco con lo scrivere di vite altrui: ci vuole meno tempo.)
A proposito di germani reali, sono diventata un’appassionata divoratrice di carne d’anatra. Cucinata da cinesi tedeschizzati. Vaghi ricordi d’infanzia mi ricordano gusti personali dire che “la carne d’anatra è troppo grassa”, ma siamo in Germania e il grasso si scioglie ed è deliziosa. Poi, però, si finisce col chiedersi per lo stomaco di chi si sta quotidianamente dando da mangiare ai due germani reali (tre, incluso l’ufficiale di Germano).
Sì, sto mangiando tantissimo. Sì, sono in Germania e non ingrasso. Sì, in Italia sarò tristissima: il latte al mattino saprà d’acqua – e io non bevo acqua se posso – le patate non sapranno di un cazzo e via discorrendo. No, non sto facendo la sovversiva che disprezza il cibo italiano a favore di quello tedesco: parlo del sapore degli ingredienti primi, che mi permette di mangiare quello che cucino anche se non so cucinare.
In generale, non voglio pensare al ritorno in Italia. Nonvoglio-nonvoglio-nonvoglio come una bambina che sbatta i piedi dinnanzi a se stessa allo specchio. Mi figuro tornare prostrata e diffondere un verbo che le mie paranoie riassumono in: “Mentono, non credete loro, vi mentono, vi prendono in giro”. Non voglio tornare nella caverna platonica. Neanche per quell’anno che mi serve per finire la triennale. Non voglio e basta, capite? La sola idea di uno sguardo femminile che mi disseziona o di uno maschile che mi riverisce e rinchiude al contempo mi fa salire fiotti di bile in gola. Non voglio, vi odio. Tutti. Anche i benintenzionati, perché credo nella banalità del male. Il problema non è l’odio ma il non riuscire a perdonare, e senza perdono quando necessario non è possibile consolazione. Rimetto in atto imperterrita la scenata dell’ex-fidanzatina all’ex-fidanzatino che non ha ancora mollato del tutto, anche se considerato che la cittadinanza di nascita non si sceglie dovrei optare per una metafora più freudiana. L’ironia mi salvi da me stessa e dal vostro, ricercato, rifiuto. Ho assunto l’ottica del profeta münsterita, che sente d’essere in un epoca così grama da richiedere a chiunque il massimo degli sforzi morali per la salvezza. Jan di Leida mi è sempre piaciuto, sì. Gli spiriti insoddisfatti si masturbano con apocalissi, nell’ottica che tanto c’è poco da perdere, o forse con punte di rancore. O forse entrambi. Freud ha parlato anche di questa dualità. Freud ha parlato di tutto – Freud ha definito i confini della parola “tutto” disseppellendo estremi. Da quando i sovversivi sono bambini traumatizzati? Ogni sovversivo è un bambino capriccioso, che non vuole sottostare a certe regole – diciamocelo, una regola vale l’altra. L’asse spaziale e quello temporale in combinazione dimostrano che qualsiasi regola può essere considerata sacra e naturale. Voi vi ribellereste al pisciare nella sedia su cui mangiate durante un banchetto (avete presente quei bei pezzi di mobilio medievale con un buco al centro? Ecco). Di vomitare tra una portata e l’altra forse no.

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