Esercizi spirituali.

Sul tavolo: briciole residue del pane dato a Germano, oggi in solitudine. Ieri è venuto con il suo primo ufficiale, ma quando è giunta Germana l’ha scacciato per non condividere il rancio quotidiano.
Germano sembrava un innocuo ebete, e invece è un dispotico ebete.
Amen.
Sul tavolo: Evangelisches Kirchenbuch. Del 1923. Per un euro potevo darmi a un po’ di feticismo, e l’ho fatto: il libro è ricoperto dagli appunti del suo proprietario, illeggibili per grafia e inchiostro sbiadito e grafite volata via. Quando conoscerò davvero il tedesco saprò decifrarli. Credo siano preghiere. Parole per rituali. Teologia pratica. Facoltà di teologia di Jena e Bonn, dice.
A pagina 19 un pezzo di cartoncino rosa è stato usato come segnalibro. È scritto: Jahrgang 19 – “annata (classe) 19”. È scritto: Personalien des Konfirmanden – “dati personali del…” … del? “Cresimato”, suggerisce il dizionario. Si prega d’inserire nome e cognome, ma se sono stati scritti sono su un pezzo di foglio finito chissà dove.
Una parte del capitolo sul suicidio è stata solcata da una croce in matita rossa. Sulla carta spessa e porosa è una ferita con cicatrice: dove il foglio è stato strappato dalla punta è stato apposto dello scotch, e le lettere si riallacciano assieme – code con corpi – frammentate.
Il proprietario di questo libro, se il modulo da compilare è suo, oggi avrebbe 91 anni. Nel ’33 ne aveva 14. Nel ’42 ne aveva 23.
Chissà.
In Italia ho uno scatolone ricolmo di vecchiume stampato. Avevo rubato a più riprese da un deposito libri che – così mi si disse – erano destinati al macero. Li rubai per feticismo e appagamento estetico, in alcuni casi. Sono quasi tutti intonsi, macchiati dal tempo ma trattati con rispetto (così si dice quando non si aggiunge un po’ di sé a un libro) dai proprietari. Niente di interessante, davvero, a parte qualche pezzo. Sarà, poi, che non me ne frega molto del passato italiano. Più che fantasticare su persone che avrebbero potuto conoscere un D’Annunzio non ho fatto. I racconti trovati, mai più stampati, e i romanzi brevi avevano storie degne del lato italiano che meno sopporto: vita di campagna e provincialismo, Bildungsromane copiati nel concetto ma riadattati al contesto, l’incapacità di essere bucolici perché chi vive in ambienti bucolici non romanza, e il carro è il carro è il carro e quello che ha un estetismo non facilmente digeribile non si nomina e basta.

Grandinava, mentre tornavo a casa. Di buon umore. Chiaccherata col docente canadese, e lo sapete (perché siete i posteri, e i posteri sanno tutto, anche se non sanno decifrare, secondo la logica per cui si è supposti conoscere quel che viene prima di noi) che amo parlare con i docenti. Amo metterli un po’ in difficoltà, come il vento che solleva le piume sul culo di Gennaro. Gennaro, non visto e infastidito, si risistema indignato e torna a ignorare le brutture del mondo. Il docente ha cercato di rispondere a una domanda troppo specifica con un riassunto del contesto che ha specificato altri punti, e poi abbiamo chiacchierato, perché tutti amano i canadesi e perché per questo corso ho fin troppi presupposti, troppi approcci possibili, poca esperienza (ciao, Italia, che non mi fai scrivere papers e non mi fai fare presentazioni – sapete che la mia tesina triennale sarà un paper lungo il doppio di quelli che devo scrivere qui? Mi sento benevolmente presa per il culo, e devo pure scriverla in italiano), e così gli chiedo quali siano accettati. Connessioni tra fiction da analizzarsi e contesto storico? Cultural studies? Lato politico? Vedete, i crucchi sono metodici e precisi e perciò semplici. Quando hai imparato le regole non devi sbatterti per intuire il mondo e cosa vorrà da te: te l’hanno detto all’inizio. Io, invece, mi perdo. Io faccio presentazioni per fare un favore a me, riempiendomi la testa di informazioni che poi devo scremare all’osso, e non per fare un favore agli altri, riassumendogli tre nozioni in cinque minuti. Sono incapace. E non sono cresciuta qui, quindi ogni lavoro da fare è un lavoro d’interpretariato culturale.
Il docente ha il mio stesso problema e mi chiede come usare un sito dell’università. Ci guardiamo costernati perché siamo “nuovi” entrambi e non possiamo scambiarci granché informazioni. Mi parla del Canada e si perde in quelle che qualcuno potrebbe reputare cazzate, ma che capisco, in altri contesti, l’amore per una materia e il ricollegare tutto con tutto.
La presentazione è da farsi con altre due persone. Non riesco a decifrare i loro nomi scritti più di quanto riesca a decifrare il libro del ’23. Leggo al docente un cognome tedesco e lui cerca di farmi lo spelling di un nome che è… irlandese? La mia vita quotidiana va a temi. Fra due o tre irlandesi cambierò genere e comincerò con un altro Leitmotiv da cui farmi rincorrere.

Oggi mi hanno scambiato per russa. Ah, non è russa? Polacca? Quando dici che sei italiana si sentono in dovere e diritto di dire parole italiane più o meno a caso, ma di solito o riferite alla bellezza o che siano le peggiori imprecazioni (candidamente, non sanno che significhino). La mia coinquilina aveva scambiato la mia pronuncia per inglese (…), ma quella che va per la maggiore è francese (sono una mangiarane). Sono in attesa dello Swahili.

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